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Gianluigi Bovini e la “sfida” della longevità: bisogna lavorare per migliorare la qualità della vita nella terza età

A un'aspettativa di vita più lunga deve corrispondere anche una qualità di vita soddisfacente. Per questo occorre muoversi già oggi, sia singolarmente che dal punto di vista istituzionale.

Andrea Ballocchi
15 Marzo 2021

Come assicurare longevità alla terza età in modo che a una aspettativa di vita lunga corrisponda anche una qualità di vita e di condizioni ideali? L’Italia è uno dei Paesi con aspettativa di vita più lunga al mondo. Ma un’indagine ISTAT del 2015 rivelava che gli italiani a 65 anni hanno una speranza di vita più elevata di un anno rispetto alla media UE e godono, in generale, di una salute migliore, ma dopo i 75 anni vivono in condizioni decisamente peggiori rispetto ai coetanei. Tra l’altro, la quota degli over 64enni si sta avvicinando a un quarto della popolazione.

Certo, per molti aspetti, una persona 65enne di oggi ha la forma fisica e cognitiva di un 40-45enne di 30 anni fa, suggerisce la Società italiana di Gerontologia e Geriatria. In ogni caso quasi un italiano su quattro appartiene alla terza età. Nel giro di 25 anni la popolazione italiana vedrà aumentare ulteriormente la percentuale di over 64enni, costituendo un terzo del totale. In termini assoluti, si assisterà a un aumento da circa 13,5 milioni a 19,5 milioni. Inoltre, crescerà particolarmente in termini assoluti e relativi il numero di persone più anziane, ovvero over 79. Quindi, avremo un paese ancora più longevo. È una tendenza italiana, ma anche europea che è al centro dell’attenzione della Commissione UE, che ha avviato una consultazione pubblica, presentando a fine gennaio un libro verde sull’invecchiamento demografico. Un trend in crescita e irreversibile che accompagnerà l’Italia da qui ad almeno la prima metà del XXI secolo. Come riuscire a gestire questa tendenza e creare le condizioni per una longevità di qualità? Abbiamo incontrato a questo proposito Gianluigi Bovini, demografo, Statistico già Capo Area Programmazione, Controlli e Statistica del Comune di Bologna e oggi membro dell’Asvis (Associazione per lo sviluppo sostenibile di Bologna). Bovini è uno degli autori di “2032: idee per la longevità”, saggio a cura di Auser Emilia-Romagna che si pone la questione, fornendo scenari e anche indirizzi per affrontare il futuro.

L’Italia è uno dei Paesi con la più elevata aspettativa di vita in Europa, ma – segnala Istat – dopo i 75 anni vivono in condizioni decisamente peggiori rispetto ai coetanei europei. Quali saranno a suo giudizio le misure da attuare perché la longevità della popolazione italiana consenta di essere di qualità?

2032: idee per la longevità - Copertina del libro

Foto Auser Emilia Romagna

La pandemia ha rivelato in maniera crudele l’evidenza statistica: circa l’85% delle vittime del Covid-19 appartiene per lo più alla fascia d’età over 69, con una e o più patologie.
È un aspetto che non si può più ignorare e implica una consapevolezza: le condizioni di buona salute in età avanzata si costruiscono lungo il corso di tutta la vita. Occorre prendere coscienza di determinati comportamenti preventivi sotto forma di corretti stili di vita (alimentazione, attività fisica ecc.). Poi c’è un problema di depotenziamento generale dei servizi sanitari che invece vanno considerati una priorità e devono essere trovate e stanziate risorse economiche dedicate. Occorre, in particolare, integrare la medicina territoriale con quella ospedaliera, costruendo relazioni migliori di quelle attuali. Quindi, servono comportamenti individuali migliori, ma anche politiche pubbliche che tengano in considerazione proprio questa sfida della longevità avanzata, complessa e che coinvolgerà sempre più persone.

Nel 2050 entro i due terzi della popolazione mondiale vivranno nelle città. Come si assicura una buona longevità per la terza età nei grandi centri urbani, ma anche nei piccoli Comuni?

