Wise Society : E se il vero lusso oggi fosse il silenzio?
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E se il vero lusso oggi fosse il silenzio?

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1 Settembre 2026

Dal rumore delle città allo scroll infinito, riscoprire il silenzio può aiutarci a recuperare benessere e consapevolezza, ma anche maggiore libertà e creatività. Ne abbiamo parlato con Nicoletta Polla-Mattiot, autrice di un interessante libro sul tema

La fine delle vacanze e il ritorno alla routine quotidiana equivalgono spesso a ritrovarsi improvvisamente immersi in ambienti urbani pieni di rumori a cui durante il periodo di ferie la gran parte di noi si è forse un po’ disabituato. Eppure, proprio nella nostra vita quotidiana – sempre più caratterizzato da stimoli continui acustici e non solo – è importante recuperare una dimensione che sempre più spesso dimentichiamo. Quella del silenzio.

Silenzio inteso nel senso più ampio del termine. Come ricerca di spazi all’interno della giornata dedicati all’ascolto di noi stessi, come capacità di sentire ciò che non fa rumore, di percepire e riconoscere i piccoli suoni della natura (siano essi il cinguettio di un uccellino o il gorgoglio di una fontana), ma anche come capacità di riappropriaci del silenzio come forma di comunicazione profonda con gli altri.

Tutto questo in una società caratterizzata da un sottofondo incessante di parole, distrazioni, stimoli e dove sembra che più si grida – anche nelle più alte sfere del potere e della politica! – e più si viene ascoltati e notati nel caos perenne che ci avvolge. Non è così, come spiega in questa intervista Nicoletta Polla-Mattiot, giornalista, scrittrice e docente universitaria (insegna Silenzio e Comunicazione allo Iulm di Milano), che da quasi quarant’anni studia il silenzio proprio come strumento profondo di comunicazione, anche nel marketing che sta trasformando la quiete in un bene di lusso. 

Temi a cui la Polla-Mattiot ha dedicato diversi libri, come, ultimo in ordine di tempo, Il silenzio è rivoluzione. Ascoltare il suono segreto della vita (2026, Ed. Opera Viva), convinta che, come ha più volte sottolineato, che nel flusso di sollecitazioni in cui siamo immersi, la vera rivoluzione sia il silenzio, non una semplice assenza di suoni, ma un terreno fertile dove possono nascere il pensiero, la consapevolezza e la libertà, la creatività e l’empatia.

Nicoletta Polla-Mattiot

Nicoletta Polla-Mattiot, oltre a scrivere libri sul tema del silenzio, insegna anche Silenzio e Comunicazione all’Università Iulm di Milano (foto: Michael-Yohanes).

Lei parla del silenzio come strumento di comunicazione. Ci spieghi meglio cosa intende…

Mi sono sempre occupata del silenzio come strumento di comunicazione, esistono molti filoni di approfondimento sul silenzio, come percorso spirituale e di crescita individuale, e tutte le religioni, in modi diversi, si occupano del silenzio. Tuttavia, questo non è il mio campo di studio. Io mi sono sempre concentrata sul silenzio nella sua dimensione sociale e relazionale. Mi piace dire che non mi occupo del silenzio assoluto, ma del silenzio relativo, inteso come strumento di relazione con gli altri. Da questo punto di vista, il silenzio è uno strumento potentissimo di comunicazione: non è alternativo alle parole, ma le integra, rendendo la comunicazione più efficace, più ricca dal punto di vista emotivo, ritmico e persino poetico. Inoltre, svolge un ruolo fondamentale nel controllo dell’attenzione. Le sue sfaccettature sono moltissime. 

Non a caso insegna Silenzio e Comunicazione allo Iulm di Milano…

Sì, è un corso che esiste da sette anni e fu introdotto dall’allora rettore Gianni Canova, che ritenne importante insegnare anche il linguaggio del silenzio all’interno di una facoltà che forma i comunicatori di domani. Per quanto possa sembrare paradossale, molta della comunicazione contemporanea, compresa quella pubblicitaria e del marketing, utilizza ampiamente le tecniche del silenzio. L’obiettivo è comunicare di più e meglio attraverso questo strumento.

In che modo il silenzio parla?

Il silenzio parla sempre tra le persone, tra le parole, tra le righe. È una pausa, un momento di sospensione tra qualcosa che viene prima e qualcosa che viene dopo. Le sue funzioni sono numerosissime. Innanzitutto, è il linguaggio delle emozioni più intense. Tutti facciamo esperienza del fatto che, di fronte a emozioni molto forti, positive o negative, le parole non bastano.

copertina libro sul silenzio

Il libro della Mattiot mostra come il silenzio sia una risorsa vitale, non un vuoto da temere.

