Wise Society : Stefania Andreoli e il lato oscuro delle famiglie “perfette”
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Stefania Andreoli e il lato oscuro delle famiglie “perfette”

di Vincenzo Petraglia
5 Maggio 2026

Cosa si nasconde davvero dietro una “buona famiglia” e perché il benessere delle persone non coincide con la perfezione? E quanto azzerare il conflitto per salvare le apparenze può essere pericoloso? Lo spiega la nota psicologa e psicoterapeuta nel suo ultimo libro

Esiste la famiglia perfetta? Azzerare il conflitto è qualcosa di positivo o di altamente deleterio per gli equilibri familiari? E i ragazzi che si armano e che sono sempre più spesso protagonisti di episodi di violenza giovanile sono cattivi o sono invece in qualche modo sofferenti e bisognosi d’aiuto e di ascolto? Nel suo primo romanzo, Un’ottima famiglia (Ed. Rizzoli, 2026), che segue la pubblicazione di molti saggi di successo, Stefania Andreoli, psicologa e psicoterapeuta, porta nel mondo della narrativa un tema che attraversa spesso il suo lavoro clinico: cosa significa davvero benessere familiare, al di là delle apparenze

Presidentessa dell’Associazione Alice Ets, che accompagna genitori, figli ed educatori nel loro percorso di crescita, lavora da sempre con gli adolescenti, le famiglie e la scuola e il risultato di questo suo libro è un racconto coinvolgente, a tratti disturbante e, soprattutto, profondamente attuale, anche alla luce della presenza sempre più diffusa di disagio psicologico fra i giovani e non solo. Un racconto che ribalta molte delle nostre certezze educative e che mette in discussione uno dei miti più radicati della nostra società: quello della famiglia perfetta.

La psicologa Stefania Andreoli

Stefania Andreoli è psicologa e psicoterapeuta che da anni lavora con ragazzi, scuola e famiglie.

Quando la perfezione diventa una maschera

La storia raccontata in Un’ottima famiglia (Ed. Rizzoli, 2026) si apre con un fatto di cronaca drammatico: un bambino di otto anni, Filippo Costa, viene accoltellato nella sua stessa casa. A raccontare è Giulia, diciassette anni, amica di famiglia, che si ritrova improvvisamente coinvolta nelle indagini. I Costa, però, non sono una famiglia qualunque: rappresentano il modello ideale, quello che tutti riconoscono come “giusto”: ordine, educazione, alimentazione sana, equilibrio. Tutto sembra funzionare. Eppure, spiega la Andreoli, «il male può nascere anche dove tutto sembra perfetto», insinuandosi proprio in quei contesti dove nulla appare fuori posto.

Il vuoto dietro l’equilibrio

Man mano che la narrazione si sviluppa, emerge una realtà più complessa. La quotidianità dei Costa è regolata da un controllo costante, da aspettative alte e da una gestione delle emozioni quasi assente. Non ci sono urla, non ci sono conflitti espliciti, ma neppure spazio per l’imperfezione.

copertina libro Andreoli

Il romanzo pone svariati interrogativi e invita ciascuno di noi a riflettere sulla propria vita e le proprie relazioni.

“Il punto è che per capire i Costa”, riflette Giulia nel romanzo, “non basta conoscerli. Devi frequentarli nella quotidianità, nell’intimità della loro casa, immergerti nelle loro abitudini, nei loro schemi mentali, per giorni, mesi, anni, e poi, proprio quando pensi di sapere tutto, allontanarti, prendere le distanze, rimettere in fila le informazioni e analizzarle come farebbe un antropologo con una comunità isolata e sperduta. Allora sì che il giudizio sarà reso libero da condizionamenti. Forse vale per tutte le famiglie”.

È qui che il romanzo tocca uno dei suoi temi centrali: il benessere delle famiglie, e in generale delle persone, non coincide con l’assenza di problemi, ma con la capacità di riconoscere e attraversare le emozioni.

Educazione, controllo e disagio che non si vede

Stefania Andreoli mette sotto la lente un modello educativo sempre più diffuso: quello basato su performance, organizzazione e perfezione. I figli non hanno tempo libero, ogni attività è pianificata, ogni errore viene corretto. Anche le punizioni assumono forme sottili ma incisive.

In questo contesto, spiega l’autrice, il rischio è quello di creare un vuoto emotivo profondo, dove i bisogni non trovano voce.

Il personaggio di Cristian, ad esempio, il figlio maggiore, incarna perfettamente questa frattura. Sensibile, fragile, incapace di aderire agli standard familiari, vive un senso crescente di inadeguatezza che lo porterà a un gesto estremo. Un sentire che, ha più volte sottolineato Stefania Andreoli, «interessa sempre più giovani oggi, posti costantemente sotto pressione dalle aspettative dei propri genitori».

Ancora un passaggio del libro è illuminante in tal senso: “Il disagio nasceva da qui”, racconta Giulia nel romanzo, “da un padre che non sapeva comunicare se non con l’autoritarismo e da una madre che, dietro la modernità, si vergognava delle fragilità del figlio”. Christian non cerca di distruggere, ma di comunicare. Di rompere una finzione. Come emerge nel libro, il suo gesto è un tentativo disperato di affermare che “fosse tutto finto”.

famiglia

Foto: Mike Scheid / Unsplash

La banalità del male e il conflitto nelle relazioni quotidiane

Uno degli aspetti più interessanti del romanzo è proprio questo: il male non viene rappresentato come qualcosa di eccezionale o mostruoso, ma come il risultato di piccole omissioni, di disattenzioni emotive, di schemi relazionali rigidi.

«Il vuoto, l’indifferenza, l’assenza di senso diventano elementi centrali nella costruzione del disagio». Andreoli ci invita così a riconoscere che anche le famiglie più “funzionanti” possono nascondere fragilità profonde. E che il vero rischio non è il conflitto, ma la sua negazione.

Il conflitto, se attraversato e poi elaborato attraverso il confronto e la ricomposizione, rappresenta un vero allenamento emotivo per affrontare la realtà. In sua assenza, rabbia e vissuti negativi non si dissolvono: restano compressi e finiscono per trovare altre vie, spesso meno sane, per emergere.

Il primato dell’apparenza, suggerisce il libro, che va oltre la cronaca e diventa riflessione collettiva, può diventare un ostacolo alla felicità reale. E il benessere, quello autentico, passa dalla possibilità di essere imperfetti, di sbagliare, di esprimere emozioni anche scomode.

Vincenzo Petraglia

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