Secondo le Nazioni Unite, quello che sta succedendo a Gaza è genocidio. Nonostante ciò, denuncia Amnesty International, le aziende continuano a fare affari con Israele
Quello che Israele sta perpetrando nella Striscia di Gaza è genocidio. A dirlo è la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati (Coi), nelle pagine di un rapporto presentato il 16 settembre alla 60ª sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite. Di fronte a quasi due anni di spietata aggressione ai danni della popolazione civile, in aperta violazione dei principi basilari del diritto internazionale, non si è però assistito a una reale presa di distanza de parte di Stati, istituzioni pubbliche e aziende a livello globale. Lo denuncia Amnesty International, mettendo nero su bianco i nomi di quindici aziende che ritiene complici di Israele.

Gaza nel 2025 – Foto Shutterstock
Quali sono le responsabilità delle aziende secondo Amnesty International
Ma in che senso le aziende private possono essere ricollegate ai crimini commessi da Israele a Gaza? Perché, dichiara la segretaria generale di Amnesty International Agnès Callamard,
“23 mesi di incessanti bombardamenti e di genocidio hanno avuto bisogno di continue forniture di armi e strumenti di sorveglianza, grazie a relazioni commerciali privilegiate e alla prontezza degli stati e delle aziende a ignorare l’indifendibile”.
In altre parole gli operatori economici, nonostante ciò che stava succedendo, hanno mantenuto vive le relazioni commerciali con Tel Aviv. Un atteggiamento diametralmente opposto a quello verificatosi, per citare un altro esempio recente, all’indomani dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. All’epoca, seppure con molti limiti, l’Unione europea impose immediatamente pesanti sanzioni e le multinazionali scelsero di lasciare il Paese, cedendo o fermando le proprie attività.

Bombardamento su Rafah nel 2024 – Foto shutterstock
Quali aziende sono ritenute complici di Israele e perché
Per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, Amnesty International ha quindi voluto rendere nota una lista – “illustrativa, preliminare e non esaustiva” – di quindici aziende che continuano a lavorare con Israele. A partire da quelle della difesa, come Boeing: le sue bombe e i suoi kit di montaggio sono stati impiegati negli attacchi aerei illegali sulla Striscia di Gaza occupata. Ma anche Lockheed Martin che, si legge, “ha fornito e dato assistenza alla crescente flotta di aerei da combattimento F-16 ed F-15, la spina dorsale dell’aviazione israeliana, usati in modo esteso nei bombardamenti di Gaza”.
L’esercito si rifornisce anche dalle aziende locali Elbit Systems, Rafael Advanced Defense Systems e IAI: l’unica ad avere risposto alle richieste di chiarimento di Amnesty International è Elbit Systems, che sostiene di agire nella piena legalità.
Ma Israele non ha bisogno solo di armi. Altrettanto decisivi sono i sistemi di sorveglianza, forniti dalla cinese Hikvision e dall’israeliana Corsight, e le piattaforme di intelligenza artificiale della statunitense Palantir Technologies.
Un altro capitolo è quello delle infrastrutture, con Mekorot (sempre israeliana) che controlla le reti idriche in Cisgiordania, la spagnola CAF che sta sviluppando la metropolitana di superficie di Gerusalemme e HD Hyundai che fabbrica e ripara i macchinari pesanti usati per le demolizioni. Tutto ciò a sfavore della popolazione palestinese.
Ma ci sono anche nomi inaspettati. Già nel 2019 Amnesty International aveva fatto appello alle grandi piattaforme turistiche Airbnb, Booking.com, Expedia e Tripadvisor. Queste ultime, infatti, continuano a offrire e pubblicizzare alloggi e pacchetti turistici situati all’interno degli insediamenti israeliani in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, “normalizzandoli” nonostante siano considerati illegali dalla Quarta Convenzione di Ginevra e da numerose risoluzioni Onu.

Carro armato a Gaza – Foto Shutterstock
Microsoft sospende l’uso del cloud Azure per sorvegliare i palestinesi
Ci sono anche aziende che, travolte dalle polemiche, hanno deciso di agire. È il caso di Microsoft, citata non in questo rapporto di Amnesty International bensì in un’inchiesta del quotidiano britannico Guardian. I giornalisti sono riusciti infatti a dimostrare che l’esercito israeliano utilizzava la piattaforma cloud Azure per tracciare e intercettare quotidianamente i civili palestinesi, i cui dati restavano archiviati nei data center olandesi di Microsoft. Il che costituiva anche un’aperta violazione dei termini di servizio della piattaforma, avvenuta all’insaputa dell’azienda stessa.
I dipendenti di Microsoft si sono mobilitati, rifiutandosi di collaborare – seppure indirettamente e involontariamente – alla sorveglianza di massa di civili incolpevoli. E, alla fine, hanno avuto la meglio quando il colosso di Redmond ha bloccato l’accesso ad Azure da parte dell’esercito israeliano. Dimostrando che si può agire per non essere più complici: basta volerlo.
Valentina Neri

