"Il Provinciale", il programma che conduce su Rai3, si distingue. Per la profondità e l'autenticità del suo modo di raccontare, che emergono anche in questa intervista, dove si parla di sostenibilità (quella vera però) e anche di ragazzi, che rischiano di perdere la barra
Il Provinciale è uno di quei programmi che rendono la televisione un mezzo che vale davvero la pena di vedere, in un’offerta che ormai sempre più spesso propone format a dir poco inguardabili, per usare un eufemismo. Una trasmissione condotta in punta di piedi, con eleganza, profonda nel suo racconto di territori, storie, persone, e anche nelle riflessioni che offre, lontane molto spesso anni luce dal modus operandi che impera oggi nel piccolo schermo e fuori da esso. A condurla Federico Quaranta, che dal 7 settembre torna su Rai3 alle 20,10 per raccontare l’Italia attraverso i suoi territori meno conosciuti, “minori”, le comunità e le storie di chi li abita.
L’abbiamo incontrato e con lui abbiamo parlato di turismo lento e sostenibile, quello vero però al di là di ogni slogan pubblicitario, e overtourism, di aree interne, spopolamento e di tutela del grande patrimonio che come italiani abbiamo, ma che rischia di andare perduto per sempre, fagocitato dalla standardizzazione della modernità, che sta modificando – e non poco – anche il nostro modo di sentire e di agire, a partire da quello dei giovanissimi.

Federico Quaranta conduce dal 7 settembre su Rai3 alle 20,10 “Il Provinciale”, racconto corale dell’Italia minore soprattutto attraverso le storie delle persone che incontra durante i suoi viaggi (foto: Anna Camerlingo).
Cosa vedremo nella nuova stagione de “Il Provinciale” e dove ci porterà?
In Sicilia, Sardegna, Campania. Vedremo ancora una volta l’Italia meno esposta e, proprio per questo, più sorprendente. Attraverseremo montagne, paesi, campagne, coste e territori di confine, ma non per compilare una guida turistica. Il Provinciale non cerca semplicemente dei luoghi belli: cerca luoghi capaci di raccontare qualcosa dell’essere umano.
Incontreremo comunità, artigiani, pastori, agricoltori, pescatori e persone che hanno scelto di restare, di tornare o di ricominciare. Entreremo nei paesaggi attraverso la letteratura, la poesia, la storia e la cultura materiale. Perché un territorio non è mai soltanto ciò che appare: è ciò che gli uomini e le donne hanno custodito, trasformato e tramandato. Il Provinciale prova a fare questo: non limitarsi a mostrare l’Italia, ma interpretarla. E possibilmente restituirla al pubblico con uno sguardo diverso.
Qual è la ricchezza più grande della provincia italiana e perché bisogna proteggerla?
La sua ricchezza più grande è la relazione. Nei territori provinciali sopravvive ancora, seppure con fatica, un rapporto diretto tra le persone, il paesaggio, il lavoro e la memoria. Lì il cibo non è soltanto un prodotto, ma la conseguenza di una terra e di una stagione; un mestiere non è soltanto reddito, ma identità; una festa non è intrattenimento, ma il modo in cui una comunità rinnova la propria appartenenza.
Dobbiamo proteggere questi luoghi non per trasformarli in musei o presepi, ma per mantenerli vivi. Una tradizione imbalsamata è già morta: deve poter dialogare con il presente, produrre lavoro, accogliere innovazione e offrire ai giovani la possibilità di restare. Quando scompare un paese non perdiamo soltanto delle case. Perdiamo parole, gesti, semi, ricette, conoscenze, modi di abitare e di stare insieme. Perdiamo una parte della nostra biodiversità umana.
Qual è l’anima più profonda della nostra Nazione?
Se dovessi descriverla in poche parole direi: una straordinaria capacità di trasformare la necessità in bellezza. L’Italia più profonda è nata spesso dalla fatica, dalla scarsità, dall’adattamento a territori difficili. I terrazzamenti, i muretti a secco, le coltivazioni di montagna, le ricette popolari, l’artigianato: molte delle cose che oggi consideriamo bellezza sono nate da un bisogno.
