Wise Society : Foreste e popoli dell’Amazzonia a rischio: il grido d’allarme dell’attivista indio Atucà Guaranì
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Foreste e popoli dell’Amazzonia a rischio: il grido d’allarme dell’attivista indio Atucà Guaranì

di Vincenzo Petraglia
21 Marzo 2022

Portavoce delle minoranze indigene per l’Unesco, da anni si batte per la salvaguardia dell'ambiente e dei diritti della sua gente, anche nelle scuole e nelle università del nostro Paese, dove ha trovato la sua seconda casa

La corsa al disboscamento e alla distruzione delle foreste in molti angoli del pianeta continua senza tregua, spesso per far posto a colture e allevamenti intensivi che hanno un impatto terribile certamente sull’ambiente, ma anche sui popoli che abitano nelle foreste, da cui dipende la loro stessa sussistenza. Come se la pandemia non ci avesse insegnato nulla, come se l’enorme emergenza climatica non fosse un problema serio e da affrontare con la massima urgenza.

Così la deforestazione continua ad essere allarmante: 13 milioni di ettari di foreste vengono distrutti ogni anno, seconda causa dei cambiamenti climatici dopo i combustibili fossili. “Ogni anno vengono infatti assorbite dagli alberi due miliardi di tonnellate di CO2, che diventano un deposito di carbonio”, ha spiegato Douglas McGuire, coordinatore tutela e ripristino delle foreste e del paesaggio della Fao.

foresta mato grosso

Foto: Joselito / Unsplash

A pagarne le conseguenze, oltre all’ambiente, sono i tanti popoli indigeni che nei decenni sono stati decimati, se non addirittura interamente sterminati. Un autentico genocidio, perché di quello si tratta, che continua a passare quasi del tutto sotto traccia in nome di grandi interessi economici, avallata in modo molto netto dalla scellerata politica del presidente brasiliano Bolsonaro.

Fra questi popoli c’è quello dei Guaranì del Mato Grosso, in Brasile, che si sono visti completamente devastare e invadere i propri territori (oggi molti di loro vivono confinati in minuscole riserve sovraffollate, con conseguenze sociali drammatiche) da allevatori e imprenditori agricoli in cerca di terreno per allevamenti di bestiame e piantagioni di soia e canna da zucchero per il mercato dei biocarburanti. I loro leader vengono assassinati o perseguitati dalla polizia, e molti di loro si sono tolti la vita, proprio a causa delle ingiustizie subite.

Wise Society ha intervistato Atucà, indio del popolo Guaranì che da anni si batte per la salvaguardia dei diritti della sua gente e per una vera cultura del rispetto della diversità, anche nelle scuole e nelle università del nostro Paese, dove ha trovato la sua seconda casa.

Atucà ci racconta cosa il suo popolo, il popolo dei Guaranì, ha dovuto subire fino ad oggi?

La nostra rovina parte da molto lontano, quando i primi conquistatori sbarcarono in Sudamerica e incontrarono proprio i Guaranì, l’etnia indigena allora più diffusa. Se portoghesi e spagnoli riuscirono a sopravvivere in selva fu grazie al nostro aiuto. Una parte dei Guaranì fuggì ritirandosi ancora più internamente alla selva.

Arrivarono le missioni dei gesuiti con la loro lenta e inarrestabile evangelizzazione che iniziò a erodere la nostra cultura, la nostra identità, la nostra capacità di autonomia. Quindi iniziò la nostra schiavitù e il mercato di questi indio, animali senz’anima, dalla pelle ambrata e quindi perfetti per le corti ricche. Ma è il nostro concetto di democrazia che non è piaciuto sin dall’inizio.

È un riconoscimento autentico fatto ad un leader che conquista la stima della comunità e per questo ne diventa la guida. È un riconoscimento di stima, di lealtà, di amore costruito sulla relazione diretta, non sul gioco dei voti, un esempio di democrazia non è apprezzata da voi. Già quando sono arrivati i primi conquistatori, spaventati dal nostro modo di combattere e dalle armi indigene come le bolas, hanno cercato subito di sottometterci. Siamo diversi. La vostra società, i suoi valori non ci corrispondono. Noi non abbiamo bisogno di ricchezza per sopravvivere. L’oro per noi non è uno strumento di potere con cui creare differenze sociali.