L’Italia registra una presenza di popolazione anziana diffusa su tutto il territorio nazionale. Nei prossimi anni assisteremo a un suo incremento non tanto nelle metropoli quanto nell’hinterland, dove l’allora popolazione giovane si è insediata alcune decine d’anni fa ed è destinata a viverci. È quanto si è visto, per esempio, a Bologna e dintorni ed è quello cui probabilmente assisteremo anche a Milano e in altre province lombarde. Quindi, oltre a un maggior numero di persone anziane, conteremo anche su una maggiore dispersione territoriale. Questo significa che nei grandi centri occorrerà attuare il cosiddetto modello “città dei 15 minuti”. Bisognerà assicurare quindi una presenza di servizi molto diffusa, in modo che l’anziano – e non solo – spostandosi a piedi o con mobilità leggera possa raggiungerli in tempo ragionevolmente breve. In questo caso si dovrà intervenire anche grazie al contributo della digitalizzazione. Si dovrà anche fare affidamento a soluzioni mirate: per esempio, per determinate professioni puntare sullo smart working, che può ridurre o impedire spostamenti pendolari significativi e su lunghe distanze.

Anziani felici che ballano

Foto Shutterstock

E nei centri minori?

Si dovrà riuscire a portare determinati servizi alla popolazione, specie quella anziana, approfittando anche in questo caso degli strumenti digitali, riducendo quanto più possibile spostamenti obbligati e privilegiando invece quelli per piacere. Per questo si deve affrontare il problema dell’esclusione digitale che colpisce particolarmente le persone della terza età, che rischiano di essere tagliate fuori anche da servizi primari.
Quindi, da una parte bisogna riorganizzare fisicamente le città quando è possibile, dall’altra si devono sfruttare al meglio tutte le tecnologie, soprattutto quelle a vantaggio della fascia di popolazione che per ragioni storiche e di vita non è stata abituata a usare nel proprio lavoro.

Spesso, oltre ai problemi di salute, il principale nemico della terza età è la solitudine. Cosa occorre fare, in città come nei piccoli centri, affinché possa essere affrontata?

La solitudine è un grave problema. Le statistiche evidenziano che soprattutto tra le persone più in là con gli anni la condizione della solitudine è diffusa. Occorre salvaguardare la terza età, intanto comprendendo se gli anziani sono autonomi e quindi possono godere del contatto relazionale. Purtroppo pesa il fattore infrastrutturale: il 70% dei condomini con più di tre piani è sprovvisto di ascensore. Questa è una barriera altamente vincolante, specie nel caso di difficoltà di deambulazione. L’inclusione digitale è importante, ma di più lo è quella fisica, del contatto, della relazione umana. È una sfida enorme che deve vedere impegnata la sfera pubblica, ma anche il volontariato, il terzo settore per contrastare l’isolamento fisico e virtuale. Tra l’altro, sta crescendo la quota di popolazione anziana senza figli, corrispondente a un quarto della popolazione. Assisteremo così nel futuro a una quota di anziani che si troveranno privi di una rete famigliare “classica”. Su questo occorre impegnarsi per trovare soluzioni adeguate.

Le mani di una donna anziana

Foto di Cristian Newman / Unsplash

Da membro dell’Asvis, come pensa potranno essere assicurate le condizioni per uno sviluppo sostenibile sia per gli anziani sia per le giovani generazioni?

Asvis in Italia promuove l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite i cui caratteri essenziali sono due: ci vuole un impegno globale, una forte partecipazione dal basso per raggiungere i 17 obiettivi fissati. Inoltre occorre vedere in ottica integrata le 4 forme di capitale: umano; economico; ambientale; istituzionale. A mio parere, l’Agenda 2030 è molto preziosa per realizzare il concetto di sostenibilità. Riteniamo che nel tentativo di uscire dalla pandemia e nel ritorno alla normalità, sarebbe sbagliato tornare al modo di vivere che avevamo prima. La longevità, nel modo in cui si pone il tema dello sviluppo sostenibile in Italia, è una delle questioni su cui porre debita considerazione.

Andrea Ballocchi

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