Wise Society : Osservare i meccanismi della natura per trasformarsi in imprese più forti e resilienti
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Osservare i meccanismi della natura per trasformarsi in imprese più forti e resilienti

di Vincenzo Petraglia
14 Dicembre 2021
SPECIALE : Economia del benessere

Le aziende sono come essere viventi e come tali vanno trattate e organizzate affinché funzionino al meglio e creino valore condiviso, come ci spiega Massimo Mercati, amministratore delegato di Aboca, la società che sta investendo moltissimo e con ottimi risultati proprio su questo fronte

“Lavoriamo ogni giorno per migliorare la salute dell’uomo e del pianeta. È per questo che realizziamo prodotti 100% naturali e biodegradabili, ricercando nella natura le risposte ai bisogni delle persone, nel rispetto dell’organismo e dell’ambiente”. È, come si legge sul sito aziendale, uno dei capisaldi di Aboca, brand nato a Sansepolcro, in Toscana, oltre quarant’anni fa con l’obiettivo di ricercare nella complessità della natura le soluzioni per la cura dell’essere umano.

Un approccio che l’ha portata a mettere a punto una serie di prodotti per il benessere della persona tramite l’utilizzo delle piante medicinali e dei loro naturali complessi molecolari, senza l’uso di sostanze artificiali, nel rispetto dell’organismo e dell’ambiente. Dispositivi medici e integratori innovativi 100% naturali che sfruttano il potenziale delle sostanze vegetali complesse secondo i criteri della Systems Medicine, che considera la complessità dell’organismo umano e dell’ambiente in cui vive. 

Un impegno, quello di Aboca, che conta oltre 1.500 dipendenti ed è presente in ben 16 Paesi, sancito formalmente nello statuto di Società benefit e misurato secondo standard internazionali con la certificazione B Corp. 

L’azienda toscana, che coltiva con metodologie biologiche, senza l’utilizzo di sostanze chimiche, conservanti ed insetticidi, porta avanti una precisa e innovativa idea d’impresa, che prende a prestito i meccanismi della natura per crescere, produrre, ma soprattutto creare valore condiviso, come spiega in quest’intervista “l’imprenditore-filosofo” Massimo Mercati, amministratore delegato della società.

Massimo Mercati

Massimo Mercati, amministratore delegato di Aboca.

In Aboca avete una precisa idea del fare impresa che prende a modello i meccanismi della natura e che lei ha sintetizzato nel libro L’impresa come sistema vivente. Ci piega in cosa consiste questa vostra visione?

Crediamo in un nuovo modello aziendale, una “comunità tra le comunità”, dove le aziende sono soggetti fortemente interconnessi con il contesto sociale e l’ambiente in cui vivono. Tale consapevolezza cambia il modo di fare impresa, individuando nuove basi di creazione del valore. Proprio come i sistemi viventi, che sono l’insieme di complesse reti fra tutte le parti che li costituiscono e che possono funzionare solo unendo tutte queste connessioni, allo stesso modo un’impresa deve basare su questa consapevolezza i propri schemi di organizzazione.

La nostra visione è che non si può avere valore se non è condiviso. Ogni organismo vivente è organizzato a rete e le parti contano in quanto in relazione con le altre. Questo ci porta al principio della cooperazione: l’individuo si definisce attraverso la relazione, perché è parte integrante e fondamentale di un sistema.

In un’ottica di questo tipo l’impresa – per affermarsi nella competizione globale – non può più essere concepita solo come una macchina da profitto, ma deve rivedere i propri obiettivi, passando da una crescita quantitativa ad una qualitativa. Un’inversione di prospettiva che presuppone di rinunciare ai vecchi archetipi e adottare un nuovo approccio, in cui il profitto del singolo non possa prescindere da un benessere condiviso da comunità e ambiente.

È per questo motivo che siete diventati Società benefit e avete ottenuto la certificazione B Corp.

Pur nella consapevolezza di dover generare profitto, l’impresa nasce innanzitutto per creare un valore condiviso e il profitto è un reward, una ricompensa per questo, non il contrario. Dovrebbe essere un automatismo per ogni impresa. Questo comporta un modo nuovo di intendere anche il concetto di proprietà, come custodia di qualcosa, oltre la visione neoliberista che porta a un approccio predatorio di matrice capitalista.

Bisogna uscire dal paradigma della cosiddetta impresa etica, che profuma sempre più di greenwashing, e far diventare le imprese nel concreto “rigenerative”, capaci di apportare un effettivo vantaggio alla comunità e all’ambiente e di generare reale cambiamento. Non è il profitto che crea valore, ma è la creazione di valore che genera il profitto e il vero salto di qualità avverrà quando non si tratterà più di vendere per creare valore, ma di creare valore per vendere.

Una visione di questo tipo determina anche un nuovo concetto di welfare e responsabilità sociale d’impresa…

Certo e bisogna avere sempre chiaro in mente che la crescita di un’impresa non può che passare attraverso la crescita culturale di tutti i suoi membri. Una delle nevrosi contemporanee è la dissociazione fra lavoro e vita privata, perché le persone non ritrovano nell’azienda valori e situazioni adeguati.

copertina libro L'impresa come sistema vivente

Il saggio di Mercati “L’impresa come sistema vivente” (Aboca Edizioni).

