Wise Society : Decrescita felice, una rivoluzione dolce che punta sulla qualità

Decrescita felice, una rivoluzione dolce che punta sulla qualità

di Maria Enza Giannetto
15 Dicembre 2021
SPECIALE : Decrescita

Un concetto che viene citato molto spesso ma non tutti sanno di cosa si tratta. Perché decrescere non significa retrocedere ma rallentare e puntare su un paradigma diverso di valori alternativo alla crescita illimitata con la consapevolezza di quanto occorra rallentare e proteggere l'ambiente

In una società che corre veloce per crescere in modo incondizionato, parlare di decrescita può apparire strano. Se poi si parla, addirittura di “Decrescita felice”, il discorso si complica ulteriormente. Si tratta di un concetto utilizzato e nominato spesso, anche se non tutti sanno cosa si nasconda dietro di esso. Perché decrescere, non significa certo recessione, né tornare alle origini e rinunciare a ogni confort, ma piuttosto “rallentare” e rinunciare al superfluo per proteggere e ripristinare l’armonia tra esseri viventi e natura.

decrescita felice

Foto di Jacqueline Munguía / Unsplash

Che cos’è la decrescita felice

La decrescita felice è una rivoluzione culturale che non accetta la riduzione della qualità alla quantità, ma fa prevalere le valutazioni qualitative sulle misurazioni quantitative. Questo si legge sul sito del Movimento per la decrescita felice, associazione nazionale fondata nel 2007 da Maurizio Pallante, che nel libro Decrescita Felice (editori Riuniti) ha formulato e teorizzato l’omonimo concetto.

La definizione

E proprio Maurizio Pallante ha dato una vera e propria definizione di decrescita felice: “elogio dell’ozio, della lentezza e della durata; rispetto del passato; consapevolezza che non c’è progresso senza conservazione; indifferenza alle mode e all’effimero; attingere al sapere della tradizione; non identificare il nuovo col meglio, il vecchio col sorpassato, il progresso con una sequenza di cesure, la conservazione con la chiusura mentale; non chiamare consumatori gli acquirenti, perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso; distinguere la qualità dalla quantità; desiderare la gioia e non il divertimento; valorizzare la dimensione spirituale e affettiva; collaborare invece di competere; sostituire il fare finalizzato a fare sempre di più con un fare bene finalizzato alla contemplazione. La decrescita è la possibilità di realizzare un nuovo Rinascimento, che liberi le persone dal ruolo di strumenti della crescita economica e ri-collochi l’economia nel suo ruolo di gestione della casa comune a tutte le specie viventi in modo che tutti i suoi inquilini possano viverci al meglio.

Insomma, la decrescita non è la riduzione quantitativa del Pil e non si identifica con la riduzione volontaria dei consumi per ragioni etiche, ma con il “rifiuto razionaledi ciò che non serve. Come spiegano i fautori, la decrescita felice non dice: «ne faccio a meno perché è giusto così», ma dice «non so cosa farmene e non voglio spendere una parte della mia vita a lavorare per guadagnare il denaro necessario a comprarlo».

Decrescita, un po’ di storia

Le idee sostenute dai teorici della decrescita contemporanei affondano le loro radici nel pensiero di alcuni autori come Ruskin, Thoreau e Tolstoj. Anche gli scritti di Gandhi contengono simili principi, in particolare riguardo al concetto di semplicità volontaria. Il termine “decrescita” compare per la prima volta nel 1972 scritta da André Gorz e poi nel 1979 nel titolo della traduzione francese di un’opera di Georgescu-Roegen “Demain la Décroissance” (curata da Jacques Grinevald). Altre importanti anticipazioni possono essere ritrovate nei lavori pubblicati per conto del Club di Roma, di Ivan Illich, le cui posizioni furono riprese dall’economista Serge Latouche che parla di decrescita come uno slogan per indicare la necessità e l’urgenza di un “cambio di paradigma“, di un’inversione di tendenza rispetto al modello dominante della crescita basato sulla produzione esorbitante di merci e sul loro rapido consumo.

capitalismo

Foto di Sharon McCutcheon / Unsplash

Il principio della crescita economica

Sul tema della decrescita si è sviluppato un complesso di idee sostenuto da movimenti culturali alternativi, anti-consumisti, anticapitalisti ed ecologisti. Queste idee intendono proporre modelli culturali alternativi al consumismo e superare il principio della crescita economica. La costruzione di questo nuovo modello vede l’impegno di numerosi intellettuali, al seguito dei quali si sono formati movimenti spesso non coordinati fra loro – come i gruppi d’acquisto solidale (GAS) o gli ecovillaggi, ad esempio –  che condividono lo stesso fine comune di cambiare il paradigma dominante dell’aumento dei consumi quale fonte di benessere.

