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Lena Herzog: l’arte come antidoto alla guerra e all’estinzione culturale

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25 Giugno 2026

L'artista Lena Herzog riflette sulle ferite del nostro tempo, dalla perdita delle lingue alla minaccia nucleare, tracciando il ruolo dell'arte come atto di resistenza capace di risvegliare il nostro ormai sopito "amor mundi".

Cosa rimarrà di noi dopo che avremo perso la possibilità di raccontarci? E come raccontarsi in un mondo che sembra aver smarrito la capacità di ascoltare? Sono questi alcuni dei temi di cui abbiamo parlato con Lena Herzog, artista visiva di fama mondiale che, nel suo lavoro, spazia dalla fotografia alla realtà virtuale. Nell’importante contesto di CinemAmbiente, abbiamo esplorato la sua ricerca viscerale, che trasforma temi come la guerra e l’estinzione – culturale e fisica – in un racconto poetico che punta a colpire direttamente il nostro sistema nervoso. Con il suo ultimo lavoro, “Trinity – an Immersive Lament in the Age of Extinction“, Lena Herzog ci spinge a confrontarci con i drammi, le ferite e i pericoli del nostro tempo ricordandoci che, in un’epoca contraddistinta dalla distrazione (e distruzione) di massa, l’arte può ancora essere un modo per restiturci verità e bellezza, portandoci a (ri)scoprire quell’amor mundi fondamentale per salvare l’esistenza umana (e il nostro pianeta) dalla distruzione.

Lena Herzog

Foto Lena Herzog

Molte delle sue opere richiedono allo spettatore silenzio, ascolto e un’osservazione prolungata. In un’epoca caratterizzata dalla velocità e dalla frammentazione dell’attenzione, in che modo riesce a invitare le persone a fermarsi e ad ascoltare un “sussurro”?

La risposta è duplice: bisogna muoversi in punta di piedi, affinché sia possibile ascoltare il silenzio, e allo stesso tempo è necessario rendere “rumorose” le cose belle e autentiche cosicché le persone possano fermarsi e ascoltare. Ognuno di noi è infatti alla ricerca di bellezza e autenticità perché non siamo fatti per vivere in una cacofonia senza senso. Una delle mie opere, Last Whispers, è un oratorio di lingue estinte o a rischio estinzione. Quando l’ho mostrato ai sacerdoti dello Stephansdom a Vienna, benché l’opera non sia stata poi esposta nella cattedrale, mi è stato detto che il tono ricordava quello che si utilizza quando, in un confessionale, ci si rivolge a un sacerdote. Ed è proprio questo ciò è accaduto per raccogliere parte dei materiali che sono entrati a far parte della mia opera: per realizzarla mi sono affidata ai linguisti, che si sono messi ad ascoltare, proprio come se fossero sacerdoti, gli ultimi parlanti una lingua: si tratta di persone che non hanno più nessuno con cui parlare, perché non esiste nessun altro al mondo capace di comprenderli. Forse dovremmo prendere spunto proprio dai confessori e imparare che serve un interesse autentico per poterlo poi trasmettere al prossimo. Allo stesso modo è necessario trovare forme belle e autentiche per esprimersi, perché nulla è più forte della bellezza e della verità.

Un frame dall'opera "Last Whispers" di Lena Herzog

Un frame dall’opera “Last Whispers” di Lena Herzog

L’opera “Any War, Any Enemy” affronta il tema della guerra, un argomento oggi molto normalizzato. Viviamo la guerra a distanza da sicurezza e ne facciamo esperienza indiretta, in tempo reale attraverso i social media. Ma osservare la guerra attraverso uno schermo può farla apparire lontana ed è quindi facile scivolare in una prospettiva voyeuristica. In che modo l’arte visiva può risvegliare la coscienza dello spettatore senza cadere nella retorica o nella spettacolarizzazione della sofferenza?

