Lo psicoterapeuta Alberto Pellai racconta le difficoltà della generazione "di mezzo", stretta tra figli che chiedono autonomia, genitori anziani che hanno bisogno di cura e nuove sfide educative, dalla violenza giovanile all'impatto del mondo digitale
Essere genitori mentre i propri figli attraversano l’età più complessa della crescita e, nello stesso tempo, prendersi cura di genitori anziani che hanno sempre più bisogno di aiuto. È questa la condizione della cosiddetta generazione sandwich, quella fascia di adulti, indicativamente tra i 40 e i 60 anni, chiamata a tenere insieme esigenze familiari molto diverse, proprio nel momento in cui spesso raggiunge anche il culmine della propria vita professionale.
Un equilibrio difficile, che può trasformarsi in una fonte di stress, fatica e senso di inadeguatezza, ma che oggi deve confrontarsi anche con nuove sfide educative: dalla difficoltà dei ragazzi a tollerare la frustrazione fino alla crescente esposizione al mondo digitale e ai sempre più frequenti episodi di violenza giovanile.
Ma cosa sta accadendo ai nostri figli? E come possono gli adulti ritrovare il proprio ruolo senza rimanere schiacciati dalle richieste della famiglia?
Ne abbiamo parlato con Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ricercatore all’Università degli Studi di Milano e scrittore, autore, insieme con Barbara Tamborini, di un libro molto interessante, Il ritorno dello tsunami. Generazione sandwich: vivere tra figli che spingono e genitori anziani che non mollano (Franco Angeli).
Lo abbiamo incontrato nel corso de I Dialoghi di Trani, il festival culturale che porta nella splendida cittadina pugliese scrittori, intellettuali, scienziati, politici, economisti, e in questa intervista abbiamo affrontato con lui temi quali il peso emotivo della generazione sandwich, gli strumenti per gestire il rapporto con figli e genitori anziani e il tema della violenza giovanile, soffermandosi anche sull’impatto che la società digitale e la gratificazione istantanea stanno avendo sulla capacità dei ragazzi di gestire emozioni, limiti e conseguenze delle proprie azioni.

Alberto Pellai è medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ricercatore all’Università degli Studi di Milano, scrittore e divulgatore.
Che cos’è la generazione sandwich?
La generazione sandwich è la generazione fatta da 40-60enni che si trovano in quel tempo del ciclo di vita in cui contemporaneamente rivestono il ruolo di genitori, di solito di figli in preadolescenza e prima adolescenza, e sono anche figli di genitori che invece sono entrati in un’anzianità avanzata, necessitante di protezione e di cura.
Quanto questo ruolo rischia di schiacciare gli adulti e quali sono gli equilibri più difficili da trovare? Quanto è complesso stare nel mezzo?
In effetti, la situazione della generazione sandwich, dal punto di vista del carico emotivo, energetico e delle richieste che provengono all’interno del sistema familiare, è notevole. Il sentirsi spesso travolti dagli eventi e in balia degli eventi, e soverchiati, quindi in carenza di energia, è un vissuto molto frequente, anche perché la generazione sandwich, in questo tempo della vita, al tempo stesso è anche al massimo del proprio percorso professionale, della propria carriera, quindi si trova ad avere molte richieste sia sul fronte esterno, cioè quello del lavoro, sia sul fronte interno, cioè quello della famiglia.
Quali le conseguenze?
Le conseguenze di una situazione così spesso sono il burnout, una sensazione davvero di grande fatica e grande stress, un senso di impotenza, ma spesso anche un attacco al proprio valore personale e alla propria autostima, perché quello che succede è che, nel rivestire una posizione che si fa carico della protezione dei figli e dei genitori anziani, queste persone talvolta devono anche confrontarsi il fatto che i cari di cui si prendono cura si ribellano nei loro confronti, facendolo spesso in modo molto potente, talvolta aggressivo, usando parole svalutanti. Quindi uno si trova nella condizione di dover fare moltissima fatica per il bene dell’altro e poi l’altro, a cui stai facendo del bene, in realtà ti denigra e ti maltratta.
Che consigli possiamo dare per “sopravvivere” e magari riuscire a comunicare anche meglio con loro?
Il consiglio principale è quello di tenere un focus interno, mantenere proprio un luogo di controllo interno dei propri stati emotivi. Spesso le tre cose che vengono consigliate sono, da una parte, essere molto stabili sul fronte emotivo, cioè, quando si viene attaccati, non essere invischiati dall’attacco emotivo che fanno figli o genitori, quando ci dicono che siamo brutte persone, i peggiori genitori del mondo, o un figlio che non ha mai obbedito al proprio genitore.
