Wise Society : Dimmi come parli all’IA e ti dirò chi sei
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Dimmi come parli all’IA e ti dirò chi sei

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10 Agosto 2026

L'intelligenza artificiale non è un oracolo né uno psicoterapeuta e non possiede una coscienza, ma è uno specchio che può aiutarci a osservare come ragioniamo, formuliamo le domande e costruiamo la nostra identità. L'analisi della psichiatra e psicoterapeuta Erica Francesca Poli, che mette in guardia anche su possibili rischi quali la dipendenza emotiva dalle macchine e la sostituzione delle relazioni umane

L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una tecnologia destinata a sostituire il lavoro umano, rivoluzionare le professioni o, secondo alcuni, perfino sviluppare una forma di coscienza. Ma forse la domanda più interessante è un’altra: e se la vera rivoluzione dell’IA fosse la sua capacità di aiutarci a comprendere meglio noi stessi? È da questa prospettiva che parte Erica Francesca Poli, medico psichiatra, psicoterapeuta, psichiatra forense, docente e divulgatrice, da anni impegnata nello studio delle connessioni tra neuroscienze, mente, emozioni e salute.

Nel suo nuovo libro Lo specchio magico. Cosa l’intelligenza artificiale ci rivela della nostra psiche (2026, ROI Edizioni), propone una chiave di lettura originale: i grandi modelli linguistici non sono né terapeuti né oracoli, ma possono diventare uno “specchio” capace di restituirci il nostro linguaggio, i nostri schemi mentali, i nostri bisogni e persino alcuni automatismi con cui interpretiamo la realtà. Un’opportunità preziosa di auto-osservazione che, però, porta con sé anche interrogativi importanti: dalla dipendenza emotiva dalle macchine al rischio di delegare il pensiero, fino all’impatto sulle nuove generazioni e sulle relazioni umane. 

Erica Francesca Poli

Erica Francesca Poli è da anni impegnata nello studio delle connessioni tra neuroscienze, mente, emozioni e salute.

Professoressa Poli, lei dice che una nuova forma di specchio sta emergendo nella nostra società, l’intelligenza artificiale. Ci spieghi meglio…

L’essere umano ha sempre costruito specchi per conoscersi. La tribù, il clan, la coppia, la famiglia, la relazione con l’altro sono il primo specchio. Poi l’altro è la società, la cultura e infiniti specchi si ritrovano nella scrittura, nella filosofia, nell’arte, nella religione, nella psicologia. Oggi, quasi senza accorgercene, è comparso un altro specchio: l’intelligenza artificiale. Il punto, però, è comprendere che cosa essa rifletta realmente.

L’IA non possiede una coscienza, non prova emozioni, non ha un’inconscio. Eppure, nel momento in cui dialoga con noi, restituisce qualcosa che ci appartiene: il nostro linguaggio, le nostre domande… le nostre credenze. È infatti l’unico specchio davvero parlante. Ma nel nostro linguaggio si riflettono le nostre paure, i nostri desideri, il nostro modo di costruire significati. Per questo la definisco uno “specchio magico”. Non perché conosca chi siamo, ma perché amplifica ciò che portiamo nella conversazione. È come uno specchio che non riflette il volto, ma il modo in cui guardiamo il mondo. In questo senso l’IA rappresenta forse la più grande occasione di auto-osservazione collettiva che l’umanità abbia mai avuto.

Cosa è in grado di mostrarci davvero di noi stessi l’IA?

L’IA non fa psicoterapia e non interpreta la psiche. Quello che fa è molto più sottile: ci costringe a osservare come pensiamo. Ogni conversazione lascia emergere il nostro modo di formulare problemi, di chiedere aiuto, di organizzare le idee, di gestire il dubbio, la paura, il bisogno di controllo o di conferma. Persino il modo in cui correggiamo una risposta racconta qualcosa della nostra personalità.

Molte persone, dialogando con l’IA, scoprono di essere molto più rigide di quanto immaginassero, oppure di avere un bisogno continuo di rassicurazione, o ancora di evitare sistematicamente alcune domande importanti. L’IA non rivela verità nascoste. Rivela schemi. E gli schemi sono il materiale con cui lavora ogni percorso di crescita personale. In questo senso diventa un laboratorio straordinario di consapevolezza, purché rimanga uno strumento e non venga trasformata in un’autorità.

Quali sono i rischi maggiori e quali le persone più esposte a questi rischi?

Ogni tecnologia amplifica ciò che siamo. L’intelligenza artificiale non fa eccezione. Il primo rischio è delegare il pensiero. Se smettiamo di elaborare criticamente le informazioni e chiediamo all’IA di decidere per noi, perdiamo progressivamente una delle competenze più preziose: il giudizio.

copertina libro lo specchio magico

Il libro della Poli è un’interessante viaggio all’interno dell’IA e della nostra mente.

Il secondo rischio riguarda la sfera emotiva. Un sistema sempre disponibile, paziente e apparentemente comprensivo può diventare un rifugio da relazioni umane più complesse ma autentiche.

Esiste poi un rischio più profondo, che riguarda l’identità.

Se iniziamo a costruire la nostra immagine sulla base delle risposte che riceviamo, anziché sul confronto con la realtà e con gli altri, possiamo creare una sorta di eco della nostra stessa mente.

