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Giovanni Scifoni: “La libertà nasce quando smettiamo di voler possedere”

di Vincenzo Petraglia
23 Aprile 2026

Il noto attore è in tournée con un bellissimo spettacolo teatrale su san Francesco d'Assisi e sul suo messaggio (super attuale) che ci interroga sul rapporto con natura e libertà, successo e ricerca di consenso a tutti i costi. Che ha conseguenze non proprio gratificanti per tutti. Anche per i giovani.

Attore, autore, regista scrittore, Giovanni Scifoni è uno degli artisti italiani più poliedrici che si divide fra cinema, teatro e televisione — da Doc – Nelle tue mani a Squadra antimafia, passando da Don Matteo, Un passo dal cielo  e Che Dio ci aiuti, fino alla webserie La mia jungla – da anni sempre più impegnato in una ricerca teatrale che tocca anche grandi temi spirituali e umani della contemporaneità, sempre con un tocco, mai banale, di ironia.

Come sta facendo con lo spettacolo dedicato a San Francesco d’Assisi, con il quale ha portato in giro per l’Italia con quasi duecento repliche facendo registrare sempre il tutto esaurito. Con Fra’ – San Francesco, la superstar del Medioevo, l’attore porta in scena un racconto potente e sorprendente dedicato al Poverello di Assisi, restituendone (anche attraverso la musica di bravissimi musicisti sul palco con lui) l’energia visionaria e il carisma quasi performativo. Un santo, Francesco, capace di parlare al presente più di molti contemporanei. Non solo simbolo di povertà e pace (tema quantomai caldo nella fase storica che stiamo vivendo!), ma figura radicalmente moderna, attraversata da contraddizioni, libertà e domande ancora aperte.

Giovanni Scifoni

Giovanni Scifoni è uno degli attori italiani più poliedrici che si divide fra cinema, teatro e televisione con fiction di successo,

Lo spettacolo, in scena fino al 26 aprile al Teatro Carcano, nasce da una domanda semplice e radicale: come raccontare oggi Francesco d’Assisi senza cadere nei cliché? La risposta di Scifoni passa da una lettura inedita: Francesco come artista, comunicatore straordinario, figura pubblica capace di interrogare anche il nostro rapporto con il consenso, la fama, il possesso e perfino con la morte. Ne è nato un racconto teatrale che intreccia storia, spiritualità, ironia e riflessione contemporanea.

In questa intervista Scifoni spiega perché Francesco può insegnarci ancora oggi qualcosa di essenziale sulla libertà, sulla relazione con la natura e sulla possibilità di vivere senza guerra e senza l’ossessione del possesso, che in genere ha come unico effetto quello di farci perdere la libertà e renderci schiavi. Delle cose e di noi stessi.

Perché la figura di san Francesco è ancora oggi così attuale e universale?

C’è una frase di Francesco che porto nel cuore ed è questa: “Non devo possedere nulla, perché se possiedo qualcosa devo avere armi per difenderlo”. È una frase di una modernità impressionante, che assume un valore ancora più forte in un’epoca come la nostra segnata dalla guerra. Una frase che vale per gli oggetti, per i territori, per le relazioni, perfino per la nostra identità.

Un messaggio molto forte per tutti, in una società che sempre più sembra rifiutare i “no”, il rifiuto, anche nelle relazioni, spesso causa di violenza, sulle donne per esempio, ma anche fra i giovanissimi…

La difficoltà a confrontarsi con il limite è diventata evidente. Proprio per questo credo che questo modo di affrontare le cose, e in particolare quello racchiuso in questa frase di Francesco, possa essere molto importanti per loro, ma in generale per tutti…

I giovani, forse più che in passato, oggi si sentono più smarriti, anche a causa della generazione precedente certamente e dello scenario non proprio rassicurante in cui viviamo?