Atuca guarani

Atucà Guarani è stato portavoce delle minoranze indigene per l’Unesco e da anni si batte, in modo del tutto pacifico, per la salvaguardia delle foreste e dei diritti della sua gente.

Eppure nella selva c’è tanto oro, diamanti e altre pietre preziose, ma a noi non servono. Non ne abbiamo bisogno. È il rispetto quello che ci manca. Sono arrivate grandi imprese minerarie ad offrire alle comunità modelli di società e ricchezza in cambio dell’autorizzazione a stare sulla nostra terra. E con queste offerte si sono mostrate al mondo come benefattrici della causa indigena. In realtà sono solo giochi di comunicazione e di raggiro che approfitta della semplicità d’animo indigena. Il sangue guaranì non scomparirà, mescolandosi o adattandosi alla vostra società, ma scompariranno le tradizioni, gli usi, i costumi, la cultura guaranì.

Cosa abbiamo subito e cosa stiamo ancora subendo? Una totale non accettazione della nostra diversità. Ci vedete ballare a piedi nudi su un pezzo di terra, in mezzo alla polvere, cantando in una lingua strana, facendo riti con l’acqua, chiamando la luna e suonando i nostri strumenti musicali. Per voi noi siamo selvaggi, siamo fuori dalla modernità, l’unica che per voi oggi salva. E invece noi siamo sani e in contatto con la Terra, con l’universo, pieni di spiritualità perché per noi dio è sempre esistito. Ma ai vostri occhi, l’immagine del selvaggio è più forte, e questo è  sufficiente per autorizzare la nostra caccia. E si sa benissimo che siamo cacciati come animali. Basta uccidere il leader sotto i tuoi occhi, e tutta la comunità si disperde. Lo si sa bene purtroppo…

Un rapporto, quello con la Terra e l’universo, che probabilmente si è quasi del tutto perso nelle società occidentali…

Purtroppo sì. La società deve capire che senza l’ambiente non esisterebbe la vita sul nostro pianeta. Bisogna sapere che l’indigeno è un essere umano, che la foresta deve essere rispettata. L’attuale situazione indigena non è una novità. È un problema vecchio ormai di secoli e che continua con le discriminazioni e gli abusi. In selva poi, non è mai esistito il concetto di diritto umano, non tanto per noi indio ma per chi viola consapevolmente questa terra e chi la abita. Il documento che sancisce i diritti umani mi fa sorridere. Sicuramente è ben custodito dentro un qualche ufficio, o appeso con la sua cornice ad una qualche parete. Ma per noi indio è una frase lontana.

Quante sono le popolazioni indigene rimaste e ancora per quanto potranno resistere?

Ogni giorno nascono nuove comunità indigene. Da una realtà molto grande è probabile che si allontani un gruppo per andare a costituire una nuova comunità. Spesso scelgono di avvicinarsi alle periferie delle città per non subire più l’attacco dei mercenari e smettere così di soffrire. Cercano di inserirsi nella società ma è molto difficile. A loro sono riservati i lavori più umili. Spesso le ragazze, se sono belle, finiscono nel giro della prostituzione o della droga. I Guaranì, anche se ridotti ormai al nulla, continuano ad essere l’etnia più numerosa. Ci sono etnie oggi rappresentate da una sola persona che abita nel cuore della selva. Altre sono completamente sparite.

C’è chi parla di 350 diverse etnie con lingua, cultura, abitudini completamente diverse, tanto da non capirsi tra di loro. Si dovrebbe abitare in selva per capire la situazione reale. Io stesso in selva ho vissuto in molte comunità diversissime tra loro, con un grado di spiritualità altissimo che nella vostra società io devo ancora incontrare nonostante abbia viaggiato tanto nel vostro mondo. Siamo i custodi della Pachamama, il nostro rapporto con la Terra e l’universo è esclusivo e difficile da comprendere per voi. La nostra resistenza dipende da quanto le comunità sono dentro al cuore della selva: più sono nascoste più resistono. Ma purtroppo oggi esistono molti sistemi per rilevare la presenza umana. È inutile, siamo una presenza scomoda perché non siamo consumatori, non abbiamo ambizioni e non ci riproduciamo numerosi perché sappiamo di vivere in un sistema ambientale delicato e ormai compromesso.

foresta in fiamme

Foto: Joanne Francis / Unsplash

Cosa si potrebbe fare per fermare l’aggressione al vostro popolo e ai luoghi che abitate?

