Wise Society : La fortuna va restituita: Enzo Manes contro il mito dell’uomo che si è fatto da solo
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La fortuna va restituita: Enzo Manes contro il mito dell’uomo che si è fatto da solo

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4 Luglio 2026

Dall'esperienza di Dynamo Camp alla proposta della “good tax”, una riflessione del noto imprenditore e filantropo italiano sul valore del "noi" e del bene comune, e sulla responsabilità che ognuno ha verso gli altri

C’è una parola che sembra essere messa sempre più a rischio nel dibattito pubblico contemporaneo: “noi”. In un’epoca dominata dall’individualismo, dalla velocità e dalla ricerca del successo personale, tornare a riflettere sul concetto di bene comune appare quasi un atto controcorrente. È proprio da qui che parte l’intervista a Enzo Manes, fortemente convinto che proprio da questo concetti passi la possibilità di costruire una società più giusta, coesa e capace di affrontare le grandi sfide del presente.

Imprenditore e filantropo, azionista e vicepresidente esecutivo di KME Group, una delle principali realtà europee nella produzione di semilavorati in rame, Manes è il fondatore della Fondazione Dynamo, il cui principale progetto è Dynamo Camp, un’iniziativa che offre programmi di terapia ricreativa a bambini e ragazzi con patologie gravi o croniche. Un impegno che gli è valso, nel 2013, il riconoscimento di Cavaliere del Lavoro.

L’abbiamo incontrato nel corso del Vasto d’Autore Festival in occasione di un talk sui temi toccati nel suo libro Nessun basta a sei stesso. Perché abbiamo bisogno del bene comune (Ed. Piemme, 2024), una riflessione sul valore della collettività in un’epoca segnata dall’individualismo, in cui, attraverso la sua esperienza personale e quella di Dynamo Camp, invita appunto a riscoprire il senso del “noi”, sostenendo che il bene comune non sia soltanto un ideale, ma una responsabilità condivisa capace di generare cambiamenti concreti per l’intera società.

Enzo Manes

Enzo Manes (foto: courtesy Fondazione Dynamo).

Cominciamo dal titolo del suo libro: “Perché abbiamo bisogno del bene comune?”. Che risposta si è dato?

Penso alle istanze sociali più impellenti, che non siamo in grado di affrontare come individui e che, con intensità diversa, condizionano la nostra vita: i tempi d’attesa troppo lunghi per avere una visita medica, il supporto insufficiente alle persone più fragili, l’accoglienza e l’integrazione faticosa dei migranti, la sicurezza delle strutture scolastiche… L’elenco può essere allungato a piacere. Se non proviamo a occuparci in maniera coordinata dei nostri problemi comuni, ognuno con i mezzi che può mettere a disposizione, il bene individuale inevitabilmente finisce per essere intaccato, fino a sparire. Il bene o è comune, o non esiste.

Che fine ha fatto il “noi”? Rischia di andare perduto per sempre?

Il “noi” gode di buona salute – penso alle migliaia di persone che da tutta Italia sostengono Dynamo –, ma evocarlo e basta non è sufficiente. Occorrono iniziative sistemiche.

copertina libro Enzo Manes

Nel suo libro Enzo Manes spiega perché abbiamo tutti bisogno del bene comune e di ritrovare il senso della comunità.

Per questo nel libro difendo l’idea di una “good tax”, una tassa buona.

Una tassa cioè dell’1 per mille sulla ricchezza finanziaria degli italiani più facoltosi, che non peggiorerebbe la vita di nessuno.

Per fare un esempio, un cittadino con una ricchezza di 1 milione di euro contribuirebbe con mille euro appena.

I cittadini sceglierebbero le cause e le organizzazioni cui destinare quelle somme e si contribuirebbe, assieme, ad affrontare problemi che individualmente sono irrisolvibili.

Si tratta di una tassa di cui non ci accorgeremmo neppure, e che però libererebbe in Italia nuove risorse per circa 5 miliardi di euro. Immagini tutto quello che potremmo fare con una disponibilità del genere.

Lo scenario e il modus operandi imperante all’insegna della violenza e dell’indifferenza nei confronti dei più deboli, anche da parte delle sfere più alte della politica internazionale, non aiuta in tal senso…

Spesso commettiamo l’errore di concentrarci su bisogni lontani, su problemi macroscopici, a volte solo concettuali. Il comico Chris Rock la chiama “indignazione selettiva”. Concentriamoci sui problemi pratici, concreti e reali che abbiamo davanti a noi, e cominciamo a lavorare in silenzio per risolvere quelli. Fatto questo, potremo lamentarci di tutto quello che ci pare, anche della politica internazionale.