Esiste una vastissima letteratura che sostiene come il linguaggio dell’amore non sia fatto principalmente di parole, ma di intesa, intimità, sguardi, linguaggio del corpo, sospensioni e interruzioni. In tal senso, tutta la dimensione emotiva è costruita sull’alternanza di parole e silenzi.

Esiste poi una funzione poetica del silenzio, intesa non soltanto in senso letterario. Il silenzio svolge una funzione espressiva fondamentale. Basta pensare alla differenza tra chi parla in modo ritmato, dosando accelerazioni, rallentamenti ed enfasi, e chi invece procede in maniera uniforme. In linguistica questi elementi vengono definiti “tratti soprasegmentali”: tutto ciò che non è la parola in senso stretto, ma il ritmo, la pausa, l’intonazione.

Da un lato il silenzio lavora sull’attenzione, dall’altro contribuisce alla prosodia (la parte della linguistica e della grammatica che studia ritmo, accento, intonazione, durata dei suoni, ndr) del linguaggio. Non a caso alcune delle più belle definizioni del silenzio provengono dai musicisti. Anche la musica è un linguaggio e non può esistere senza pause.

Anche il detto e non detto giocano un ruolo fondamentale nella comunicazione interpersonale.

Assolutamente e rappresenta un altro aspetto molto interessante del comunicare. È importante ciò che diciamo, ma ogni volta che scegliamo di rompere il silenzio ci assumiamo la responsabilità di farlo. E ogni volta che parliamo scegliamo una determinata parola o un determinato concetto, lasciandone inevitabilmente molti altri inespressi. Pensiamo a come ci presentiamo agli altri: da adulti finiamo spesso per raccontarci sempre nello stesso modo, dicendo chi siamo e cosa facciamo. Ma la tridimensionalità della nostra identità, così come quella del linguaggio, è data molto più dal non detto che dal detto. Per questo l’ascolto dovrebbe riguardare non solo ciò che viene espresso, ma anche ciò che resta implicito, ciò che si colloca tra le parole e intorno ad esse.

Naturalmente esiste poi tutta la dimensione del linguaggio non verbale, altrettanto ricca di significati, e quella dell’ascolto, che rappresenta una delle grandi funzioni del silenzio. Se c’è un problema centrale nella società contemporanea è proprio la difficoltà di catturare e mantenere l’attenzione. Viviamo immersi nello scroll continuo e in una molteplicità di stimoli. In questo contesto, il silenzio può diventare uno strumento capace di riportare l’attenzione su ciò che conta davvero.

Compito piuttosto arduo, soprattutto forse per i più giovani…

Non soltanto per i giovani. In realtà sono piuttosto ottimista rispetto alle nuove generazioni: due anni fa una delle tracce dell’esame di maturità fu tratta da un mio libro sul silenzio (Riscoprire il silenzio. Arte, musica, poesia, natura fra ascolto e comunicazione, Ed. Baldini Castoldi Dalai, ndr) e più di 79mila studenti la scelsero, rendendola la terza traccia più selezionata. Mi colpì soprattutto la qualità delle riflessioni che emersero: molti ragazzi scrissero considerazioni profonde e originali sul silenzio.

Da quell’esperienza è nato, in parte, anche questo nuovo libro. L’interesse suscitato da quella traccia contribuì infatti all’avvio del progetto editoriale: il fatto che così tanti giovani abbiano scelto di confrontarsi con un tema apparentemente distante dai programmi scolastici dimostra quanto il bisogno di silenzio sia sentito, forse proprio da una generazione immersa nel rumore costante, non solo sonoro ma anche digitale. Probabilmente questa sensibilità è legata anche a una maggiore attenzione verso i temi ecologici e della sostenibilità in senso ampio, quindi anche del benessere e della qualità della vita. Lo noto sia negli studenti che affrontano la maturità sia in quelli universitari con cui lavoro ogni anno.

Nel libro riporta anche alcuni elaborati degli studenti.

Sì, in particolare ho pubblicato, con tutte le autorizzazioni necessarie, un estratto del tema di una maturanda, Giulia Tudisco. È un testo straordinario, che non ho modificato minimamente e che colpisce per la ricchezza, la profondità e la maturità delle riflessioni.

Qual è il messaggio principale che ne emerge?

L’idea che il silenzio sia uno strumento potente di connessione: con sé stessi, con gli altri e con ciò che si è appreso. Nessuna scuola insegna formalmente il silenzio. Quei ragazzi si trovarono davanti a una traccia su un argomento che non avevano studiato. Questa condizione li mise in una situazione di grande libertà: poterono attingere alla propria esperienza personale e costruire collegamenti originali con ciò che avevano imparato nel corso degli studi. Proprio questa libertà generò riflessioni che difficilmente sarebbero emerse in una traccia più tradizionale.

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Foto: Anna Dziubinska / Unsplash.