L’unica cosa che è possibile fare è intervenire sull’educazione dei giovani. Solo così sarà  possibile spezzare questo processo. È una società malata di interessi e di tecnologia d’intrattenimento che impedisce alle persone di guardarsi attorno e di cogliere le reali necessità del pianeta. È più facile andare al supermercato o al cinema piuttosto che andare in selva e capire come nascono gli animali, come vive un giaguaro, come tutto è stupendo e pieno di vita. Non si pu  fermare niente di quello che gi  sta accadendo perch  la gente non sa nulla, e se sapesse qualcosa io credo che inizierebbe a fare qualcosa. Ma   un’educazione che deve partire dai giovani.

Da anni non a caso porta avanti un lavoro di sensibilizzazione dei confronti anche delle scuole…

È importante partire dai più piccoli, perché i grandi in questo momento non stanno facendo nulla. Questa società non conosce nulla di noi salvo le cose più, diciamo così, pittoresche: ci vestiamo con le piume, facciamo i riti alla luna, imitiamo gli animali, suoniamo i tamburi. Non c’è informazione su di noi, oppure arriva sbagliata. Alcuni anni fa ho conosciuto il dottor Alessandro Pizzoccaro, presidente dell’azienda Guna. Ci siamo trovati d’accordo su molti temi inerenti la questione amazzonica, che lui conosce molto bene.

Uno di questi era proprio l’educazione delle giovani generazioni per un futuro più consapevole. E da quel momento, grazie al suo sostegno, è iniziata una bella collaborazione nelle scuole che quest’anno, grazie ad una proposta che prevede la visione di un video prodotto appositamente e un successivo appuntamento online, mi consentirà di incontrare nuovamente i miei ragazzi. Sarà una bella sorpresa! I bambini sono il terreno migliore dove lasciare un seme che diventerà un magnifico albero pieno di rami e foglie verdi. Questo io credo dei bambini…

 

Cosa rappresenta nella vostra cultura la foresta?

Le faccio io una domanda: cosa rappresenta per un bambino la sua mamma? Questo è per noi la foresta.

Cosa fa nel nostro Paese e perché ha deciso di mettere radici proprio in Italia?

Il mio progetto era portare avanti la conoscenza della mia cultura. Tante volte mi sono trovato in difficoltà, ma se tu hai un obiettivo, nessuna difficoltà è insormontabile. L’Italia mi ricordava molto il Sudamerica come clima, abitudini alimentari, colori. Il popolo italiano in generale l’ho trovato molto caldo e accogliente, e questo mi è piaciuto e mi ha fatto sembrare l’Italia un buon posto dove fermarmi.

foresta

Foto: Boudhayan Bardhan / Unsplash

Sono stato in molti Paesi: Germania, Portogallo, Spagna. Sono stato in tutti i Paesi del Sudamerica parlando nelle scuole della situazione indigena e per questo rischiando molto. Ritornando in Italia, sto realizzando dei progetti che danno la possibilità di fare esperienza della nostra cultura e spiritualità: conoscere l’idioma dell’apocò, cioè il contatto, l’idioma del silenzio o quello dei segni che permette di conoscere sé stessi e di entrare in contatto con la propria parte emotiva più profonda.

Per questo progetto ho lavorato assieme a psicoterapeuti che oggi utilizzano in autonomia parte di questi idiomi. I miei progetti sono di continuare su questa strada affiancando professionisti del benessere, psicoterapeuti, fitoterapisti. C’è anche l’idea di un Centro per la protezione della cultura indigena guaranì a Bologna, ma al momento la situazione sanitaria che stiamo vivendo ha sospeso ogni tipo di progetto. È un’emergenza globale che ancora non permette di fare progetti futuri…

Proprio in relazione a questo discorso del benessere, ha iniziato una collaborazione con la dottoressa Giuliana Gellini per l’applicazione di una serie di pratiche di cura che appartengono al mondo della spiritualità indigena. Ci fa qualche esempio?

La parola scientifico è un termine non corretto. La mia è una collaborazione per cercare di capire il benessere che ricevono le persone che si avvicinano alla mia cultura e vivono quelli che per noi sono percorsi di cura usati normalmente in comunità: il Rito alla luna, il tocco dell’apocò, il linguaggio del corpo che mi ha insegnato la mia compagna Iguà, il significato dei disegni sul corpo, l’estetica delle piume. L’esperienza è stata molto positiva, tanto da voler proseguire su questa strada.

