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Parto in casa: l’antica pratica torna in voga dopo il Covid

L'antica pratica, ancora abbastanza diffusa nei paesi del Nord Europa, piace a molte donne italiane. Anche se partorire in ospedale è più sicuro, dicono i medici

Fabio Di Todaro
12 Giugno 2020

La tendenza era in ripresa già da qualche anno. L’emergenza Covid-19 ha fatto il resto. Cresce, tra le donne in gravidanza senza particolari problemi, il desiderio di mettere al mondo il proprio figlio tra le mura domestiche. Questa tendenza, che in Italia si stima essere intorno allo 0.05-0.1 per cento, sembra essere cresciuta negli ultimi mesi a causa della volontà di evitare gli ospedali. Un aspetto che ha riguardato anche situazioni ben più complesse, come quelle dei pazienti colpiti da un infarto. Da qui la necessità avvertita dalla comunità dei neonatologi italiani di rassicurare le gestanti. «L’ospedale è sempre il posto più sicuro dove partorire sottolinea Fabio Mosca, primario della terapia intensiva neonatale dell’ospedale Maggiore Policlinico di Milano, al vertice della Società Italiana di Neonatologia -. Anche in tempo di coronavirus, i nostri punti nascita sono più che mai protetti, con personale dedicato e percorsi separati per accettazione ostetrica, sale parto, puerperio e nido».

parto in casa ostetrica gravidanza

Foto: 123RF.com

Che cos’è il parto in casa

Fino agli anni ’50, le donne partorivano in casa, assistite in genere dall’ostetrica, meno frequentemente dal medico, e si recavano in ospedale solo se vi erano rischi evidenti. Nei decenni successivi le nascite sono avvenute sempre più spesso in ospedale, fino a fare scomparire quasi del tutto il parto in casa. Negli ultimi anni, in Italia, anche se in una percentuale poco significativa, continuano ad aumentare le donne che scelgono questa antica pratica. Nella gran parte dei Paesi europei meno dell’1% delle nascite si verifica a casa. Il parto in casa è più frequente in Scozia (1,4%), Islanda (1,8%), Inghilterra (2,7%), Galles (3,7%) e soprattutto in Olanda (16,3%). Una domanda che ci viene posta sempre più frequentemente è se sia meglio partorire a casa o in ospedale. I fautori del parto al di fuori dell’ospedale sottolineano i vantaggi soprattutto psicologici, opzione questa che si inserisce in un quadro di scelte più naturali e meno medicalizzate. La maggior parte delle donne sane partorisce a termine senza problemi e quindi la gran parte delle nascite potrebbe realizzarsi senza la necessità di interventi medici. Ma va sempre tenuto presente che anche nelle condizioni ideali non si può escludere, con assoluta certezza, l’eventualità che insorgano delle complicazioni, che potrebbero mettere a rischio la salute della mamma e del bambino.

Perchè le donne optano per il parto in casa

Oggi, complice la pandemia di Covid-19, il desiderio di partorire in casa sta tornando a crescere tra le gestanti. Al di là di una visione più olistica della gravidanza, del desiderio di avere maggiore padronanza del proprio corpo senza il condizionamento di interferenze mediche, della volontà di decidere autonomamente di partorire in un ambiente più intimo e confortevole, la paura del contagio e la necessità di dover spesso trascorrere da sole i 2-3 giorni di degenza in ospedale (se non subentrano complicanze) sono le due motivazioni che stanno spingendo molte donne a questo ritorno al passato. Ci sono diversi motivi che spingono alla scelta del parto in casa. Secondo la Società Italiana di Neonatologia, che comprende queste ragioni, la strada più corretta è sicuramente quella di «demedicalizzare l’evento nascita negli ospedali». Ma per ragioni di sicurezza, «la cura del neonato deve essere comunque affidata esclusivamente al pediatra neonatologo, il quale dovrà coordinare i professionisti sanitari formati per l’assistenza al neonato, al fine di tutelarne la salute». Nei primi giorni di vita, proprio per evitare che possano sfuggire problematiche inizialmente poco evidenti, il neonato viene sottoposto ad una serie di screening e di valutazioni cliniche (screening metabolico allargato, lo screening per le cardiopatie congenite, lo screening audiologico, il test del riflesso rosso, la valutazione ed il monitoraggio dell’iperbilirubinemia e ipoglicemia, calo ponderale) che proseguono durante la degenza e che permettono di dimetterlo in sicurezza. Tutte attività che, in molti casi, appaiono molto difficili, se non impossibili, da attuare a domicilio.

Parto in casa: ritorno al passato. Ma partorire in ospedale è la soluzione più sicura

Gli studi pubblicati sulla pratica del parto in casa presentano numerose limitazioni metodologiche legate alla piccola dimensione del campione, alla mancanza di un gruppo di controllo adeguato, alla difficoltà a distinguere tra parti in casa pianificati e non, nonché all’eterogeneità nelle competenze e nella formazione del personale di assistenza al parto. Per evitare i dubbi, legati a queste problematiche metodologiche, una ricerca condotta negli Stati Uniti su un campione di circa 80mila gravidanze che includevano solo mamme e bambini sani e senza fattori di rischio. Sono stati esclusi dall’analisi parti gemellari, podalici e prematuri e bambini con difetti congeniti. Dai risultati, pubblicati sulla rivista scientifica «Plos One» è emersa una differenza significativa fra chi aveva deciso di partorire in ospedale e chi aveva pianificato la nascita a casa o in una struttura dove non sono presenti medici (le cosiddette «case delle ostetriche»). Nel primo caso la mortalità perinatale e neonatale è stata di 1,8 e 0.6 per mille parti, mentre tra coloro che avevano scelto la nascita a casa, la mortalità aumentava a 3.9 e 1.6 per mille parti. In ogni caso, come dichiarato dagli autori, i rischi di morte erano bassi in entrambi i gruppi. Va però sottolineato che seicento donne che volevano partorire a casa (un sesto del totale di questo sotto gruppo) avevano dovuto ricorrere all’ospedale per complicanze sopraggiunte durante il travaglio domestico. In questi casi, infatti, diventa necessario un immediato trasferimento in ospedale, non sempre facile da realizzare soprattutto in condizioni di emergenza.

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Foto: 123RF.com

Parto tra le mura domestiche: un’alternativa non per tutte

Se la volontà di una mamma è, comunque, quella di partorire in casa, per affrontare la nascita nelle condizioni di maggiore sicurezza possibile, occorre che entrambi i genitori siano sempre adeguatamente informati dei potenziali rischi e delle limitazioni di questa tipologia di parto e che lo si pianifichi tenendo conto delle caratteristiche compatibili con una nascita a basso rischio. Secondo la maggior parte delle linee guida internazionali i criteri di selezione per le candidate al parto in casa includono: l’assenza di malattie materne preesistenti e nel corso della gravidanza, un’età non superiore a 35 anni, la nascita di un solo bambino, l’età gestazionale (37-41 settimane) e la presentazione cefalica del neonato. A queste indicazioni si aggiungono le linee guida recentemente aggiornate dell’American Academy of Pediatrics, che raccomandano a coloro che programmano un parto in casa di considerare alcuni criteri: una gravidanza a basso rischio, la disponibilità di personale certificato in assistenza alla nascita (di cui almeno uno con un’adeguata formazione e le attrezzature necessarie alla rianimazione del bambino), di una rete prestabilita di soccorso urgente in caso di trasferimento in ospedale e la garanzia che l’assistenza ai bambini nati a casa sia coerente con quella prevista per i bambini nati in una struttura medica

Twitter @fabioditodaro

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