I giovani sono più avanti o più indietro sul tema del “noi” rispetto alle generazioni precedenti?

Difficile dirlo. La loro è la prima generazione che sta sperimentando sulla propria pelle il potere dei social media. Gli strumenti digitali con i quali vivono hanno la capacità di rendere più fragili le loro interazioni, la loro crescita come “noi”: non azzardo pronostici, ma vedo la profonda necessità di un lavoro di educazione digitale, che potrà partire dalle scuole più facilmente che dalle famiglie. Ecco un’altra istanza sulla quale potremmo lavorare con una “good tax”

Social, intelligenza artificiale, tecnologia sono un ostacolo o un facilitatore?

Sono tre categorie molto diverse ma, se vogliamo osservarle nell’insieme, mi pare che funzionino piuttosto come un amplificatore: delle cose che funzionano così come di quelle che ci fanno disperare. Ingigantiscono alcune delle fragilità che dobbiamo necessariamente correggere. Ma permettono anche di trovare risposte nuove a vecchi problemi. Per esempio, possono essere usate per assicurare maggiore tracciabilità e trasparenza nella gestione delle donazioni filantropiche destinate a iniziative di interesse comune. E quindi possono aiutare a smantellare una delle scuse favorite da parte di chi si disinteressa: “non dono perché non so poi dove vanno a finire i miei soldi”. Come tutte le altre, questa è una scusa che non sta più in piedi. Chi accampa ancora scuse per non donare o è male informato, o è in mala fede.

Di cosa va più fiero per quel che riguarda Dynamo Camp e come questa esperienza le ha cambiato la vita e la prospettiva su di essa?

Dynamo ha contribuito a creare una cultura più consapevole del bene comune. Insegnandoci che non ci sono deroghe all’impegno, ciascuno con i mezzi a sua disposizione. Che la bellezza dei luoghi, dei gesti e delle intenzioni ha un potere trasformativo enorme. Che una piccola generosità, esercitata per un lungo periodo, può ottenere risultati inimmaginabili.

Enzo Manes

Enzo Manes al Vasto d’Autore Festival 2026.

Lei ha dichiarato che la meritocrazia è un falso mito. Ci spieghi meglio…

Pensi a quello che succede quando abbiamo successo: ci piace dire che siamo stati bravi, che abbiamo raggiunto i nostri obiettivi perché abbiamo esercitato talento, passione, impegno, caparbietà, sacrificio, coraggio. E altre virtù a caso. Insomma, ci piace dire che quel successo ce lo siamo meritato. Quando invece le cose vanno male, be’, allora nove volte su dieci è stata colpa della sfortuna.

Bilancerei questi punti di vista dicendo che, quando parliamo dei nostri successi, tendiamo a dimenticare il contesto familiare in cui siamo nati, le opportunità educative che abbiamo ricevuto, gli incontri decisivi che hanno cambiato la nostra vita, le coincidenze, il nostro stesso patrimonio genetico che ci ha permesso di essere così appassionati impegnati caparbi, eccetera eccetera. Tendiamo a dimenticare, cioè, che siamo stati fortunati.

Questa fortuna, poiché ci è piombata addosso senza ragione, dovremmo prima riconoscerla, poi almeno in parte restituirla. Ecco, se può esserci un merito in chi ha successo è questo: riconoscere la propria fortuna e redistribuirla attorno a sé.

Progetti futuri? Cosa bolle in pentola?

Due cose sopra le altre. L’anno scorso abbiamo accolto quasi 7mila bambini e genitori da tutta Italia, che hanno beneficiato gratuitamente dei nostri programmi di terapia ricreativa. Ma le persone che vorrebbero e potrebbero venire al Camp sono molte di più. Abbiamo, insomma, una lista d’attesa di bambini e genitori: stiamo facendo degli investimenti cospicui per aumentare il numero di posti a disposizione nel Camp e poter accogliere più persone e più spesso.

La seconda cosa riguarda il cosiddetto “Dopo di noi”, e cioè la preoccupazione di un genitore di assicurare, anche dopo la sua morte, l’assistenza necessaria a un figlio in condizione di fragilità. Abbiamo incominciato a lavorare a un progetto estremamente innovativo, contiamo nei prossimi anni di lanciarlo a Milano per poi farlo crescere in tutta Italia. C’è un bisogno sociale enorme, ancora irrisolto, e non si può osservarlo da lontano senza provare a intervenire.

Vincenzo Petraglia

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