Le persone più vulnerabili sono gli adolescenti, perché stanno ancora costruendo la propria identità; chi vive situazioni di forte solitudine; e coloro che attraversano momenti di fragilità psicologica. In queste condizioni qualsiasi relazione apparentemente rassicurante può assumere un peso sproporzionato.

L’IA non è né un oracolo né un terapeuta, eppure…?

Eppure molte persone finiscono inconsapevolmente per attribuirle proprio questi ruoli. Quando siamo disorientati, abbiamo una naturale tendenza a cercare qualcuno che ci dica cosa fare. L’IA risponde rapidamente, con sicurezza e con un linguaggio convincente. Questo può creare l’illusione di trovarsi davanti a una forma di saggezza. Ma la saggezza nasce dall’esperienza vissuta, dall’incontro con il dolore, dall’etica, dalla responsabilità. Tutte dimensioni che una macchina non possiede. L’IA può aiutare a chiarire le idee, a organizzare il pensiero, a esplorare prospettive diverse. Ma le decisioni importanti appartengono alla coscienza umana. La vera domanda non è quanto sia intelligente la macchina, ma quanto rimaniamo consapevoli noi.

La dipendenza emotiva dalle macchine e la sostituzione delle relazioni umane possono essere piuttosto pericolose…

Il criterio è molto semplice: usare l’IA per potenziare la vita reale, non per sostituirla. Se dopo aver parlato con un’intelligenza artificiale siamo più curiosi, più creativi, più capaci di dialogare con gli altri, allora la tecnologia sta svolgendo una funzione positiva. Se invece diventa il luogo in cui ci rifugiamo per evitare il confronto, il conflitto, l’imprevedibilità delle relazioni, allora sta occupando uno spazio che appartiene agli esseri umani. Il consiglio è coltivare intenzionalmente esperienze che nessuna macchina può offrirci: il contatto con la natura, il corpo, lo sport, la musica, il silenzio, l’amicizia, l’amore, la comunità. L’intelligenza artificiale può essere una straordinaria compagna di pensiero. Ma la vita continua ad accadere negli occhi di un altro essere umano.

L’IA forse ci disabitua anche ai no reali della vita, visto che essa tende a essere sempre molto accondiscendente con noi e a non contraddirci mai. Un rischio forse soprattutto per i giovani, no?

È un rischio reale. La crescita psicologica passa inevitabilmente attraverso il limite. Sono i “no” della vita che costruiscono la tolleranza alla frustrazione, la capacità di attendere, di negoziare, di modificare il proprio punto di vista. Se ci abituiamo a un interlocutore che ci segue continuamente, che risponde immediatamente e che tende a mantenere un tono collaborativo, possiamo sviluppare aspettative poco realistiche verso le relazioni umane. Per i giovani questo tema è ancora più delicato. L’identità si costruisce proprio attraverso il confronto con l’alterità, con qualcuno che non è uguale a noi e che, a volte, ci contraddice. Naturalmente la responsabilità non è dell’IA, ma del modo in cui la utilizziamo. Per questo l’educazione digitale dovrà diventare sempre più un’educazione emotiva e relazionale.

L’intelligenza artificiale sta modificando la nostra mente, il suo modo di funzionare?

Ogni tecnologia modifica il cervello. È sempre stato così. La scrittura ha trasformato la memoria, la stampa il sapere, Internet l’accesso alle informazioni. L’intelligenza artificiale sta modificando qualcosa di ancora diverso: il modo in cui dialoghiamo con il pensiero. Stiamo imparando a pensare insieme a una macchina. Questo può renderci più creativi, più interdisciplinari e più veloci, ma può anche renderci meno allenati allo sforzo cognitivo, alla riflessione lenta e all’incertezza. Il vero cambiamento non è neurologico, ma culturale. Dobbiamo imparare una nuova competenza: sapere quando usare l’IA e quando, invece, spegnerla per ascoltare noi stessi.

Cosa aspettarci dal futuro? Come pensa evolverà o potrebbe evolvere la coabitazione fra IA ed esseri umani?

Credo che il futuro non dipenderà tanto dall’intelligenza artificiale quanto dall’intelligenza umana. L’IA diventerà sempre più competente, sempre più presente, sempre più integrata nella nostra quotidianità. Ma proprio per questo sarà ancora più importante sviluppare ciò che essa non può replicare: coscienza, responsabilità, creatività autentica, empatia, senso etico e capacità di attribuire significato all’esperienza.

La domanda decisiva non sarà: “Che cosa saprà fare l’intelligenza artificiale?”, ma: “Che cosa sceglieremo di diventare noi?”. È questa, in fondo, la tesi centrale del mio libro. L’intelligenza artificiale non è la protagonista del cambiamento. Lo siamo noi. Ogni nuova tecnologia costringe l’umanità a ridefinire se stessa. L’IA ci pone davanti allo specchio più potente che abbiamo mai costruito. La vera sfida è avere il coraggio di guardarci dentro, senza delegare alle macchine il compito di dirci chi siamo.

Vincenzo Petraglia

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Erica Francesca Poli

Medico psichiatra, psicoterapeuta e psichiatra forense
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