Wise Society : Ecovillaggi: vivere sostenibile e comunitario è possibile

Ecovillaggi: vivere sostenibile e comunitario è possibile

di Andrea Ballocchi
22 Dicembre 2021

Gli ecovillaggi rappresentano una risposta concreta e partecipata alla esigenza di vivere in modo più rispettoso ai principi di sostenibilità ambientale, economica, sociale. La condivisione è un elemento comune di questo tipo di intendere la vita e che ha preso piede in Italia, in Europa e nel mondo. Solo nel nostro Paese si contano più di 40 realtà, secondo la mappa messa a punto dalla Rete Italiana Villaggi Ecologici, a sua volta connessa a GEN Europe (oltre 100 ecovillaggi e aspiranti progetti di ecovillaggio, e 18 reti nazionali in 26 Paesi), parte del Global Ecovillage Network: una rete in continua crescita, che conta “migliaia di comunità e iniziative rigenerative che unisce culture, paesi e continenti attraverso le sue cinque reti regionali e il suo ramo giovanile internazionale, NextGEN”, specifica la stessa realtà associativa europea.

Ecovillaggi

Foto Shutterstock

Ecovillaggi: cosa sono e quando nascono

Prima di spiegare cosa sono gli ecovillaggi, è importante trovare le loro radici storiche. Nei primi anni Settanta, per la precisione nel 1971, Stephen Gaskin fondò The Farm, il primo ecovillaggio del mondo, una comunità intenzionale in Tennessee. Lo stesso anno a Copenaghen, in Danimarca, nacque Christiania, quartiere parzialmente autogovernato della città, che ha conseguito uno status semi-legale come comunità indipendente. Solo tre anni prima era stata fondata Auroville in India, anche se gli esperimenti comunitari cominciarono già nei primi dell’ottocento con le utopie socialiste.

La definizione di ecovillaggio

Detto questo, trovare una definizione univoca di ecovillaggio è difficile, in quanto sono realtà peculiari. Ma se dovessimo darne una, si può definire come una realtà comunitaria nella quale più persone, non tutte appartenenti alla stessa cerchia familiare, decidono di vivere e costruire delle basi comuni per portare avanti un progetto di vita sostenibile, a livello ecologico, sociale, spirituale ed economico.

«La stessa definizione è al centro di una ridefinizione», spiega Gabriella Oliva, counselor relazionale, formatrice e facilitatrice di gruppi e cofondatrice di Tempo di Vivere, a Bettola (Piacenza), ecovillaggio e comunità intenzionale che ha scelto la forma di comune. «Personalmente, l’eco-villaggio è un modo di vivere fondato sulla profonda comprensione che tutto è interconnesso: persone, esseri viventi e non, e che tutte le nostre azioni hanno un impatto sull’ambiente». Per questo parla di comunità intenzionale, intendendola come un nucleo di persone che decidono intenzionalmente di condurre uno stile di vita in armonia con quello degli altri esseri viventi e la natura. «Lo scopo che si propongono è unire un ambiente capace di sostenere le attività socio-culturali con uno stile di vita a basso impatto».

Ecovillaggio Tempo di Vivere

Foto Tempo di Vivere

Come creare un ecovillaggio

Ecovillaggi, comunità intenzionali, cohousing seppure differenti tra loro sono accomunate tutte da una visione differente rispetto a quella tradizionale odierna. Ma occorre prepararsi e avere le idee chiare prima di dar vita a uno di loro. Chiunque può far sorgere un eco-villaggio, ma non è semplice. Per avere le migliori possibilità di successo, è bene assicurarsi di essere preparati perché come molti pionieri degli ecovillaggi possono testimoniare, non è facile.