I nostri antenati non potevano sprecare nulla e hanno imparato a trasformare il poco in cultura. L’anima italiana è questa intelligenza delle mani, questa creatività quotidiana, questa capacità di tenere insieme differenze enormi. Ma è anche un’anima fragile, talvolta individualista e poco incline a riconoscere il bene comune. Siamo un popolo straordinario nelle emergenze, ma dobbiamo imparare a esserlo anche nella cura quotidiana.
L’estrema diversità delle nostre “Italie” è un tratto distintivo rispetto ad altre nazioni.
Non esiste una sola Italia: esistono molte Italie raccolte dentro uno stesso confine. Cambiano i paesaggi, i dialetti, le cucine, i modi di lavorare e perfino la percezione del tempo. A pochi chilometri di distanza una parola assume un altro suono, un ingrediente diventa un’altra ricetta, la stessa montagna genera culture differenti. Questa frammentazione non è un limite: è la nostra più grande ricchezza.
L’Italia non possiede una bellezza uniforme e ripetibile. È un mosaico nel quale ogni tessera conserva la propria identità e, nello stesso tempo, contribuisce a una figura comune. Il rischio è voler rendere tutto uguale, più facilmente vendibile e immediatamente riconoscibile. Ma quando un luogo si uniforma perde la propria ragione più profonda. Proteggere le differenze significa difendere la vera unità del Paese, che non nasce dall’omologazione, ma dalla capacità di far dialogare le diversità.
Quelli che le piace raccontare sono luoghi adatti al turismo lento, lontani dall’overtourism.
Sì, ma dobbiamo stare attenti a non trasformare il turismo lento nell’ennesima etichetta commerciale. Non basta camminare lentamente per entrare davvero in un territorio. Bisogna imparare a rispettarne i ritmi, le persone e la fragilità. L’overtourism consuma i luoghi: li trasforma in fondali davanti ai quali fotografarsi. Il viaggio lento, invece, dovrebbe produrre un incontro. Significa fermarsi, acquistare da chi vive lì, conoscere una storia, comprendere perché un paesaggio abbia assunto quella forma. Significa lasciare valore, non soltanto rifiuti e immagini sui social.
Le aree interne possono rappresentare una risposta alla concentrazione insostenibile dei flussi turistici, ma non devono diventare la prossima merce da consumare. Non dobbiamo trasferire il turismo predatorio dalle città d’arte ai borghi. Occorre distribuire le presenze, educare i visitatori e coinvolgere le comunità nelle scelte. Un territorio non appartiene a chi lo fotografa per un giorno, ma innanzitutto a chi lo cura per tutto l’anno.
Fra tutti i luoghi, le persone e le storie che ha finora raccontato, ce ne sono alcuni che l’hanno colpita più di altri?
Mi colpiscono soprattutto le persone che avrebbero avuto molte ragioni per andarsene e hanno trovato una ragione più forte per restare. Penso ai giovani che recuperano un terreno abbandonato, agli artigiani che continuano un mestiere senza trasformarlo in folklore, ai pastori che presidiano montagne sulle quali altrimenti avanzerebbero l’abbandono e il dissesto.
Ho incontrato anziani che possedevano pochissimo ma custodivano un universo di conoscenze, e ragazzi che hanno saputo usare la tecnologia senza recidere il rapporto con la propria terra. Sono loro a restarmi dentro. Non vorrei scegliere un solo volto, perché Il Provinciale è un racconto corale. Il protagonista autentico non è il conduttore e spesso non è neppure il singolo personaggio: è la relazione tra una persona, la sua comunità e il luogo che ha scelto di abitare.

Federico Quaranta con il suo fedele e immancabile compagno di viaggio.
Personalmente, cosa cerca nel viaggio?
Cerco l’incontro. Non viaggio per confermare ciò che so, ma per mettere in discussione ciò che credo di sapere. Un vero viaggio dovrebbe spostare qualcosa dentro di noi, non soltanto il nostro corpo da un luogo all’altro. Per questo mi interessano le deviazioni, le strade secondarie, le persone che non avevo previsto di incontrare. Cerco il momento in cui smetto di essere conduttore e torno a essere semplicemente Federico: uno che ascolta, fa domande, si emoziona e qualche volta si sporca le mani. Non colleziono luoghi visitati. Cerco storie che continuino a lavorarmi dentro anche dopo essere tornato a casa. Se un viaggio non ci cambia almeno un poco, forse abbiamo soltanto cambiato paesaggio.
