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Stefano Boeri: è ora di entrare in politica

Coabitazione, democrazia energetica e una nuova visione dell'agricoltura in città. Sono i tre pilastri dello sviluppo futuro secondo l'architetto che fino a ieri guidava i saggi dell'Expo 2015. E oggi si candida alle primarie, per diventare sindaco di Milano

di Maria Vittoria Capitanucci
29 marzo 2010

Bosco Verticale, Milano Italia 2007  (in corso)

«Ho sempre fatto l’architetto illudendomi di poter condizionare la sfera politica. Ma a volte l’unico modo per fare architettura è fare politica in modo diretto». Con queste parole, Stefano Boeri chiudeva, qualche mese fa, l’intervista a www.wise-society.com.

Oggi ha realizzato il grande passo: si proporrà alle primarie del centrosinistra per candidarsi a sindaco di Milano. Architetto-intellettuale attento alle problematiche socio-politiche del contemporaneo, Stefano Boeri è teorico, urbanista, professore di Disegno Urbano presso il Politecnico di Milano nonché visiting professor ad Harvard, MIT (Massachusetts Institute of Technology) e Berlage Institute. Con una fama che si estende ben oltre i confini nazionali, dal 2004 al 2007 è stato direttore della rivista Domus e da tre anni dirige Abitare. Boeri è anche il fondatore del network internazionale di ricerca Multiplicity, co-autore di volumi-icona come Mutations e, insieme a quattro altri “saggi”, ha recentemente ricevuto l’incarico di impostare le linee guida per il masterplan dell’Expo 2015 di Milano, dedicata al tema dell’alimentazione. Incarico che oggi, alla luce della sua candidatura a sindaco, si appresta a lasciare, per evitare incompatibilità.

Stefano Boeri, foto di Ricardo FranconeSono molti i progetti di Boeri Studio nell’area milanese: dalle nuove sedi di RCS e Siemens all’edificio per uffici alla Bicocca; dalla torre residenziale Bosco Verticale nell’area Garibaldi-Porta Nuova-Isola alla struttura sanitaria Cerba; da non dimenticare anche l’intervento di recupero dell’area dell’Arsenale nell’isola della Maddalena, in Sardegna, e l’edificio polifunzionale PACA Region a Marsiglia.

 

Quali sono secondo lei temi e linee guida per l’abitare del futuro?

 

I grandi temi dei prossimi anni saranno almeno tre. Innanzitutto quello della coabitazione come filosofia che risponda all’evoluzione della società: per condividere spazi abitativi, costi e spese, gestire insieme spazi anche senza appartenere allo stesso nucleo familiare. In questo senso cambia anche la definizione interna degli appartamenti: le stanze da letto divengono sempre più spazi complessi e autonomi, quasi dei monolocali, mentre le cucine diventano luoghi di interazione, dedicati alle relazioni. La coabitazione è insomma un nuovo modo di abitare che trasforma il design degli spazi interni e degli arredi.

 

Il secondo grande elemento è dato dal rapporto tra architettura, produzione e utilizzo di energia rinnovabile. Da questo punto di vista la parola d’ordine è quella di una visione democratica dei dispositivi energetici. In questo senso è esemplare il modello proposto dall’economista americano Jeremy Rifkin: città fatte di case ciascuna pensata come una piccola centrale energetica, capace di produrre geotermia, di assorbire energia solare e di accumularla utilizzando batterie a idrogeno per poi venderla, creando un sistema imprenditoriale autonomo, attraverso reti intelligenti locali. Un’idea fortissima che coinvolge anche la sfera socio-economico.

 

Il terzo tema è rappresentato infine dalla capacità di costruire la città dentro i suoi confini attuali. Sviluppo non vuole dire necessariamente crescita ed erosione progressiva del suolo agricolo e naturale: è necessario valorizzare l’agricoltura. Non potremo mai acquisire una consapevolezza dello spreco e del consumo di una risorsa come quella agricola se essa non diventerà un elemento riconoscibile di qualità estetica, sociale. Dobbiamo prenderci cura degli spazi intorno alla città, spazi ricchi di natura e di opportunità di lavoro, utili per chi vive in città. Ciò si accompagna all’idea che nelle città bisogna operare recuperando l’enorme patrimonio di edifici sfitti e invenduti: viviamo in città che sono per larga parte vuote mentre continuiamo a mangiare, con nuovi palazzi, territorio agricolo e spazi naturali.

 

Dunque i tre temi per il prossimo futuro possono essere riassunti in coabitazione, democrazia energetica e un nuovo rapporto tra agricoltura e città.

Expo Milano 2015, Milano

Una domanda d’obbligo. Lei è nel team di saggi coinvolti nel masterplan per l’Expo milanese del 2015, ci descrive le caratteristiche della vostra proposta?