Questo genere di motivazioni potrebbe entrare nei nostri ingranaggi emotivi interni e farci stare molto male. E qua il consiglio è proprio quello di trattare un po’ i propri figli e i propri genitori con lo sguardo che è quello di un adulto autorevole: cosa farebbe il tuo miglior vicino di casa in questa situazione con tuo figlio o con tuo papà? Ecco, molte volte il vicino di casa farebbe le stesse cose che stai facendo tu, senza sentire un invischiamento emotivo quando eventualmente il figlio o il genitore si ribella. Questa posizione un po’ neutra, che vede quello che serve e non si fa intaccare invece dagli attacchi sul fronte personale, rappresenta la prima protezione e questo è anche indice di un buon livello di sicurezza personale.
Cosa non sempre facile a farsi…
Se ci accorgiamo che non ce la facciamo, è importante chiedere aiuto e il chiedere aiuto significa rivolgersi al proprio territorio, soprattutto con i genitori anziani, e verificare che genere di offerta c’è in termini di volontariato.
Ci sono volontari che vengono due ore in una giornata e che forniscono uno stacco, per esempio, a chi si deve prendere cura per un tempo prolungato del proprio papà o della propria mamma anziana. Può essere molto utile, laddove se ne hanno le possibilità economiche, ricorrere proprio a un aiuto fisso che permette di vivere la propria giornata senza doverla costantemente costruire intorno ai bisogni della persona che necessita.
E rispetto ai figli invece?
Con loro è, invece, fondamentale generare una rete con altre famiglie, con altri genitori, e rimanere all’interno di questa rete perché quello che scopriremo è che mal comune mezzo gaudio, cioè essere genitori di figli nell’età dello tsunami è molto impegnativo e sfidante per tutti e, in realtà, ci si accorge che anche gli altri genitori stanno vivendo un po’ le nostre stesse tempeste.
C’è poi un terzo livello di aiuto: se ci sentiamo svuotati dentro, con una fragilità che rischia di diventare un vissuto depressivo, allora può essere molto utile anche chiedere aiuto a uno specialista.
Oggi i ragazzi sono davvero più aggressivi e violenti rispetto a quelli del passato o è solo una falsa percezione dovuta anche alla maggiore esposizione mediatica odierna?
Oggi i ragazzi, in realtà, spesso agiscono la violenza perché, contrariamente a quanto accaduto in passato, hanno interiorizzato molto meno il senso del limite, il valore della regola e, anche dal punto di vista della loro formazione etica, sono molto più indifferenti al concetto di bene e di male.

Il libro di Pellai e Tamborini, grandi esperti di psicologia dell’età evolutiva, contiene tanti consigli utili per interfacciarsi al meglio con anziani e ragazzi.
Tra l’altro, sono immersi in una cultura generazionale che normalizza l’agire violenza, a volte addirittura la glamorizza, la rende affascinante e quindi è come se non avessero più la sensibilità verso il gesto violento. Spesso è anche legato al fatto che non hanno alcuna percezione vera del principio di realtà.
Ragazzi che poi fanno gesti molto gravi, molto violenti, criminali e che quindi diventano reati anche secondo il penale minorile, un minuto dopo aver compiuto il proprio reato vengono fermati dalla giustizia e quel gesto che a loro sembrava così automatico e che li faceva sentire onnipotenti, immediatamente diventa un gesto che assume il significato per quello che è davvero, cioè un gesto criminale che limiterà la tua possibilità di vita, ti obbligherà a stare in un luogo protetto, dovrai fare un lungo percorso di riparazione e riabilitazione. Tutte queste visioni dentro alla mente il ragazzo non le aveva perché, in questo contesto educativo, si vede molto la prepotenza premiata, ma non la prepotenza punita.
La società digitale in cui viviamo oggi di certo non aiuta a essere pazienti, ad accettare i no e, soprattutto per i ragazzi, a comprendere fino in fondo il rapporto azione-conseguenza?
In effetti, il mondo digitale è un mondo molto accelerato, fortemente basato sulla gratificazione istantanea, che ha distrutto l’acquisizione e la capacità di tollerare la frustrazione. Non esiste la noia, non esistono i tempi di attesa e tutto questo rende il ragazzo iperreattivo e molto pulsionale, cioè tra ciò che sento e ciò che agisco è fondamentale inserire la funzione del pensiero, no?
Mi sento arrabbiato, vorrei agire violentemente, ma tra il sentire la rabbia e l’agirla arriva il pensiero che dice: “Guarda che gli esseri umani la rabbia non la agiscono, ma la elaborano, la dialogano, la inseriscono in una strategia di gestione del conflitto“. Perché questo accada bisogna essere immersi in una cultura che favorisce l’educazione emotiva, la solidarietà, la cooperazione, l’empatia e tutte queste dimensioni.
In realtà, nel mondo digitale, che viene frequentato per un tempo così lungo, dalle 4 alle 6 ore in adolescenza, ecco, questo mondo non sostiene queste competenze, questi valori dell’essere umano e quindi la riduzione dell’acquisizione di queste abilità e competenze spesso mette ragazzi e ragazze a grande rischio senza che loro neanche ne abbiano la consapevolezza.
Vincenzo Petraglia