In Italia, i principali teorici della Decrescita sono Mauro Bonaiuti che nel 2004 fonda insieme a Marco Deriu, Luca Mercalli, Paolo Cacciari, Gianni Tamino ed altri l’Associazione per la Decrescita e, come detto, Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la Decrescita Felice.

La decrescita felice è una rivoluzione dolce

L’obiettivo della decrescita felice, come si legge anche sul sito del MDF non è, quindi, il meno, ma il meno quando è meglio. Si tratta, quindi, di una rivoluzione dolce finalizzata a sviluppare le innovazioni tecnologiche per diminuire il consumo di energia e risorse, l’inquinamento e le quantità di rifiuti per unità di prodotto; a instaurare rapporti umani che privilegino la collaborazione sulla competizione; a definire un sistema di valori in cui le relazioni affettive prevalgono sul possesso di cose; a promuovere una politica che valorizzi i beni comuni e la partecipazione delle persone alla gestione della cosa pubblica.

Decrescita e collaborazione

Foto di Nick Fewings / Unsplash

La decrescita felice in punti

A spiegare bene cos’è la decrescita felice ci pensa quindi proprio il movimento fondato da Pallante con un riassunto in pochi punti tutto ciò che di positivo e utile c’è in questo paradigma di vita.

  1. Cambiamento di paradigma culturale, diverso sistema di valori, diversa concezione del mondo, alternativa radicale al sistema di valori della crescita illimitata.
  2. Vivere meglio consumando meno.
  3. Consapevolezza della necessità e della bellezza di rallentare, proteggere la natura, gli animali e l’ambiente.
  4. Rifiuto razionale di ciò che non serve.
  5. Rivoluzione culturale che privilegia le valutazioni qualitative sulle misurazioni quantitative.
  6. Rivoluzione dolce finalizzata a sviluppare le innovazioni tecnologiche che diminuiscono il consumo di risorse, l’inquinamento e le quantità di rifiuti per unità di prodotto.
  7. Rapporti umani che privilegino convivialità e collaborazione piuttosto che competizione.
  8. Percorso di consapevole sufficienza per superare l’abuso delle risorse del pianeta.
  9. Riduzione del consumo delle merci che si possono sostituire con beni autoprodotti.
  10. Benessere fisico e spirituale collettivo e individuale.

Il dossier Il tempo della decrescita felice del Movimento

Il Movimento per la Decrescita Felice, organizzazione nata da più di dieci anni e oggi composta da venti circoli diffusi su tutto il territorio nazionale, ha diffuso il documento, liberamente scaricabile, che raccoglie i principali studi, ricerche, saggi che hanno riportato il tema della decrescita alla ribalta negli ultimi anni, a cavallo della pandemia. Il dossier recupera lavori scientifici usciti su riviste come Nature, oppure diffusi da istituzioni come l’Agenzia Europea per l’Ambiente o lo European Environmental Bureau. Si tratta di testi che aiutano il lettore a comprendere la solidità dell’impostazione teorica della decrescita, dalla critica alla crescita verde – un concetto che anima le politiche internazionali da un ventennio senza aver mai dato risultati – alla proposta di includere la decrescita negli scenari di riduzione delle emissioni realizzati dall’IPCC, che oggi si basano spesso su un tecno-ottimismo tutto da provare.

“Il fallimento della COP26 di Glasgow – dicono gli attivisti – è l’ennesima riprova che il modello di sviluppo e di pensiero cui ci siamo affidati fino ad oggi non è in grado di risolvere i problemi strutturali che attanagliano le nostre società. Fra crescita delle diseguaglianze, politiche securitarie, crisi economica, pandemia ed emergenza climatica, mai come oggi il nostro sistema sociale è stato sull’orlo del collasso. Urge un cambiamento di prospettiva che abbracci il livello istituzionale ma anche quello personale. I nostri comportamenti, le nostre abitudini, devono cambiare, e devono essere incoraggiati da politiche pubbliche orientate al pieno dispiegamento dei diritti, al benessere umano e alla cura dei sistemi ecologici.

Maria Enza Giannetto

© Riproduzione riservata
Altri contenuti su questi temi: , ,
Continua a leggere questo articolo: