Nell'estremo nord dell'Europa fino a metà aprile è ancora possibile godere di questo meraviglioso spettacolo della natura. Abbiamo incontrato un esperto del fenomeno, che ci svela qualche segreto al riguardo e perché è così connesso a una vita più sostenibile
Marzo e aprile rappresentano l’ultimo periodo dell’anno utile per avvistare con una certa frequenza l’aurora boreale in Europa (anche se chi scrive una volta, nell’estremo nord della Norvegia, alle isole Lofoten per l’esattezza, ha avuto la fortuna di vederla a metà agosto, in una notte indimenticabile per la meraviglia impressa a fuoco nel ricordo). Uno spettacolo della natura che andrebbe visto almeno una volta nella vita.
Chi di aurore boreali non ne ha vista una, ma centinaia, è Lorenzo Mirandola, che anzi ha fatto proprio della sua abilità di cercarle nei posti e nei momenti giusti il suo lavoro. Un autentico cacciatore di aurore boreali, che accompagna, in Lapponia, anche piccoli gruppi desiderosi di sperimentare questa magnifica esperienza, a contatto con l’essenza più profonda della natura.
In questa intervista a Wise Society Lorenzo racconta perché l’aurora boreale non si “visita”, ma si cerca, sfatando anche qualche falso mito (talvolta anche autentiche fake news create ad hoc) che ruota intorno all’argomento, perché affidarsi a guide esperte fa la differenza, ma soprattutto come l’incontro con il cielo artico possa diventare un’esperienza trasformativa, capace di accrescere consapevolezza, rispetto per l’ambiente e senso di appartenenza alla natura. Uno spettacolo che, nella sua magnificenza, può davvero riconnetterci con la natura e con noi stessi.

Lorenzo Mirandola, il cacciatore di aurore boreali
Lorenzo Mirandola e l’incontro con il cielo artico
Con oltre 600mila follower sui social e più di 200 aurore osservate solo nell’ultima stagione, Lorenzo Mirandola, ingegnere ambientale, è tra i più autorevoli aurora hunter a livello internazionale, fondatore del progetto Arctic Road Trips, nato per accompagnare piccoli gruppi alla scoperta autentica dell’Artico tra Finlandia, Svezia e Norvegia. Da anni vive a Rovaniemi, dove unisce la passione per l’aurora boreale a un lavoro di divulgazione e sensibilizzazione ambientale. Oggi uno dei principali punti di riferimento per chi desidera vivere davvero questo fenomeno straordinario.
Lorenzo, perché l’aurora boreale esercita un fascino così potente su chi la vede per la prima volta?
Perché è uno dei pochissimi momenti nella vita in cui capisci davvero quanto sei piccolo. Viviamo circondati da cose costruite dall’uomo, controllabili, prevedibili. L’aurora invece no: arriva quando vuole, danza come vuole, e ti costringe a fermarti. Non puoi accelerarla, non puoi comprarla, non puoi metterla in pausa. È natura pura, viva. E quando la vedi per la prima volta senti qualcosa che avevi dimenticato: stupore vero e euforia.
Qual è il periodo migliore per chi sogna di vedere l’aurora boreale?
Se devo essere onesto: l’autunno. Settembre–ottobre è il segreto che pochi raccontano. Laghi non ghiacciati, riflessi perfetti, meno folla, temperature più umane . Poi certo, anche febbraio e marzo sono incredibili: neve ovunque, giornate più lunghe, aurora spesso esplosiva. Fino a metà aprile la frequenza rimane ancora piuttosto buona, poi via via va a decrescere. L’errore è pensare che esista “la settimana perfetta”: l’aurora è un viaggio, non una data.
Da ingegnere ambientale ad “aurora hunter”: com’è avvenuto questo passaggio?
In realtà non è mai stato un salto, ma un’evoluzione naturale. Da bambino guardavo l’aurora dai banchi di scuola in Italia, nei libri. Poi ho iniziato a inseguirla davvero, con la mentalità dell’ingegnere: dati, modelli, meteo, vento solare. All’inizio era ossessione personale. Poi ho capito che poteva diventare condivisione. Così è nato tutto: prima le foto, poi i social, poi i viaggi. Non ho cambiato strada: ho solo iniziato a vivere ciò che studiavo.
Io ho studiato ingegneria ambientale proprio perché ho sempre sentito un forte legame con la natura. Oggi la mia vita è completamente immersa negli ambienti più puri d’Europa: la Lapponia artica. Questo ti cambia profondamente il modo di vedere le cose e ti porta a vivere in maniera più sostenibile.
Cioè?