Per rispondere a questa domanda faccio un piccolo inciso sul mio lavoro. Last Whispers, e Any War Any enemy sono i primi due capitoli di una trilogia chiamata “Trinity”, il cui sottotitolo è “An Immersive Lament In the Age of Extinction”. Il primo capitolo parla dell’estinzione culturale e linguistica delle lingue, il secondo è incentrato sull’estinzione fisica dell’essere umano a causa della guerra nucleare. Il terzo capitolo si intitola “Reversal” e, fungendo da contrappunto ai primi due, prefigura un possibile futuro e un ritorno alla gioia e alla vita. In sintesi, si tratta di una danza di anime e di spiriti, ma anche di una lista di cose per le quali, secondo me, vale la pena vivere. Per dirla in un’unica parola, “amor mundi”: quando coltiviamo dentro di noi l’amore per il mondo e per il nostro essere nel mondo, diventiamo più attenti e più premurosi nei suoi confronti.

Per tornare alla tua domanda, ovvero come fa l’arte a risvegliare le coscienze senza cadere nella retorica della sofferenza, ebbene lo fa in modo poetico e non convenzionale. La guerra e la morte fanno da sempre parte della nostra cultura, ed è qualcosa che è sempre stato mostrato perché, in fondo, siamo tutti destinati a morire. In “Any War, Any Enemy” mostro però la guerra nucleare, che è molto diversa dalle altre guerre, perché porterà alla morte di tutto il genere umano nello stesso istante. Quando i super-stati che detengono l’atomica, ovvero Stati Uniti, Russia e Cina, lanceranno l’atomica, sarà la fine della vita sulla Terra.

Poster di Trinity, trilogia di Lena Herzog

Il poster di “Trinity”, la trilogia di Lena Herzog

In che modo l’arte può fermare questo processo?

Negli anni ‘60 è nato un progetto chiamato “Artists against the bomb“, e la maggior parte delle opere ad esso afferenti fu realizzata dopo la crisi dei missili a Cuba. In quel preciso momento storico la guerra nucleare spaventava, ma oggi siamo così abituati all’idea della guerra e del nucleare che abbiamo smesso di averne paura. E in fondo, una guerra comincia proprio quando non la si teme più.

Però oggi è in atto un cambio radicale. Per secoli l’idea di fondo di ogni guerra era “se non fai quello che dico, ti uccido”. La guerra nucleare invece dice: “se non fai quello che dico, uccido tutti”. Oggi non abbiamo un modo per descrivere questo cambiamento, perché in concreto non lo abbiamo ancora vissuto: non è possibile sopravvivere alla guerra nucleare, e non è quindi possibile raccontare ciò che ha prodotto. Con la guerra nucleare finisce tutto.

Nel 1945, le bombe atomiche che furono sganciate su Hiroshima e Nagasaki avevano una piccola frazione della forza distruttiva degli ordigni nucleari odierni, e alcune persone sono sopravvissute e sono riuscite a raccontarci cosa è stato. In Giappone esiste persino una parola per indicarli: gli hibakusha, i sopravvissuti alla bomba atomica. Oggi, al contrario, una guerra nucleare non lascerebbe nessun sopravvissuto dietro di sé. Come si fa allora a convincere le persone ad averne paura? Spiegare i fatti servirebbe a poco: dire alle persone cosa fare o cosa pensare non funziona mai. È quindi necessario mostrarlo e farlo sentire sulla propria pelle. E lo si può fare solo attraverso un linguaggio poetico. Ed è proprio questo il motivo per il quale, ad esempio, l’Inferno di Dante è arrivato fino a noi: perché è immensamente poetico, perché racchiude un’intuizione umana di straordinaria profondità.