Dare importanza e rilievo alle persone, considerarle come tali e investire sulla loro crescita culturale, è vitale, e in tal senso in Aboca abbiamo attivato diversi progetti, per esempio sull‘inclusione e l’integrazione etnica, oppure contro la violenza sulle donne. Temi che riguardano la vita a 360 gradi di ogni persona. Il vero welfare, anche quello di un Paese, dovrebbe sempre considerare i lavoratori come persone e dare dignità al lavoro.

La pandemia ha messo in evidenza che c’è un’interconnessione fra tutte le forme viventi. E dall’altra che vi è un indissolubile legame fra bene individuale e bene comune.

Nessuno di noi può stare bene da solo. Il mio e il tuo benessere devono essere visti insieme; questo dovrebbe portarci a ripensare le basi della nostra economia, c’è bisogno di un cambio di passo che deve cominciare dalla base, da ciascuno di noi, per costruire una nuova sensibilità a tutti i livelli, della società e del mondo politico e imprenditoriale.

È importante partire da quando si è molto piccoli, già a scuola, per avviare questo processo virtuoso. Con le scuole voi avete un rapporto privilegiato…

Promuoviamo attività didattiche per far conoscere ai ragazzi le piante e le proprietà e riceviamo ogni anno circa 7mila bambini al nostro Aboca Museum. È importante recuperare il rapporto con la natura, le sue leggi, i suoi ritmi e tutto quanto può insegnarci, purtroppo per la massima parte delle persone andati quasi del tutto perduti.

Fra le certificazioni che avete ottenuto c’è Biodiversity Alliance per qualità biologica del suolo e conservazione della biodiversità. Ci spiega come perseguite l’obiettivo di avere una gestione rigenerativa dei terreni?

Abbiamo ottenuto 100 punti su 100 quest’anno! Portiamo avanti un modello agricolo rigenerativo che si basa sulla coltivazione di tante specie diverse e nel quale abbiamo rinunciato da sempre alla chimica. Nella nostra filiera integrata abbiamo circa 70 specie e abbiamo quindi una forte rotazione delle coltivazioni sui terreni e questo ci aiuta a preservare e ad aumentare la biodiversità, ad attirare insetti, a mantenere un circolo virtuoso che fa bene alla natura. La perdita della biodiversità a causa di filiere alimentari concentrate sulle monocolture, è ciò che ci può condurre all’estinzione e va quindi fortemente combattuta, perché è su questo fronte che si gioca la partita del futuro del genere umano.

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Campo coltivato

Aboca attua la cosiddetta agricoltura rigenerativa al fine di preservare la biodiversità degli ambienti.

Che cos’è Agricologica?

Un nuovo progetto in ambito alimentare con cui siamo da poco partiti, una fattoria integrata con allevamenti al pascolo e allo stato brado grazie a cui produciamo carni di altissima qualità nel rispetto di alcuni principi fondamentali: salute delle persone, benessere degli animali e tutela dell’ambiente.

Gli allevamenti intensivi, l’uso di antibiotici nell’attuale produzione alimentare generano conseguenze disastrose sulla salute umana e la stessa pandemia ce lo ha dimostrato. Motivo per cui bisogna cambiare radicalmente l’approccio alle filiera, anche in Italia. L’Agricologica ha scelto di realizzare prodotti alimentari di qualità, seguendo un approccio produttivo specifico, basato su pratiche rispettose dei tempi e delle risorse che la stessa natura ci offre.

I nostri prodotti sono realizzati attraverso una filiera verticalmente integrata, nella quale controlliamo direttamente ogni passaggio per garantire sempre il massimo della qualità nel rispetto del 100% naturale. L’intero processo produttivo è certificato biologico e i nostri bovini e suini sono allevati al pascolo e allo stato brado all’interno delle coltivazioni biologiche di Aboca e nel rispetto dello Standard High Animal Welfare di FederBio per il benessere animale e senza l’uso di fertilizzanti, pesticidi o altre sostanze chimiche nocive che possono accumularsi lungo la catena alimentare ed essere particolarmente pericolose per la salute.

Come si costruisce autorevolezza, credibilità e fiducia di marca agli occhi dei propri stakeholder?

Aboca è fra le 100 aziende con la migliore reputazione in Italia, risultato degli sforzi che facciamo per seguire con coerenza ciò che vogliamo essere. Coerenza, umiltà e lavoro sono i punti di riferimento base attorno a cui ruota tutta la nostra organizzazione interna. Mantenere le promesse, essere coerenti, senza promettere ciò che non si può fare, è il punto chiave per guadagnarsi autorevolezza e credibilità. 

Un imprenditore saggio, “wise” appunto, che caratteristiche deve avere secondo lei?

L’imprenditore saggio è quello che sa capire che il suo ruolo, il suo fine, non è far emergere la sua individualità, ma favorire la costruzione di processi benefici all’organizzazione e alla comunità di cui fa parte.

Vincenzo Petraglia

 

 
 
 
 
 
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Massimo Mercati

Amministratore delegato di Aboca
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