Quando è arrivato in Occidente qual è la cosa più strana che ha notato nelle persone occidentali?

Come le persone mi guardavano, perché ero io la cosa strana. Con il mio aspetto ero vistoso, fuori dalla normalità. Se tu sei fuori dal sistema, il sistema ti guarda male perché potresti essere una persona pericolosa: porti delle piume in un orecchio e un bastone di legno nell’altro quindi la prima cosa che fanno è guardarti male e verificare i tuoi documenti mentre tu stai seduto tranquillo al tuo posto.

Certamente, stanno facendo il loro lavoro, ossia proteggere le persone da quella umanità che vive dall’altra parte del pianeta e potrebbe essere pericolosa. Ma per me siamo tutti fratelli perché abitiamo nello stesso pianeta. A volte si avvicinano a me come se fossi un leone perché ho un tamburo in mano. Forse sono troppo originale? Ma io ho necessità di mantenere qualcosa della mia cultura. Se veramente volessi essere come si sta in selva, dovrei stare nudo ma non mi sembra il caso. Così tengo un orecchino, una collana, e solo per questi particolari quando salgo sul treno il biglietto è chiesto a me prima di tutti gli altri.

Fra le numerose battaglie che la vedono coinvolto c’è quella contro gli interessi dell’agribusiness in Brasile…

Si. Ho condotto molte battaglie pericolose esponendomi in prima persona, perché quello dell’agribusiness tocca grandi interessi.

Ci spiega un po’ in cosa consiste l’inculturazione forzata?

Significa rompere la tua cultura per insegnarti con la forza un’altra cultura che non è la tua. Tanti indigeni sono stati forzati nell’imparare la vostra cultura, ma non ne avevano nessun desiderio.

Provate a immaginare questa cosa al contrario: avete la vostra macchina, la vostra cucina, il forno a microonde, prendete quello che volete dal frigo, lo mettete in una padella, vi sedete rilassandovi con l’aria condizionata e vi guardate un bel film sul computer. Oppure andate a teatro, al cinema, a mangiare una pizza e fate ritorno a casa vostra. Il giorno dopo, qualcuno vi prende e vi mette in selva, senza macchina, senza frigo, senza forno, senza microonde, senza scarpe, senza vestiti, senza niente.

Avete solo un arco e frecce per cacciare. Dovete attraversare i fiumi, muovervi nella foresta, capire se ci sono serpenti nell’acqua o nascosti a terra, oppure insetti, e che tipo di insetti. Dovete capire dove sono i felini e in che forma potrebbero sorprendervi, come stare nascosti e se sentite un uccello agitarsi, capire perché si comporta in quel modo.

Che succederebbe se tutto ciò venisse fatto a voi? Questa è inculturazione; prendere una persona e buttarla violentemente in un altro tipo di società. È quello che   successo a me. In tanti si sono adattati, ma tanti non ci sono riusciti. E si sono suicidati.

La sua è una resistenza non violenta e silenziosa, che è l’essenza della spiritualità indigena, fatta di riti, tamburi e cerchi compiuti attorno alle grandi energie del cosmo. A maggior ragione in un periodo come questo di guerre e sopraffazioni che ci toccano molto da vicino, una spiritualità del creato come la vostra potrebbe probabilmente insegnare molto al mondo occidentale, che di fatto sta distruggendo la sua casa, il nostro pianeta…

Nella vostra società manca la comprensione e il perdono. Io cerco di insegnare queste due cose fondamentali. Nutrirsi di odio non risolve la situazione che stai vivendo. Andare a letto la sera con il rancore ti toglierà il sonno. Schiarisci la tua vita perché se vuoi dare la pace agli altri attraverso la tua luce devi essere prima di tutto in pace con te stesso. La mia spiritualità io l’ho appresa da mia madre e l’ho rafforzata grazie agli insegnamenti della mia compagna Iguà, che aveva delle doti particolari grazie alle sue mani e ai suoi occhi. Le bastava toccare il viso della persona per addormentarla e trasmettere una pace interiore unica. E io vedevo tutto quello.