Sì, i ragazzi spesso si sentono smarriti rispetto alla propria identità e allora cercano di dirsi che cosa sono, cercano una definizione, quasi come se indossassero una divisa. Anche questa continua necessità di definire il proprio genere — “io sono maschio”, “io sono femmina, io sono pansessuale e così via” — risponde a questa esigenza di darsi una forma precisa. Questa ricerca continua di autodefinizione è, in fondo, un tentativo di possedere qualcosa, che in realtà è impossibile possedere: noi stessi. Io direi che Francesco ci insegna che si può vivere anche nell’indefinitezza, che non è necessario definirsi continuamente, ci insegna proprio il valore dell’impossesso, cioè l’impossibilità di possedere, anche rispetto alla nostra identità. Ed è proprio questo che ci dà una grandissima libertà: oggi sono questo, domani posso essere altro. Questa è una grande libertà.

Spesso Francesco viene definito il primo ambientalista della storia…

Secondo me è una lettura semplificata. Il Cantico delle creature è prima di tutto un’opera teologica. Francesco dice che tutto ciò che Dio ha creato è buono. Lo dice anche perché si opponeva alle dottrine dei Catari, che sostenevano che il mondo fosse opera del demonio. Ma lo dice anche mentre è malato gravemente. Non riusciva quasi più ad aprire gli occhi e perfino la luce di una candela gli provocava un dolore terribile. Anche in quel momento ringrazia Dio per la luce. Sta dicendo che anche il dolore è buono. È un gesto umano ed artistico potentissimo.

Perché dovremmo venire a vedere il suo spettacolo a teatro? Provi a convincerci…

Gli spettacoli su san Francesco sono tantissimi, a maggior ragione quest’anno in occasione degli ottocento anni dalla sua morte. Il problema è che esistono tanti Francesco diversi: il san Francesco di Zeffirelli non ha nulla a che vedere con quello di Dante, per esempio. Sembrano quasi uomini diversi, appartenenti a epoche diverse, addirittura a religioni diverse. Quello vero non sa nessuno chi sia e diffido molto di chi dice: “Adesso vi faccio scoprire qual è il vero San Francesco”.

Ognuno racconta il Francesco che ha colpito la propria sensibilità. Il mio Francesco nasce da un’intuizione precisa: era un artista fenomenale, un performer incredibilel’uomo più famoso del Medioevo. Si parlava solo di lui e dopo la sua morte, moltissime persone hanno iniziato a chiamare i figli Francesco o Francesca, oggi i nomi più diffusi al mondo. Prima non esisteva nemmeno come nome: lui si chiamava Giovanni, Francesco era un soprannome che significava “il francese”, avendo lui la mamma francese. È come se oggi uno avesse un amico soprannominato “il polacco” e dopo la sua morte tutti iniziassero a chiamare i figli “Polacco”. Questo dà la misura della sua fama

giovani Scifoni

foto: Chiara Lucarelli

Da qui nasce lo spettacolo: una riflessione su che cosa significa essere famosi. Sappiamo che Francesco rinunciò al denaro, al possesso, ai vestiti, ma riuscì anche a rinunciare al successo? Questa è la vera domanda. Rinunciare alla popolarità è la cosa più difficile in assoluto, oggi come nel Medioevo. Se mi chiedesse di scegliere tra rinunciare al conto in banca o ai follower, io personalmente rinuncerei senza dubbio al conto in banca!

Il consenso sociale è una cosa potentissima per chiunque, non solo per chi fa spettacolo. Anche per un ragazzo di terza media essere popolare a scuola è più importante dei voti o dei soldi per uscire con gli amici. Oggi poi, nell’era dei social e dei like tutto ciò è ancora più lampante, con conseguenze talvolta anche molto importanti a livello psicologico e di autostima! Francesco rinuncia anche a questo. Lo spettacolo accompagna gli spettatori dentro un percorso in cui provo a svelare l’unico antidoto alla dipendenza dalla popolarità. Ed è Francesco stesso a suggerircelo.

Durante lo spettacolo propone anche un’esperienza molto particolare legata al tema della morte…

Ha a che fare con “Sora nostra morte corporale”. A un certo punto facciamo un piccolo gioco teatrale, che è forse la cosa più bella dello spettacolo. È il momento che molti ricordano di più dopo averlo visto. Propongo al pubblico un esperimento comunitario: provo a far sperimentare per un attimo che cosa significa morire, per pochi secondi. È un’esperienza che fa un po’ paura, ma che è anche molto liberatoria. È qualcosa che coinvolge la comunità teatrale che si crea quella sera.