Nel mio lavoro cerco prima di tutto di ridurre l’impatto reale delle attività che organizzo. I nostri tour sono pensati per essere piccoli, con gruppi limitati, per evitare il turismo di massa nei luoghi più fragili. Quando andiamo a caccia dell’aurora boreale passiamo spesso ore nella natura più selvaggia, e per me è fondamentale che quei posti rimangano esattamente come li abbiamo trovati.
Cerco anche di educare le persone senza fare la morale. Quando siamo fuori nella notte artica e il cielo esplode di aurora boreale, le persone capiscono da sole quanto sia prezioso questo pianeta. In quei momenti parliamo molto di natura, di clima artico, di quanto questi ambienti siano delicati. Poi ci sono anche le scelte quotidiane: guidare il meno possibile quando non serve, evitare sprechi, scegliere strutture locali, lavorare con piccole realtà del territorio. La sostenibilità non è solo una parola: è una serie di piccole decisioni che fai ogni giorno.
Cosa può insegnarci l’aurora boreale sul nostro rapporto con la natura e con il pianeta?
Che non siamo al centro. L’aurora è il risultato di qualcosa che succede a 150 milioni di chilometri da noi, sul Sole, e finisce sopra le nostre teste. È un promemoria potente: tutto è connesso. E soprattutto ci insegna il rispetto. Qui in Artico la natura non la domini, la ascolti. Se imparassimo a portare questa mentalità anche nella vita quotidiana, probabilmente faremmo scelte molto diverse.
La cosa più bella è vedere che molte persone, dopo aver vissuto un’aurora boreale in mezzo alla natura artica, tornano a casa con una sensibilità diversa. Non perché qualcuno glielo abbia detto, ma perché hanno visto con i loro occhi quanto è incredibile e fragile il nostro pianeta. E se anche solo una parte di quelle persone torna a casa con più rispetto per la natura, allora per me questo lavoro ha ancora più senso.

Lo spettacolo dell’aurora boreale in Lapponia Artica (foto: Lorenzo Mirandola)
Sui social racconti ogni giorno l’aurora: che ruolo ha oggi la divulgazione scientifica nel combattere disinformazione e fake news?
Fondamentale. I social possono creare sogni ma anche illusioni. Io cerco di stare nel mezzo: emozione e verità. Raccontare quando è incredibile, ma anche quando non si vede. Spiegare perché succede, come funziona, cosa aspettarsi davvero. La divulgazione oggi non è più solo accademica: è umana. Se vuoi combattere la disinformazione devi parlare la lingua delle persone, non solo quella della scienza.
Quali sono le fake news più diffuse sull’aurora boreale che creano false aspettative nei viaggiatori?
La più grande: pensare che sia garantita ogni notte. Non è uno spettacolo programmato.
La seconda: credere che si veda sempre come nelle foto. La macchina fotografica amplifica colori e luce. Dal vivo è più delicata… e proprio per questo più magica. La terza: che basti andare “in Lapponia” e aspettare fuori dall’hotel. L’aurora va cercata: muoversi, leggere il cielo, inseguire le schiarite. È una caccia, non una cartolina.
Tutti parlano del 2026 come dell’anno perfetto per l’aurora: quanto c’è di vero e quanto di marketing?
C’è una base scientifica: siamo nel picco del ciclo solare, quindi in generale più attività. Ma trasformarlo nell’“anno perfetto” è marketing. Ho visto aurore pazzesche in anni considerati “deboli” e cieli vuoti in anni teoricamente perfetti come nel 2024. La verità è che l’aurora non legge i calendari umani. Se vuoi vederla davvero, il segreto non è l’anno giusto: è il tempo che sei disposto a dedicarle.
Vivendo in Lapponia da anni, che segnali concreti vede oggi del cambiamento climatico nell’Artico?
Lo vedi nelle piccole cose, ed è questo che fa più effetto. Laghi che ghiacciano più tardi. Neve che arriva in modo irregolare. Inverni con sbalzi termici impensabili anni fa. stagioni sempre meno “definite”. Non è un cambiamento spettacolare da film, è qualcosa di lento ma costante. E proprio per questo ancora più inquietante.
Arctic Road Trips propone un’idea di viaggio sostenibile: cosa significa, in pratica, vivere l’Artico in modo rispettoso?
Significa rallentare. Non consumare l’Artico come una destinazione, ma viverlo come un ecosistema fragile. Vuol dire gruppi piccoli, meno impatto, più consapevolezza. Muoversi per cercare cieli puliti ma anche spiegare cosa si sta attraversando: foreste, laghi, silenzio. Per me sostenibilità non è uno slogan: è fare in modo che chi torna a casa non abbia solo foto, ma un nuovo rispetto per il mondo naturale. Se dopo un’aurora qualcuno cambia anche solo un’abitudine, allora il viaggio ha davvero senso.
Vincenzo Petraglia

