Complice la sempre maggiore diffusione dell’intelligenza artificiale, siamo circondati da deepfake: video, audio e immagini apparentemente indistinguibili dal vero. Ma esistono alcune strategie per difendersi dalle truffe: vediamo quali.
È passato qualche mese da quando figure vicine a grandi imprenditori italiani hanno ricevuto una telefonata. Dall’altra parte della linea, il ministro della Difesa Guido Crosetto chiedeva grosse cifre per pagare il riscatto e poter così liberare fantomatici giornalisti italiani rapiti in Medio Oriente, con la promessa di un rimborso da parte della Banca d’Italia. Manco a dirlo, l’interlocutore non era il ministro Crosetto e la tentata truffa è finita ben presto su tutti i giornali. È un caso senza dubbio clamoroso, ma tutt’altro che isolato. Perché, man mano che le piattaforme di intelligenza artificiale diventano più sofisticate, è sempre più facile ordire truffe basate sui deepfake.
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Deepfake, tra truffe e furti d’identità
Per dare un’idea di quanto rapida sia l’evoluzione di queste tecnologie, la parola deepfake – che ormai è di uso comune – fino al 2017 non esisteva. Con questo termine si contrassegnano quei contenuti (video, audio o immagini) che vengono creati o manipolati tramite l’intelligenza artificiale. La loro particolarità? Sono talmente realistici da far sembrare vere cose che in realtà non sono mai accadute.
Se questa definizione suona vagamente inquietante c’è un motivo. Nessuno vorrebbe mai comparire in un video in cui pronuncia parole che non ha mai detto o fa cose che non ha mai fatto. Tanto più perché fin da subito queste tecnologie sono state sfruttate a fini pornografici: ci sono siti in cui per appena cinque dollari – pagati con carta di credito o criptovalute – si possono scaricare clip in cui finte attrici, esponenti politiche, artiste (e non solo) sono involontarie protagoniste di scene sessualmente esplicite. Il femminile non è casuale: nella stragrande maggioranza dei casi queste manipolazioni sono ai danni delle donne.
Tra i bersagli più facili, anche per l’enorme quantità di materiale foto, audio e video che circola sul loro conto, ci sono proprio i personaggi celebri. Negli scorsi mesi sono circolati video di un falso Marco Rubio, segretario di Stato americano, che afferma di voler interrompere l’accesso dell’Ucraina al servizio internet Starlink di Elon Musk.
L’anno scorso gli elettori democratici del New Hampshire hanno ricevuto una telefonata in cui un falso Joe Biden sconsigliava loro di votare alle primarie. Ma addirittura il presidente degli Stati Uniti in carica, Donald Trump, si diletta a postare nei propri profili social video di agenti che fanno irruzione nello Studio Ovale e arrestano il suo predecessore Barack Obama. Una scena che, ovviamente, non è mai avvenuta.
Le truffe legate ai deepfake
Nel mese di gennaio del 2024, si legge in un approfondimento di Deloitte, un impiegato di una società di Hong Kong ha trasferito 25 milioni di dollari, come gli avevano chiesto di fare il suo CFO (Chief Financial Officer) e altri colleghi in videocall. Peccato che quelli non fossero il CFO e i colleghi, bensì deepfake orditi da una squadra di truffatori.
Anche in questo caso, non bisogna avere la presunzione di ritenersi superior: inganni del genere stanno diventando sempre più comuni e difficili da intercettare. È merito anche della democratizzazione dei software capaci di generare audio, video e immagini false: nel dark web è disponibile un ampio catalogo, a prezzi che partono da 20 dollari per i programmi più semplici e arrivano a migliaia di dollari per quelli più avanzati.
Sempre secondo Deloitte, nel 2023 le truffe rese possibili dall’intelligenza artificiale generativa hanno comportato perdite pari a 12,3 miliardi di dollari solo negli Stati Uniti. Fino al 2027 si prevede un tasso di crescita annuo composto del 32% che porterà il totale a 40 miliardi.

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Come riconoscere un deepfake: il vademecum
Leggendo queste righe si può avere l’impressione di essere impotenti di fronte al dilagare di truffe di ogni tipo. In realtà, noi esseri umani abbiamo lo spirito critico, la capacità di osservazione e l’acume che nessun software mai riuscirà a riprodurre. È nostra responsabilità, dunque, drizzare le antenne e affidarci alle linee guida della Polizia postalesu come riconoscere un deepfake.
Nei video, per esempio, di solito tutta l’attenzione è riservata alle fattezze del volto, mentre la postura, le luci e le ombre sono più trascurate. Con i software attuali, alcuni dettagli risultano difficili da riprodurre – il movimento degli occhi, le dita delle mani, il battito delle ciglia, i denti, la sincronizzazione tra voce e labiale – e dunque possono dare un’impressione più “artificiale”. Ma c’è un consiglio generale valido per qualsiasi contenuto, indipendentemente dall’uso dell’intelligenza artificiale: più una notizia appare estrema e scioccante, più è probabile che qualcuno la abbia ordita ad hoc per scatenare una reazione forte da parte dell’utente.
Il digitale ha portato al proliferare di fonti: questo da un lato è un bene, perché amplia il ventaglio di opportunità di crearsi una dieta mediale personalizzata, ma dall’altro lato non deve far dimenticare che esiste una gerarchia. Una testata giornalistica è più attendibile di un profilo personale sui social media; un contenuto che riferisce con precisione le proprie fonti è più attendibile di un messaggio anonimo inoltrato da una chat all’altra. Un’abitudine utile e piuttosto semplice da adottare? Non appena ci si imbatte in un contenuto, controllare se qualcun altro lo ha pubblicato e chi.
Fin qui, le istruzioni che ciascuno di noi può seguire nella vita quotidiana.
Grandi aziende o società finanziarie, che maneggiano grandi quantità di denaro, chiaramente devono adottare un livello di prudenza superiore. I sistemi di risk management attuali, purtroppo, non sono sufficienti: è per questo che le grandi organizzazioni stanno sviluppando piattaforme ad hoc, spesso basate proprio sull’intelligenza artificiale, capaci di identificare possibili campanelli d’allarme.
Valentina Neri