Occorre partire dal pensiero alla base dell’ecovillaggio: «tutto nasce dal comune sentimento degli esseri umani e dalla consapevolezza di ciò che questo rappresenta e di cosa siamo noi quali persone, individui con tendenze naturali che sono: condivisione, uguaglianza, rispetto e onestà, valori che tentiamo di mettere in atto nelle comunità intenzionali e negli ecovillaggi. L’intento è mettere in pratica e far propri questi valori ideali. Non è semplice, ma possibile: vivere una realtà diversa è una scelta di appartenenza che si innesta in un fine olistico qual è essere in armonia col tutto e, a discendere, condividere questa visione con altre persone e stare insieme come processo cosciente», specifica Gabriella Oliva. Lei stessa si occupa, attraverso corsi ad hoc, di illustrare i passi salienti.

I passi necessari per creare realtà di questo tipo «partono da un processo cosciente di appartenenza. Ecovillaggi, cohousing, comunità intenzionali si basano sull’osservazione dell’ambiente in cui viviamo e da una scelta utopica di cambiamento del modo di ascoltare se stessi, innanzitutto, e gli altri. Da qui si parte per tentare poi di riappropriarsi di valori etici quali il rispetto dell’individuo e della diversità e il riconoscimento che ogni persona che intende far parte di un gruppo porta una parte di verità. Far parte di una comunità è un’uscita dall’individualismo».

L’analisi iniziale si fonda sul generare un’idea, che viene chiamata visione, realizzabile solo insieme ad altre persone. «Per questo occorre lavorare sul processo di ascolto e di comunicazione, di gestione dei conflitti, sulla creazione di accordi e condivisi, sull’organizzazione e la governance del gruppo, sulla gestione economica delle risorse, sull’ideazione e applicazione di regole interne e di strategie a breve, medio e lungo termine. Da qui poi si arriva alla finalizzazione e stesura di documenti sempre condivisi che specificano visione, missione e intento». Tutto questo influenza e chiarisce le scelte di vita di ogni realtà.

Orto dell'ecovillaggio

Foto Tempo di Vivere

Ecovillaggi in Italia: esempi ed esperienze

Così si arriva a scelte di autogestione e proprietà collettiva, che distinguono per esempio Urupia, comunità del Salento dove sono attualmente presenti un impianto fotovoltaico di 100 mq, tre impianti solari termici, due dei quali fanno parte di centrali termiche integrate solare-biomasse. Qui si auto producono olio, vino, pane e prodotti da forno che vengono venduti.

Oppure Case Bacò, un ecovillaggio in provincia di Treviso attualmente in costruzione composto attualmente da tre famiglie con bambini. Essi, come specificano, vogliono realizzare una coabitazione in cui sperimentare e promuovere uno stile di vita fondato su condivisione ed ecologia. Essi stanno lavorando su un edificio che intendono ristrutturare in bioarchitettura con spazi comuni e un giardino/orto dove nei prossimi mesi avvieranno la propria esperienza.

Un altro mondo è possibile, e si chiama ecovillaggio. Ogni realtà è diversa dall’altra, con tratti peculiari: c’è chi è caratterizzata e avviata con una impronta spirituale: (è il caso dell’ecovillaggio Città della Luce nelle Marche), oppure c’è la Comune di Bagnaia (Siena), una delle prime in Italia, nata nel 1979 i cui elementi caratteristici sono la totale condivisione economica, il metodo del consenso, l’autosufficienza. In questo caso si è arrivati a un’autosufficienza pressoché totale a livello energetico e alimentare.
La produzione di energia da fonti rinnovabili (fotovoltaico e biomasse), il risparmio energetico, il riuso dell’acqua piovana, la produzione agricola sostenibile, biologica o biodinamica sono elementi che si ritrovano spesso nelle storie e nelle caratteristiche proprie di molte realtà.

Una delle più caratteristiche e conosciute in tutto il mondo è la Fondazione di Comunità di Damanhur, a Baldissero Canavese (Torino), fondata anch’essa negli anni Settanta, oggi centro di ricerca spirituale, artistica e sociale. “Dal 1980 è una Federazione di comunità, ha una struttura sociale, politica ed economica in continua evoluzione e in relazione con il percorso di ricerca spirituale dei suoi componenti”, ricordano i fondatori.

Andrea Ballocchi

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