Che tipo di risposta sta ricevendo dal pubblico?

Le persone reagiscono molto bene. Lo spettacolo è arrivato quasi alla duecentesima replica, lo hanno visto migliaia di spettatori. È il terzo anno di tournée e continua ad avere una risposta molto forte. Ogni tanto qualcuno si alza e se ne va, soprattutto verso la fine, quando racconto un episodio molto importante: il momento in cui i frati disobbediscono a Francesco, lo umiliano e gli si ribellano. È un passaggio cruciale, perché ha a che fare con il potere. Il potere normalmente non insegna la libertà ai propri sottoposti. Anzi la libertà è un qualcosa che chi sta al potere, per esempio i politici, teme molto, perché ostacola il controllo e non solo quello. Francesco invece insegnava la libertà ai suoi frati. E loro quella libertà l’hanno usata anche contro di lui. È per questo che i leader raramente insegnano la libertà, perché temono che poi essa possa essere usata contro di loro”.

Secondo molti storici i frati tradirono lo spirito francescano.

Sì, ne ho parlato anche con Alessandro Barbero, che ha una posizione diversa dalla mia. Lui ritiene che i frati abbiano tradito lo spirito di Francesco. Io invece penso che avessero ragione. Se non avessero espresso la loro autodeterminazione, il francescanesimo sarebbe morto con Francesco.

Perché i suoi insegnamenti e il suo modo di vivere il Vangelo erano troppo ferrei?

Alcune esperienze funzionano solo per chi le ha create. Qui sta la differenza tra essere artisti ed essere padri. L’artista genera un’opera che resta identica a sé stessa. Il padre genera figli che diventano indipendenti e fanno della propria vita ciò che vogliono. Francesco era un padre. Ha generato dei figli spirituali e questi figli si sono autodeterminati. Certo, per lui è stato un dolore terribile. È stato un momento molto drammatico della sua vita, quello che gli storici chiamano la grande tentazione di Francesco. Ed è proprio questo uno dei grandi temi dello spettacolo: la vanitas.

La vanità, in effetti, è un aspetto poco raccontato della figura di Francesco.

Sì, perché a un certo punto rinuncia alla guida dell’ordine. Ma bisogna ricordare che non era una persona umile nel senso comune del termine. Era un uomo con un ego smisurato. Proprio per questo la sua rinuncia è straordinaria. Rinunciare al potere quando lo si desidera davvero, e lo si ha fra le mani, è molto più difficile.

Per portare in scena Francesco, deve aver studiato a fondo la sua figura: cosa l’ha sorpresa di più di lui, qualcosa che magari non immaginava minimamente?

Mi ha colpito molto la sua contraddittorietà. Cambiava idea continuamente. Non era affatto una figura lineare. Era ossessionato dalla risata. Nel mio spettacolo il tema del comico è molto presente proprio per questo motivo. Francesco obbligava i frati a ridere durante le funzioni. Poi però ridevano troppo e fu costretto a introdurre punizioni per chi rideva in modo eccessivo. Imponeva digiuni durissimi, ma poi, quando un frate durante la notte si svegliava lamentandosi e addirittura gridando per la troppa fame, faceva alzare tutti e li faceva mangiare tutti insieme per sostenerlo. Non era una persona prevedibile, né equilibrata nel senso tradizionale del termine.

C’è un luogo francescano a cui si sente particolarmente legato?

Sicuramente il Santuario della Verna, in Tosca, il luogo dove Francesco ricette le stimmate. È un posto straordinario, dove lui si ritirava a pregare dentro le spaccature della roccia, che sentiva essere come le ferite vive di Cristo. E poi l’Eremo delle Carceri, ad Assisi, altro luogo bellissimo e molto potente.

Oltre alla tournée teatrale, quali altri progetti bollono in pentola?

Abbiamo appena finito di lavorare alla nuova stagione di Doc, che dovrebbe andare in onda in autunno. Poi riprenderanno le riprese di Che Dio ci aiuti e tornerà anche la programmazione di Aggiungi un posto a tavola. Intanto continuo naturalmente la tournée dello spettacolo, che sta incontrando una risposta molto forte da parte del pubblico.

Vincenzo Petraglia

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