L’Inferno di Dante ha profondamente influenzato il modo in cui ho rappresentato il nostro, di inferno. In Any War Any Enemy compaiono tre Trinità. La prima ha al centro una coppia di amanti, come Paolo e Francesca. Ma Paolo e Francesca, nel loro cerchio infernale, sopravvivono per l’eternità. I miei amanti, invece, cadono e si trasformano in cenere. La prima Trinità è quindi l’aria: tutto si riduce in cenere, proprio come è accaduto a Hiroshima. La seconda è il fuoco, perché sappiamo che nelle aree più vicine all’esplosione nucleare tutto viene consumato dalle fiamme. La terza è l’acqua. Sappiamo infatti che uno degli scenari previsti nella pianificazione di una guerra nucleare consiste nel far detonare gli ordigni atomici sopra gli oceani, vicino alle coste, così da generare onde gigantesche capaci di spazzare via qualsiasi cosa.

Aria, fuoco e acqua sono dunque le tre Trinità. E naturalmente c’è anche un altro riferimento: “Trinity” era il nome del primo test atomico condotto negli Stati Uniti. Fu proprio questo il nome dato alla prima esplosione nucleare sperimentale, il cui laboratorio era diretto da J. Robert Oppenheimer.

Un frame da "Any War Any Enemy", opera di Lena Herzog

Un frame da “Any War Any Enemy” – Lena Herzog

Le sue opere nascono spesso da un confronto profondo e prolungato con temi come la perdita, l’assenza, la distruzione e la morte. Da un punto di vista creativo e personale, riesce a mantenere una distanza emotiva dal progetto o ci sono momenti in cui si sente emotivamente sopraffatta dalle opere che crea?

Entrambe le cose. Se il tema che tratti non ti brucia e non ti tocca, non può toccare nessun’altro: se non ci si lascia trasportare da quello che si sta creando e se non ci si sente sopraffatti, nessun’altro lo sarà. Se un tema ci è indifferente, allora lo sarà anche per tutte le persone a cui lo stiamo raccontando. Allo stesso tempo, però, la progettazione di un’opera richiede cura, precisione, freddezza e concretezza, soprattutto quando si tratta di un lavoro come il mio, che utilizza la realtà virtuale. Le mie opere si costruiscono attorno ad esperienze connesse a un’idea, a qualcosa che permette di esplorare un mondo nel modo in cui io ho fatto esperienza di esso: lo spettatore, essenzialmente, si trova all’interno della mia testa. Ecco perché, oltre a essere sopraffatti dal mondo che si vuole trasporre in un’opera, bisogna anche essere molto precisi e freddi nel descriverlo.

Un giorno David Sylvester chiese a Francis Bacon cosa stesse facendo con il suo lavoro, e Bacon rispose: “Voglio creare dipinti che colpiscano direttamente il sistema nervoso”. E questo è proprio quello che cerco di fare anche io con il mio lavoro, che si tratti di una fotografia o di un ambiente immersivo: non si nota neanche la tecnologia utilizzata perché ci si trova completamente al suo interno. La bellezza di un’opera immersiva è che ci si trova, magicamente, all’interno di una fotografia: non davanti ad essa, ma proprio all’interno di quel frame. È pura magia.

Un frame tratto da Reversal, opera di Lena Herzog

Un frame tratto da “Reversal” – Lena Herzog

Per secoli la guerra è stata rappresentata come eroica e gloriosa, nonché come strumento dell’affermazione del potere. Al contrario, la sofferenza delle vittime – salvo alcune importanti eccezioni – è spesso rimasta sullo sfondo. Perché, secondo lei, l’umanità ha sentito un bisogno così forte di raccontare la guerra in termini eroici invece di confrontarsi con ciò che realmente produce?

Perché il potere deve spingere le persone ad andare in guerra per uccidere o per morire. E questo, qualora tu non sia uno psicopatico, non è normale. Per convincerti, il potere deve farti credere di essere un eroe e che incarni quindi qualcosa che vale molto più della vita stessa. Tuttavia, se guardiamo ai modi in cui la guerra è stata raccontata, ci sono delle eccezioni, soprattutto quando si parla di nucleare. È ad esempio emblematica la storia raccontata da John Hersey in “Hiroshima”, libro pubblicato nel 1946, un anno dopo lo sgancio dell’atomica in Giappone.

