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«Rimetto in circolo i prodotti attraverso baratto, condivisione e socialità»

Con Boscost'orto, Ivan Fantini recupera frutta e ortaggi e li rimette in circolo gratuitamente o barattandoli con altri

Maria Enza Giannetto/Nabu
1 ottobre 2018

«Ho liberato il mio tempo e da sette anni vivo del dono dell’abbandono, recuperando frutta, ortaggi e altri ingredienti che, altrimenti, sarebbero destinati a marcire e li rimetto in circolo attraverso un sistema virtuoso di baratto, condivisione e socialità». Ivan Fantini (foto in copertina ritratto di Francesca Sabatini), romagnolo – cuoco eterodosso e dimissionario, antifascista e anarchico, contadino per caso e scrittore per urgenza – sintetizza così il cambiamento della sua vita che, dopo una lunga permanenza nel mondo della gastronomia, gli ha permesso di riconciliarsi con se stesso e con il mondo.
Un cambiamento che coincide con l’esperienza originale di Boscost’orto: l’orto, nato dal disboscamento di un bosco inclinato e terrazzato, da cui provengono prodotti che gli permettono un minimo di autosufficienza alimentare, e oggi anche “etichetta” delle sue marmellate e conserve preparate con “frutta e ortaggi trovati, abbandonati e scartati”.

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“Ho liberato il mio tempo e da sette anni vivo del dono dell’abbandono, recuperando frutta, ortaggi e altri ingredienti che, altrimenti, sarebbero destinati a marcire e li rimetto in circolo attraverso un sistema virtuoso di baratto, condivisione e socialità”, racconta Ivan Fantini (Foto katjuscia fantini)

Ivan, com’è approdato a Boscost’orto e perché rappresenta un così importante cambiamento nella sua vita?
La mia vita, fin’ora, è stato un continuo rincorrersi di cambiamenti, ma oggi, più che cambiata, è proprio migliorata visti i meravigliosi risultati a livello di socialità. Sono sempre stato un anarchico e ora, il luogo in cui vivo, nel lembo estremo della Romagna, è una casa senza cancelli e con porte aperte, dove chi vuole può entrare per parlare, condividere, prendere e lasciare qualcosa. Questo è il luogo che mi ha salvato da una passione che mi stava uccidendo.

Qual era questa passione e in che senso la stava uccidendo?
La cucina. Vengo da una formazione gastronomica, avviata da ragazzino per la necessità di lavorare. Negli anni, con la comparsa di un anelito rivoluzionario, ho cominciato a frequentare luoghi di cultura dove ho portato il mio modo di intendere la cucina, cioè prendersi cura delle persone e offrire anche agli artisti e a chi è abituato a lavorare fino a tardi ingredienti cucinati con attenzione. Una modalità che si è arricchita degli insegnamenti della cucina della nonna, ovvero la stagionalità e la gratuità. Con il tempo sono diventato un cuoco apprezzato dagli artisti e ho cominciato a portare il cibo in luoghi che non erano deputati alla gastronomia. Ci sono state, tra l’altro, l’esperienza del Circolo culturale  Quadrare il circolo dove, oltre a proposte di arte e cultura, cercavo di offrire una cucina “decente” e sana, nonché l’esperienza nelle Gallerie d’arte, dove partecipavo con le mie Installazioni gastronomiche, adoperando gli ingredienti sia come nutrimento che come atto artistico concettuale. 

In pratica lei era già entrato nello star system, cosa è successo dopo?
Nel 2003, un mio amico di infanzia mi fa una proposta che non riesco a rifiutare: tornare a casa e aprire un ristorante nel Mulino dove giocavamo da bambini e che lui aveva acquistato. Accetto e nasce l’esperienza di Veglie In Volo – Osteria con cucina, un luogo dove la cucina era quella che piaceva a me, a contatto con la tradizione e un modo per stare insieme. Per 5 anni è andato tutto benissimo, poi ho cominciato ad accusare i colpi asfissianti delle leggi e dei regolamenti fino al crollo psicofisico. E nel 2011 ho abbandonato tutto.

Proprio nel momento in cui cominciava la ribalta per voi chef.
Non mi sono mai fatto chiamare chef, non sono il capo di nessuno, sono uno che cucina perché ha imparato per necessità e curiosità. Detesto il cameratismo in cucina e cerco sempre di farmi chiamare solo Ivan.

Come approda, quindi, a Boscost’orto?
Ho ascoltato il mio corpo e la mia psiche. Ho lasciato perdere un sistema che mi stava uccidendo al quale non riuscivo più a star dietro e sono arrivato qui, dove ho cominciato, da solo, a disboscare un bosco. Man mano, curando il fisico con la fatica, ho scoperto alberi di melograno e fichi, soppiantati dall’incuria e ho cominciato a autoprodurmi quello che potevo. La gratuità che mi aveva insegnato mia nonna mi ha anche portato a raccogliere i frutti spontanei fino a spingermi a violare anche la proprietà privata quando questa dimostrava menefreghismo verso i prodotti.

Spieghi meglio questa sua visione della gratuità.

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Le marmellate e le conserve di Ivan Fantini preparate con “frutta e ortaggi trovati, abbandonati e scartati”. E a volte frutto di baratto. Foto: blog ivanfantini.blogspot.com

Da trent’anni inciampo nella gratuità senza che questa mi procuri danno. Da 7 anni, però, alla gratuità si è aggiunto, dapprima l’abbandono e di seguito lo scarto. Se l’utilizzo delle erbe spontanee era una tradizione familiare che si rinnovava, l’abbandono degli ingredienti nei campi e lo scarto dei medesimi erano, per me, una idiozia umana. Fu da quel pensiero che cominciò la “visione”. Ci sono proprietari che preferiscono far marcire piuttosto che donare: io non ho proprietà ma ho il tempo e ho deciso di ripartire da quell’abbandono. Ricordo ancora quando, per la prima volta, da tre cassette di mele abbandonate, recuperai il prodotto per 14 vasetti. Quei vasetti divennero doni per altri che a loro volta mi donarono qualcosa che non potevo produrre. Così, oggi, ho reso pratica questa mia “visione”.

Non le ha mai causato guai?
All’inizio, mi guardavano come un pazzo mentre raccoglievo sacchi di abbandono e cesti di scarto. Oggi, gli stessi mi portano frutta e ortaggi in cambio della marmellata che da allora produco. Oggi vivo così: adopero quello che il sistema scarta e abbandona per contrastare lo stesso sistema. E la chiave di tutto è non chiedere denaro in cambio, perché il tempo dedicato a queste cose non può essere stimato e pagato.  Inoltre, rivendico il diritto di dare a quello che produco dagli scarti e dalla gratuità la certificazione della fiducia. Non vado sul mercato, non metto scadenza, e ho fatto mio lo slogan “Prendete quel che volete, mettete quel che potete”.

Queste esperienze sono anche raccontata nei suoi libri.
Più che altro, i libri contengono aneddoti e riflessioni. Ho cominciato a scrivere per urgenza, mentre disboscavo il bosco, curavo anche la mia anima attraverso la scrittura. In realtà non mi sento uno scrittore e di fatto non posso permettermi di farlo, più che altro, sono uno che prende appunti e la cui scrittura è “governata” dalla meteorologia: quando non posso lavorare l’orto o raccogliere i frutti della terra, mi rinchiudo in casa e metto insieme quegli appunti. Possiamo dire che anche la mia scrittura è stagionale.

Foto copertina: Francesca Sabatini

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