Wise Society : Alla scoperta delle bevande NoLo, dal vino dealcolato alla birra 0.0

Alla scoperta delle bevande NoLo, dal vino dealcolato alla birra 0.0

di Valentina Neri
5 Maggio 2026

Anche in Italia iniziano a farsi spazio le bevande NoLo (no or low alcohol): vediamo meglio di cosa si tratta e quali sono i pro e i contro, anche a livello nutrizionale

Le birre analcoliche occupano da decenni gli scaffali dei supermercati, ma negli ultimi anni sono in buona compagnia: accanto a loro c’è più spazio per distillati 0.0, vini dealcolati e aperitivi analcolici sofisticati, mentre le rivisitazioni dei cocktail in chiave “virgin” entrano a pieno titolo nei menu dei pub. Si parla di bevande NoLo, no or low alcohol, per descrivere le varie alternative agli alcolici tradizionali. Di per sé, ridurre il consumo di alcol è una scelta saggia, purché sia consapevole: per questo vale la pena conoscere più da vicino le bevande dealcolate, con i loro pro e contro.

Bevande Nolo

Foto Shutterstock

Alcool free, dealcolato, low alcohol: le bevande NoLo non sono tutte uguali

Innanzitutto, è opportuno fare i dovuti distinguo. Quando si sente parlare di dealcolato, ci si riferisce a bevande che nascono da una fermentazione alcolica tradizionale – per esempio vino o birra – e da cui l’alcol viene rimosso in una fase successiva.

Viceversa, le bevande alcol free o 0.0 non sempre derivano da un prodotto alcolico: possono essere create direttamente senza fermentazione oppure con processi che limitano la formazione di alcol. Rientrano in questa categoria la kombucha, il tè fermentato arrivato dall’Oriente e ormai molto popolare anche in Italia, la ginger beer artigianale fermentata, il kefir d’acqua, il Kvass (fermentato a base di segale tipico del nord Europa) e il messicano Tepache, a base di ananas. In questo parorama, insomma, esistono tantissime varianti. Ne troviamo alcune qui sotto, opportunamente spiegate.

Cosa significa vino dealcolizzato

In Italia, si può parlare di “vino” soltanto se la gradazione alcolica ammonta almeno al 9% in volume. La normativa europea di riferimento (regolamento 2021/2117) impone di presentare il prodotto come vino parzialmente dealcolizzato quando, attraverso interventi ad hoc, la gradazione alcolica è ridotta rispetto all’originale. Quando invece il contenuto di alcol non supera lo 0,5% in volume, si tratta di vino dealcolizzato. Questo risultato si può ottenere mediante varie tecnologie, come distillazione o evaporazione sottovuoto, osmosi inversa e altri sistemi di filtrazione a membrana, che permettono di separare l’etanolo dal resto del liquido cercando di preservarne aromi e struttura.

Che differenza c’è tra birra analcolica e 0.0%

Nel caso della birra, la situazione è leggermente diversa. In Italia, per legge, una birra può essere definita “analcolica” anche se contiene piccole quantità di alcol, fino a circa 1,2% in volume. Per questo, se si vuole evitare completamente l’alcol, bisogna cercare in etichetta la dicitura “0.0%”. In aggiunta alle tecniche già citate con riferimento ai vini, per produrre una birra analcolica si può intervenire anche a monte sul processo di fermentazione, per esempio interrompendola attraverso un brusco abbassamento della temperatura oppure usando ceppi di lievito che non fermentano il maltosio.

Vino dealcolato

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Il business delle bevande NoLo e le nuove abitudini di consumo

A livello globale, il mercato delle bevande NoLo vale 2,4 miliardi di dollari ed è proiettato verso i 3,3 miliardi. È quanto emerge dall’analisi condotta dall’Osservatorio del Vino UIV-Vinitaly su dati IWSR (International Wine and Spirits Record).

Ancora più promettente il tasso di crescita annuale composto (Cagr), stimato per l’8% a valore e il 7% a volume tra il 2024 e il 2028, proprio mentre quello del vino è stabile o vede una leggera flessione. Il mercato, tuttavia, è ancora concentrato in un gruppo molto ristretto di Paesi. Gli Stati Uniti, da soli, rappresentano infatti il 63% delle vendite a valore, seguiti dalla Germania col 10%, da Regno Unito e Australia (entrambi a quota 4%) e dalla Francia con il 2%. In Italia le vendite ammontano a 3,3 milioni di dollari, appena lo 0,1% rispetto al totale del vino, ma si stima possano raggiungere i 15 milioni nell’arco di appena quattro anni.