Al giornalista fu permesso dalla Marina degli Stati Uniti di andare a Hiroshima perché in passato aveva pubblicato un libro intitolato Men on Bataan, che conteneva un profilo biografico estremamente lusinghiero sul General MacArthur. Nel 1946, il generale MacArthur si trovava a capo del GHQ (il comando supremo delle forze alleate – ndr) e governava il Giappone occupato con un potere quasi assoluto. Memore del lavoro di John Hersey, l’esercito permise al giornalista di recarsi a Hiroshima, pensando che avrebbe poi pubblicato un reportage celebrativo. John Hersey, tuttavia, fece tutt’altro: raccontò la storia di sette sopravvissuti, mostrando al mondo le conseguenze della bomba atomica.

Gli editori del New Yorker erano consapevoli della portata del lavoro di Hersey, in netto contrasto con la narrativa trionfalistica che il governo statunitense aveva promosso fino a quel momento, e per questo la realizzazione di quel numero della rivista fu un’operazione segreta e clandestina. Ma il risultato fu clamoroso: dopo l’uscita del reportage, la maggior parte degli americani si dichiarò contraria all’atomica, perché John Hersey mostrò le vittime e ciò che una bomba nucleare può generare. Quando si parla di guerra, infatti, solitamente non si dovrebbero mostrare le vittime, per lo meno quelle dei propri nemici: mostrandole le persone d’improvviso ricordano di essere umani e che uccidere è mostruoso. Di conseguenza smetterebbero di combattere e di farsi la guerra. Questo è anche il motivo per il quale il potere cerca di mostrare i nemici come se fossero mostri: il potere ha infatti bisogno di avere nemici, perché altrimenti le persone potrebbero decidere che è il potere, invece, a esserlo. Questo meccanismo permette al potere di rimanere tale, ed è questo il motivo per il quale mostrare le vittime di una guerra è rivoluzionario.

Frame tratto da Any War Any Enemy, di Lena Herzog

Frame tratto da Any War Any Enemy – Lena Herzog

Oggi cos’è cambiato?

Se torniamo indietro nel tempo, ad esempio alla prima guerra mondiale, sappiamo che causò la fine di tre imperi e generò milioni di morti: ci siamo auto-distrutti, ma siamo sopravvissuti. Con la guerra nucleare non sarà così, ed è questa la grande differenza. È assurdo che nessuno ne parli, anche se è difficile – neurologicamente parlando – immaginare la non-esistenza degli esseri viventi. Ma oggi viviamo anche nella cacofonia del non senso e non riusciamo più a parlare delle cose importanti. D’altronde pensiamo con le parole e per questo, secondo me, la perdita delle lingue e la guerra sono strettamente connesse l’una all’altra. Non a caso Margaret Atwood ha detto che “ogni guerra è un fallimento del linguaggio”. È mancanza di comprensione, ma anche mancanza di pensiero, perché comunichiamo e pensiamo proprio con le parole. Se volessimo fare un paragone, potremmo dire che le lingue estinte sono come i canarini che venivano portati nelle miniere dai minatori per accorgersi in tempo dell’eventuale presenza di gas mortali: alla morte del canarino, i minatori dovevano scappare e tornare in superficie. La morte di una lingua, così come la morte del canarino nelle miniere, ci avvisa di un pericolo: ogni lingua rappresenta infatti un modo diverso di pensare, di essere e di vedere il mondo. E la presenza di tante lingue crea equilibrio, ma è anche un modo per monitorare il nostro modo di essere e di agire. Quando una lingua si estingue, con lei si perde anche la sua singolarità. E questo, secondo me, rappresenta l’ultima fase prima dell’estinzione. Se nessuno può “validarci”, ci si autodistrugge. Per questo, fra le forme detentive, l’isolamento dei prigionieri è terribile: chi è confinato diventa prigioniero del suo mondo, che infine si autodistrugge. Oggi abbiamo dato vita a un mondo che non valorizza né la varietà né la sua incredibile bellezza. E se riconoscere e apprezzare il mondo non riesce a fermarci, nulla lo farà.

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