 

Il concept plan che abbiamo elaborato insieme con Jacques Herzog, Ricky Burdett e William Mcdounoug non è solamente un’idea per l’area vicino alla città designata come sito per l’Expo e prevista vicino alla fiera Rho-Pero. Si tratta di qualcosa di più: un prototipo di spazio nuovo di agricoltura peri-urbana. Abbiamo proposto di realizzare, da qui al 2015 – e insisto da qui al 20015 perché non è un’operazione che si possa condurre in poco tempo o a ridosso del grande evento – un orto botanico planetario dove tutti i Paesi del mondo possano avere un pezzo di terreno uguale in cui coltivare e raccontare gli sforzi tecnologici e di recupero della biodiversità; in questo modo si potrà anche affrontare il tema della fame del mondo, della distribuzione più equa delle risorse, delle sementi, degli sforzi di ricerca e di avanzamento tecnologico nella sfida all’alimentazione.

Invece di pensare un sistema di padiglioni e produttori nel senso tradizionale, formula ormai morta anche in relazione al numero contenuto di visitatori delle ultime edizioni internazionali, abbiamo immaginato una Expo in cui il tema fosse incarnato nel luogo. Un luogo inedito, dove lo spettatore può osservare tutte le filiere produttive dell’alimentazione, arrivando a degustare tutti i cibi del mondo; un luogo unico caratterizzato dalla presenza di serre che riproducono le varie condizioni climatiche – dalla foresta tropicale alla tundra al deserto – del mondo. L’Expo deve essere un’eredità che viene lasciata alla città, una visione diversa del rapporto tra città e agricoltura come qualcosa di utile, fertile e capace di produrre qualità. L’Orto botanico planetario vorrei fosse prodotto dalla città ma che poi diventasse il regalo che l’Expo lascia a Milano.

 

Quali dei suoi valori vorrebbe che fossero recepiti dai suoi figli?

 

I valori non si trasmettono in modo didascalico ma per contatto, con la prossimità, l’acquisizione e l’assorbimento: la reazione avviene poi in base alle idiosincrasie e alle libertà individuali. I miei figli abitano con me e hanno la libertà di assumere o meno i temi che mi trovo ad affrontare. Del resto io ho lo studio e la casa sullo stesso pianerottolo, e spesso lo studio si confonde con l’abitazione e viceversa. Questa è stata per loro una fregatura e un’opportunità; il flusso di persone e idee ha generato una specie di grande bacino sulla base del quale hanno costruito la propria personalità anche seguendo traiettorie completamente differenti da quelle che io avevo immaginato per loro.

La Maddalena, Sardegna

Nel corso della sua vita professionale ha avuto modo di entrare in contatto con numerosi personaggi della cultura. C’è qualcuno che per lei ha rappresentato un modello?

 

L’elenco sarebbe davvero lungo, ma già che siamo a Milano penso a due personaggi che purtroppo non sono più con noi, e che sono stati importantissime per me. Uno è Giancarlo De Carlo da cui ho imparato molte cose e, soprattutto, il modo di tenere assieme la sfera personale e quella del lavoro in maniera etica. Affrontare la professione, con la necessaria trasparenza, saper raccontare e saper essere disponibile alla critica. De Carlo è stato unico, tutta la sua vita professionale è un grande racconto di vita, un romanzo, come dimostrano i suoi diari che spero un giorno siano pubblicati. Un altro personaggio, così diverso e così vicino a De Carlo, è Ettore Sottsass. Sottsass era un genio, un personaggio unico, e la cosa che di lui mi ha sempre impressionato maggiormente era la capacità di costruire laboratori dovunque: in una stanza di ospedale, in uno studio, in una redazione. A volte erano spazi fisici, ma a volte erano delle associazioni, a volte delle riviste, spazi in cui aveva una regia intelligente, inclusiva. Aveva la capacità di scegliere persone straordinarie e guidarle da dietro le quinte; in questo modo ha prodotto un’innovazione fortissima nella cultura italiana: nell’editoria, negli oggetti, creando nuove modalità nella scrittura e nel disegno. È stato insomma uno dei grandi innovatori del secolo scorso in cui ancora una volta era predominate un’etica forte tra privato e professione.

 

Qual è il progetto che la rappresenta di più?


Il progetto che più mi rappresenta è anche il più controverso, quello che in questi giorni è diventato un po’ il simbolo di una vicenda di corruzione: la Casa del Mare alla Maddalena (attualmente il cantiere è fermo per via delle inchieste in corso, ndr). Un progetto che porta con sé una triste scia di eventi illegali. In verità è stato realizzato con la collaborazione di circa 30 architetti italiani che hanno investito passione e competenze per dare vita all’idea di Soru di trasformare un arsenale inquinato, quello della Maddalena, in un polo nautico polivalente. Abbiamo costruito in 10 mesi qualcosa che di solito avrebbe necessitato dieci anni di lavori: per questo le indegne vicende verificatesi intorno a noi, a nostra completa insaputa, non devono e non possono compromettere un lavoro di grande qualità da cui, lo sottolineo, mi sento totalmente rappresentato nonostante le problematiche che hanno coinvolto la vicenda del G8.

 

Un progetto per il futuro?


Ho sempre fatto l’architetto illudendomi di poter in qualche modo condizionare la sfera politica. Potrebbe anche essere che, a un certo punto, ci siamo le condizioni per fare una scelta diversa: a volte l’unico modo per fare architettura è fare politica in modo diretto. Non lo so, forse può succedere…

 

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