Lo spiega il professor Vittorio Emanuele Parsi, fra i massimi esperti italiani di geopolitica internazionale
L’intervento militare lampo in Venezuela e l’arresto di Nicolás Maduro, presidente in carica del Paese latino-americano, da parte dell’Amministrazione Trump ha colto un po’ tutti di sorpresa ed apre scenari non del tutto prevedibili a livello globale. Ma cosa nasconde questa operazione? Quali i motivi nascosti di una tale mossa americana e quali sono i maggiori rischi a livello globale per le possibili conseguenze che ciò potrebbe avere sugli equilibri con altre superpotenze come Cina e Russia? Ne abbiamo parlato con uno dei massimi esperti di geopolitica internazionale, Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali a Milano e consulente e membro di importanti istituzioni strategiche proprio in questo ambito.

Vittorio Emanuele Parsi
Cosa ne pensa di quanto sta succedendo in Venezuela?
Al di là dell’esultanza per la l’operazione ben condotta, come dicono da Washington, anzi da Mar-a-lago, l’unica certezza è che non sappiamo che succederà in Venezuela. Trump ha già scaricato l’opposizione interna perché vuole dei pupazzi, non vuole degli esponenti dell’attivismo locale…
Trump ha violato ogni accordo internazionale, si potrebbe trovare una somiglianza fra quanto ha fatto Putin con l’Ucraina o quanto potrebbe fare la Cina con Taiwan?
Non c’è dubbio che quello che ha fatto Trump assomiglia a quello che ha fatto Putin, al di là del fatto che la natura del governo ucraino – democratico e legittimo – è diversa dalla natura del regime di Maduro, non democratico e non legittimo, ma resta il fatto che indirettamente ha fornito una sorta di legittimazione a quello che ha fatto Putin.
Ed è altrettanto vero che la Cina trarrà la riflessione che evidentemente chi è più forte può fare quello che vuole, quindi nulla potrebbe escludere che la Cina muova rapidamente verso Taiwan mentre l’America è impegnata altrove, in una situazione in cui, dopo quanto appena accaduto in Venezuela, non si potrebbe neppure protestare, senza dimenticare che gli Stati Uniti hanno pochissimi alleati oltretutto.
Quali i motivi manifesti e nascosti di una tale mossa dell’Amministrazione Trump?
I motivi mi sembrano piuttosto chiari: il petrolio, visto che il Venezuela detiene una delle più alte riserve di petrolio, oltre a gas, terre rare e quant’altro. La droga è un paravento. Il flusso di droga attraverso il Venezuela è, d’altronde, infinitamente minore rispetto a quello che risale attraverso le rotte del Pacifico o il Messico…
È chiaro che in qualche misura mettere le mani su questo dà anche agli Stati Uniti la possibilità di avere più peso sul mercato del petrolio e sul divenire dei prezzi. Ma credo che poi ci sia anche il discorso di qualche arricchimento personale perché con Trump queste cose le conosciamo ormai.
Quali sono i maggiori rischi a livello globale dell’intervento Usa in Venezuela?
Le conseguenze più gravi sono quelle esattamente di sdoganare il fatto che chi è più forte fa quello che vuole, che il diritto, la prassi, le norme non contano più niente, che la Carta delle Nazioni Unite è stracciata. Questo ci conduce in un mondo che è inevitabilmente più rischioso e pericoloso, più incline alla guerra, un mondo in cui il rischio di una guerra generalizzata aumenta. E non perché come in Ucraina si difende il diritto contro la violenza, ma perché si afferma la violenza a prescindere, contro ogni diritto.
Come cambiano gli equilibri con le altre superpotenze, quindi Cina e Russia?
A livello dei rapporti tra le tre superpotenze, ci viene raccontato un mondo in cui contano solo loro. Questo fa piazza pulita di chi credeva che saremmo andati verso un mondo più equo. Non è così. Stiamo andando verso la riedizione del vecchio, sconcertante e corrotto concetto delle potenze che in Europa abbiamo conosciuto tra ‘800 e ‘900, con i risultati disastrosi che tutti conosciamo. L’idea che le grandi potenze si mettano d’accordo e che questo riduca la conflittualità è una balla!
Le grandi potenze inizieranno a litigare tra di loro per definire le sfere di influenza e, prima o poi, il rischio di conflitto si materializzerà, se questa è la logica. Era solo il diritto internazionale, insieme alla convergenza su alcuni principi liberali, ad aver in qualche modo civilizzato il mondo. Ora si torna ai rapporti di forza, si torna alla barbarie.
C’è però un altro elemento: la Cina e la Russia, ma soprattutto la Russia, escono molto relativizzate da questo quadro. La Russia ha dovuto ingoiare, nell’arco di pochi anni, senza poter dire nulla, la perdita della Siria e dell’Iran, e ora anche quella del Venezuela. Tutta la prosopopea – come avrebbe detto mia nonna! – di Putin sul ritorno dell’impero russo si rivela quindi una fregnaccia globale, alla quale possono credere solo Conte, Salvini e Vannacci, oltre a Travaglio e qualcun altro.
Per quanto riguarda la Cina, il discorso è un po’ diverso, ma anche lì, la crescita cinese qual è? È davvero del 5%, come sostengono loro, o molto meno? E questo sentiero del tentativo di continuare a esportare senza importare, in un mondo che mette i dazi, sta davvero determinando quanto pronosticato da Haushofer, prima ancora che da Lenin, sull’imperialismo come fase suprema, non solo del capitalismo, ma anche del capitalismo di Stato cinese.
E l’Europa in tutto ciò come si colloca e cosa dovrebbe fare? Si tratta di un’ulteriore dimostrazione del suo essere in qualche modo fuori dai giochi per quel che riguarda lo scacchiere geopolitico globale?
L’Europa ha la possibilità di capire che deve rapidamente muoversi per dotarsi di capacità militari in grado di dissuadere i bulli dal poter pensare che possono fare quello che vogliono. Dobbiamo difendere quei principi liberali in cui siamo cresciuti perché un mondo senza quei principi è un mondo ostile per noi ed è un mondo in cui non possiamo sopravvivere.
Dobbiamo cercare di stare uniti e fare quello che in sostanza ci ha ricordato nel suo discorso di Capodanno il presidente Mattarella: evitare di correre a sostenere le tesi dell’uno o dell’altra superpotenza imperiale in base alle nostre convenienze politico-ideologiche, ma rappresentare una luce di speranza per chi crede che, al di là dell’imperialismo, ci sia ancora possibilità di una coesistenza pacifica basata sui principi del rispetto reciproco, del rispetto della legge e sostanzialmente dei valori dell’umanesimo.
In questo contesto, forse si capisce meglio ciò che intendeva Benedetto XVI quando parlava della ragione e della fede, partendo dal metafisico e dallo spirituale per arrivare alla politica e all’etica: si tratta di poter mostrare che una strada diversa esiste e va intrapresa, per il bene di tutti. Questa, credo, sia la più grande sfida che ci aspetta!
Vincenzo Petraglia