Anche il marketing, come accennava prima, si è accorto del sempre crescente bisogno di quiete e sempre più il silenzio viene proposto come un lusso non per tutti, tanto che ormai si sente parlare spesso di silent travel, quite travel o, più semplicemente, di turismo del silenzio.

È un fenomeno significativo, non c’è dubbio: d’altronde quando emerge un bisogno, il mercato tende a intercettarlo e a trasformarlo in un servizio o in un prodotto. Pensiamo, per esempio, al tema dell’insonorizzazione degli alberghi, ai resort che offrono percorsi detox o che propongono proprio esperienze di silenzio. Quasi come se il silenzio, se lo vuoi, devi andartelo a cercare in luoghi particolari che possono garantirtelo. Ovviamente il silenzio, se sappiamo riconoscerlo, possiamo trovarlo ovunque e credo profondamente che il silenzio debba diventare un’abitudine quotidiana. Finché resta una fuga occasionale in un luogo remoto, si torna inevitabilmente alla vita di sempre. 

Qualche consiglio pratico su come ritagliarsi momenti di silenzio nel quotidiano?

Il primo consiglio è molto semplice: fare una cosa alla volta. Invece di svolgere cinque attività contemporaneamente, dedicare attenzione piena a ciò che si sta facendo crea già uno spazio di rallentamento.

Nel libro propongo inoltre quella che chiamo una “raccolta differenziata dei silenzi”. C’è molto più silenzio nelle nostre vite di quanto immaginiamo, ma spesso non ce ne accorgiamo. L’idea è allenarsi a riconoscerlo: in un luogo, durante una mostra, all’interno di una conversazione, in uno sguardo. Racconto dieci silenzi che sono stati significativi per me, ma ciascuno può trovare i propri e annotarli in un taccuino, attraverso una fotografia o persino un disegno. Già il semplice gesto di accorgersi di un momento di silenzio rappresenta un esercizio di attenzione che tende ad ampliare la nostra capacità di percepirlo.

Volendo fare una sintesi, qual è secondo lei il valore più profondo del silenzio e quali benefici può portare nella vita privata e professionale?

Nel libro propongo il silenzio attraverso tre prospettive. La prima riguarda il recupero di una ricchezza percettiva che l’inquinamento acustico ci fa perdere. Siamo talmente abituati al rumore di fondo che tendiamo a percepire solo suoni intorno ai 50 decibel, cioè volumi già piuttosto elevati. Un sussurro, un respiro, il canto di un uccello o il gorgoglio dell’acqua si collocano invece tra i 10 e i 30 decibel. Viviamo quindi in una sorta di abbagliamento acustico che ci priva di una straordinaria varietà sonora.

La seconda prospettiva riguarda il bisogno di introdurre pause all’interno del flusso continuo di stimoli e informazioni. Viviamo una successione incessante di esperienze che non lascia il tempo necessario perché qualcosa si depositi davvero dentro di noi. Per questo considero questo il mio primo libro “politico” sul silenzio. Siamo talmente ipersollecitati che molte delle nostre azioni sono diventate semplici reazioni: mi piace, non mi piace; sì, no. Il pensiero autentico, invece, richiede tempo. Richiede quello che Gillo Dorfles chiamava “l’intervallo”. Quando accumuliamo esperienze senza pause, restiamo confinati nella dimensione del pensiero istintivo. L’istinto è importante, ma la costruzione di un’opinione libera richiede riflessione e tempo.

La terza prospettiva riguarda il silenzio come antidoto alla fretta. In un mondo caratterizzato da ritmi sempre più concitati, il rallentamento diventa una forma di respiro. Esiste un dato molto interessante: nelle conversazioni a due, il tempo massimo di silenzio che la maggior parte delle persone riesce a tollerare prima di provare imbarazzo è di circa sei secondi. Sei secondi sono pochissimi: equivalgono a un normale respiro. Quando diciamo che viviamo una vita concitata, spesso lo diciamo in senso letterale.

Perché dovremmo leggere il suo libro?

Credo che oggi tutti abbiamo bisogno di silenzio. È un’esigenza sempre più diffusa e, in qualche modo, un’emergenza del nostro tempo. Se non impariamo a ritagliarci spazi di silenzio, le nostre vite rischiano di diventare sempre più faticose e sempre meno piacevoli. Il silenzio può aggiungere qualità e benessere all’esistenza. Spesso viene associato a qualcosa di austero, distante o persino inquietante. Io credo invece che possa essere una dimensione profondamente piacevole e persino giocosa.

Nel libro parlo di giochi del silenzio, raccolgo canzoni dedicate al silenzio e racconto luoghi in cui il silenzio può trasformarsi in un’avventura. L’obiettivo è mostrare che non servono grandi rivoluzioni: basta introdurre una piccola dose di silenzio nella propria vita. E a volte una piccola dose è sufficiente per cambiare tutto.

Vincenzo Petraglia

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Nicoletta Polla Mattiot

Giornalista e docente universitaria
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