Cosa significa per Federico Quaranta essere sostenibile?
Essere sostenibile significa prima di tutto imparare a durare. La parola sostenibilità è stata consumata dalla comunicazione, trasformata spesso in uno slogan rassicurante o in una vernice verde applicata sopra comportamenti che non cambiano. Per me significa domandarmi se ciò che faccio possa continuare nel tempo senza distruggere le condizioni che lo rendono possibile. Vale per l’agricoltura, per l’economia e per l’ambiente, ma anche per le relazioni e le comunità. Non è sostenibile un’agricoltura che esaurisce la terra; non lo è un turismo che espelle gli abitanti; non lo è un modello di vita che consuma le persone insieme alle risorse.
Essere sostenibili significa conoscere il limite. Acquistare meno e meglio, evitare lo spreco, rispettare la stagionalità, scegliere la provenienza, riconoscere il giusto valore del lavoro. Non considero la sostenibilità una condizione di purezza: nessuno di noi è perfettamente sostenibile. È una pratica quotidiana fatta di consapevolezza, responsabilità e coerenza.
Di recente è stato vittima di un’aggressione da parte di un gruppo di ragazzi. Perché accadono episodi simili e cosa si dovrebbe fare?
Quell’aggressione mi ha lasciato addosso soprattutto una domanda: quando abbiamo smesso di riconoscere nell’altro un essere umano? Non penso che i ragazzi di oggi siano geneticamente peggiori. Sono però immersi in una società che trasforma continuamente la violenza in linguaggio, spettacolo e riconoscimento. Sui social l’insulto genera attenzione, la sopraffazione diventa un video da condividere e l’umiliazione dell’altro può procurare consenso nel gruppo. Quando per esistere devi essere visto, anche un gesto terribile può sembrare una scorciatoia verso la visibilità.
Ma attribuire ogni responsabilità ai giovani sarebbe troppo comodo. I ragazzi restituiscono anche ciò che noi adulti abbiamo consegnato loro: famiglie assenti o disorientate, una scuola lasciata spesso sola, spazi pubblici impoveriti, modelli fondati sul possesso, sul successo immediato e sulla forza. Occorrono educazione affettiva, presenza, sport, cultura e luoghi nei quali incontrarsi realmente. Servono anche regole chiare e conseguenze certe, perché educare significa amare, ma significa pure stabilire un limite. La repressione da sola arriva quando il danno è già avvenuto; l’educazione, invece, prova a impedire che quel danno diventi possibile.
Di cosa avremmo bisogno per costruire una società più saggia? Da dove dovremmo ripartire?
Dovremmo ripartire dal limite, dalla relazione e dalla responsabilità. Abbiamo confuso la libertà con la possibilità di fare qualunque cosa, il benessere con il possesso e la velocità con il progresso. Una società saggia dovrebbe sapere che non tutto ciò che è possibile è anche giusto, che non tutto ciò che produce profitto genera valore e che non tutto ciò che è nuovo rappresenta necessariamente un miglioramento.
Dovremmo tornare a educare all’ascolto, alla fatica, all’attesa e alla frustrazione. Parole poco seducenti, ma indispensabili per diventare adulti. Recuperare il rapporto tra generazioni, perché una società che separa i giovani dagli anziani costringe entrambi alla solitudine: i primi perdono la memoria, i secondi il futuro.
E poi dovremmo ripartire dai luoghi nei quali si costruisce il “noi”: la famiglia, la scuola, i paesi, i quartieri, le associazioni, le piazze. La saggezza non consiste nell’avere tutte le risposte, ma nel comprendere che ogni nostra scelta produce conseguenze sugli altri e su chi verrà dopo di noi.
Forse una società più “wise” comincia proprio da una parola antica e apparentemente semplice: rispetto. Dal latino re-spectare, guardare indietro, guardare di nuovo. Prima di avanzare ancora, dovremmo avere il coraggio di voltarci, comprendere ciò che abbiamo perduto e decidere che cosa meriti davvero di essere portato nel futuro.
Vincenzo Petraglia