Non è sciamanesimo, una parola che a voi piace tanto usare ma che io, in questa società, ho sempre trovato vuota e lontana anni luce dai nostri sciamani in selva. Qui si parla di purezza, di spiritualità, di amore perché se tu non hai amore non potresti toccare la persona con la necessaria dolcezza e trasmettere quella energia che dà tanto sollievo. Questo è ciò che tento di fare nella vostra società.

alberi

Foto: Kazuend / Unsplash

Oggi l’indio continua ad essere visto come un nemico, continuano ad entrare nella sua terra, a perseguitarlo, a sparargli, a lanciare bombe, a farlo sparire. Succede ora, in questo momento. Vorrei far capire a questa società che l’indio non è mai stato un vostro nemico. Dico sempre: “Quando non ci saranno più uccelli in cielo, quando l’ultima aquila non si alzerà più in volo perché non avrà più forze, e i fiumi parleranno con la forza dell’oceano e gli alberi parleranno con il verso dei lupi e con la brezza del vento, allora sarà un ciclone. E quando il sole non ci sarà più e arriverà il buio, sarà l’indio che vi prenderà la mano e vi insegnerà a camminare nella luce per fare un nuovo mondo con tanto amore, così  come mai è esistito prima.

Come fermare questo “genocidio” nei confronti del pianeta e dei popoli indigeni dell’Amazzonia? Cosa possiamo e dovremmo fare in concreto?

Inizia a rispettare la tua famiglia, perché se questo ti riesce impossibile, allora non potrai rispettare tutto quello che viene davanti a te. Devi avere amore e onestà, perché se non hai queste cose dentro, come credi di riuscire a parlare di armonia?

Un progetto molto interessate e a cui tiene molto è il Laboratorio di artigianato indigeno all’interno degli spazi del Met, sede dell’Associazione Cantieri Meticci di Bologna…

Sì, un collettivo di artisti italiani e stranieri provenienti da varie parti del mondo come migranti, rifugiati politici o richiedenti asilo. Attraverso il linguaggio del teatro, ma anche della pittura, della musica e della danza, il suo direttore artistico Pietro Floridia e lo staff organizzativo dei Cantieri rappresentano una parte importante delle proposte culturali bolognesi. Negli spazi del Met ho potuto realizzare il mio laboratorio dove costruisco tutto ciò che riguarda la mia cultura: archi, frecce, strumenti musicali, ma soprattutto i tamburi rituali indigeni.

Questi strumenti infatti sono fondamentali nella comunità perché ritmano ogni momento della vita quotidiana, oltre a essere usati anche come strumenti di cura secondo la nostra tradizione indigena. Suonati contemporaneamente infatti, sono in grado di produrre forti vibrazioni. Ho diversi progetti in questo senso, come Chumu’, che in idioma xavante significa percuotere, e che prevede la possibilità di affittare un tamburo e di imparare a suonarlo tramite lezioni online.

Cosa rappresentano i tamburi nella sua cultura?

Rappresentano tutto. Rappresentano il battito del cuore, l’inizio della vita in un feto che si trasformerà in un essere umano, è il cammino che si deve fare per entrare in un rito, è la vibrazione che entra nel tuo corpo attraverso uno strumento che vive vicino a te perché    fatto di legno naturale, di pelle di capra lasciata apposta del suo pelo perché tu possa abbracciare lo strumento, sentirlo tuo perché non ne troverai mai uno identico per colore, decorazione o tipo di pelle o suono.

Fra i tanti progetti che la vedono impegnato, so che sta lavorando anche a un libro…

Sì, un libro sulla mia vita come indigeno che ha dovuto entrare nella vostra società  perdendo la sua comunità, ma senza mai dimenticare le sue origini. Un libro che parla dei miei continui viaggi in selva per conoscere le tante comunità che la abitano e scoprire la mia vera essenza. Parla di un mondo che ormai non c’è più, ma che non voglio dimenticare, e che per questo desidero lasciare alle giovani generazioni, che dovranno imparare a lottare senza paura per avere il riconoscimento dei propri diritti. È un libro che parla di amore e di perdono, l’unica possibilità per costruire un mondo migliore.

Altri progetti che bollono in pentola?

Ritornare nelle università per raccontare della mia gente, delle mie comunità, dell’importanza della foresta senza la quale il pianeta non può sopravvivere. E a partire da questo, raccontare quello che noi facciamo, perché siamo così importanti e perché siamo stati chiamati Guardiani della foresta.

Vincenzo Petraglia

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Atucà Guaranì

Attivista per la salvaguardia degli indigeni dell'Amazzonia
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