La produzione di vino dealcolato in Italia

In Italia, è lecito attendersi che il comparto cresca anche perché da poco è possibile produrre vino dealcolato, e non solo importarlo dall’estero. A livello europeo, in realtà, gli standard per la produzione e la commercializzazione di vini dealcolati esistono da ben prima, con la direttiva 2021/2117. Nonostante ciò, l’Italia a lungo è rimasta priva di un regime fiscale specifico per il processo di dealcolazione, che risulta però indispensabile perché dal processo si ottiene alcol etilico separato, soggetto ad accisa. Il che significa che le cantine erano di fatto impossibilitate a trattare i vini per ridurre il loro contenuto di alcol. Solo alla fine del 2025 un decreto interministerialeha colmato questo vuoto, istituendo un regime fiscale ad hoc.

Bottiglia di vino dealcolato

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Ma dealcolato significa sano? Parola al nutrizionista

Ma quando da una bevanda viene rimosso l’alcol, come cambia la sua composizione nutrizionale? “Ci sono vari metodi: tra i più frequenti ci sono la distillazione e le tecniche con membrana”, risponde il dottor Giuliano Parpaglioni, nutrizionista che riceve a Brescia e a Roma. “Dal punto di vista nutrizionale, dovrebbe cambiare poco. Piuttosto, quello che cambia è sicuramente l’esperienza, perché l’alcol è una componente molto importante del sapore della bevanda, quindi non è possibile aspettarsi qualcosa di analogo come sensazioni. Sono semplicemente prodotti diversi. Inoltre l’alcol impedisce la formazione di molta della crescita batterica pericolosa, quindi eliminandolo bisogna necessariamente pastorizzare il prodotto, un po’ come si fa con il latte, e anche la conservazione ne risente”.

In generale, il dottor Parlaglioni consiglia di “non preoccuparsi del profilo nutrizionale di queste bevande, perché le quantità di molecole positive sono comunque piuttosto basse: se cerchiamo degli antiossidanti è meglio rivolgersi a frutta e verdura”.

Piuttosto, vale la pena di “controllare bene l’etichetta riguardo alla gradazione alcolica: esistono prodotti parzialmente o totalmente dealcolati, e potrebbe essere una distinzione importante in certe situazioni, ad esempio se si prevede di guidare. In caso di gravidanza, ovviamente, il tasso alcolico della bevanda deve essere zero”.

Insomma: in una dieta equilibrata può esserci spazio anche per le bevande dealcolate. Se non altro perché aiutano a ridimensionare il ruolo degli alcolici. “Le bevande dealcolate, a seconda del tasso alcolico contenuto in esse, possono essere un modo per ridurre il consumo di alcol o eliminarlo totalmente e poter bere una bevanda leggera a ogni pasto”, conclude il nutrizionista. “Di per sé, il vino è importante soprattutto nelle occasioni sociali: non è indispensabile durante i pasti né durante la giornata tipo. Se lo si consuma dealcolato, può rimanere una bevanda per le occasioni importanti senza i problemi legati all’alcol”.

Ridurre il consumo di alcol è una questione di salute pubblica

Quando si discute dei pro e dei contro delle bevande NoLo, bisogna partire da un punto fermo: l’alcol crea dipendenza e aumenta il rischio di danni cerebrali, patologie cardiovascolari, cirrosi epatica, pancreatite e cancro. L’entità di questi rischi aumenta sulla base delle caratteristiche individuali e della quantità di alcol ingerita, tant’è che esistono indicazioni specifiche modulate sul genere e sull’età. A livello scientifico non esiste, però, un quantitativo di alcol ritenuto sicuro.

Quindi, mettere facilmente a disposizione – soprattutto nelle occasioni sociali – bevande dealcolate è di per sé una scelta virtuosa, soprattutto nei confronti di donne in gravidanza e altre categorie vulnerabili. Tant’è che anche l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) la raccomanda. Questo, però, a patto che sia ben chiaro quali bevande sono totalmente prive di alcol e quali lo contengono, anche in piccole quantità.

Una lunga analisi pubblicata sul British Medial Journal mette però in guardia da un altro aspetto: spesso le bevande NoLo sono prodotte dalle stesse aziende che vendono alcolici. Questo consente ai marchi dell’alcol di promuoversi anche in contesti dove la pubblicità delle bevande alcoliche sarebbe limitata o vietata. Il rischio, osservano gli autori, è che soprattutto tra i minorenni il marketing delle versioni NoLo finisca per rafforzare la familiarità con quei brand e, indirettamente, incentivare il consumo di alcol.

Valentina Neri

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