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Chiara Tonelli: promuovo gli OGM

di di Francesca Tozzi
9 Giugno 2010

Gli organismi geneticamente modificati sono sicuri e possono aprire nuove prospettive nel settore alimentare, compreso il comparto del biologico. Così la pensa una ricercatrice dell'Università di Milano

L’Italia ha studiato molto gli OGM, ha molte competenze sul tema e molti ricercatori attivi; alcuni progetti sono in cantiere, altri potrebbero essere applicati in agricoltura già da oggi, ma ciò non è permesso. Secondo la professoressa Chiara Tonelli, genetista del Dipartimento di Scienze biomolecolari e biotecnologie dell’Università di Milano, che da tempo si occupa della materia, questo è un errore. Ecco perché

 

Chiara Tonelli, genetista dell'Università Bicocca di MilanoOGM e salute, un rapporto delicato. Cosa sappiamo?

 

Le piante OGM in commercio sono sicure; si può dire addirittura che gli OGM sono gli alimenti più affidabili sul mercato perché devono superare analisi dettagliate. Ma una prova pratica della loro sicurezza è il fatto che sono presenti da dieci anni nell’alimentazione animale e in quella umana in molti Paesi (in Italia nelle percentuali previste dalla legge, non oltre lo 0,9%), e non sono stati registrati problemi di salute.

 

Quali sono le principali preoccupazioni per la salute?

 

Una delle critiche è che le piante OGM conterrebbero nel DNA un gene per la resistenza a un antibiotico, ma nell’intestino abbiamo già batteri resistenti a quell’antibiotico. Tutte le cellule della carne, la frutta, la verdura contengono al loro interno il DNA, cioè geni, che però vengono degradati nello stomaco e non vengono trasferiti nelle cellule. Ma tutto ciò nel corpo umano si traduce in niente. Le paure e i pregiudizi sugli OGM nascono dal fatto che la gente non sa o non capisce una cosa fondamentale: che l’OGM è solo un metodo e che quello che si deve valutare è il prodotto finale. È semplicemente una tecnica di trasferimento di un gene da una pianta a un’altra: invece di fare un incrocio, cosa che avviene già in natura, in laboratorio si inserisce il gene con la caratteristica che interessa nel DNA della pianta ospite.

 

Chiara Tonelli, professor of geneticsPerché allora non fare direttamente un incrocio?

 

Le rispondo con un esempio attuale che smentisce la convinzione che l’OGM minacci l’agricoltura italiana tipica. Il pomodoro San Marzano, prodotto tipico del made in Italy, ha dei problemi: oggi è difficilissimo coltivarlo perché è attaccato da un virus che lo sta decimando. Si potrebbe incrociarlo con un altro tipo di pomodoro che porti una resistenza a questo virus, ma cosa risulterebbe? Un pomodoro sano che però ha perso le sue caratteristiche peculiari, la sua tipicità. La tecnica genetica consente di isolare e inserire nella pianta solo il gene che dà la resistenza al virus; così il San Marzano rimane San Marzano ma perfezionato. Questo pomodoro, frutto del lavoro di Metaponto Agrobios, un istituto pubblico della Regione Basilicata, esiste già da 10 anni, è pronto e, se utilizzato, risolverebbe il problema ma siccome è OGM è vietato, siccome è fatto in laboratorio non va bene. E allora perché nessuno si oppone agli incroci? Perché si fa finta di ignorare che anche noi siamo OGM?

 

In che senso?

 

Noi siamo figli di una modificazione genetica naturale che ha permesso l’evoluzione della nostra specie e tutto ciò che mangiamo è il risultato di una modificazione genetica: attraverso l’agricoltura l’uomo da sempre seleziona le piante più forti e produttive, che danno frutti più buoni e nutrienti. Quelli selvatici sono piccoli, di sapore cattivo e contengono sostanze tossiche. Il contadino studiava il campo, individuava le piante migliori, selezionava solo quelle, ne prendeva i semi e li portava avanti. Le tecniche OGM rappresentano un sistema di miglioramento più preciso. Il mais BT, quello che vorrebbero coltivare gli agricoltori friulani oggi al centro delle polemiche, è per esempio molto più sano di quello “normale”.

Scientist checking seedlings in plant experiment, Kristopher Grunert/Corbis

Perché?


La pianta del mais è attaccata dalla piralide, un insetto che scava gallerie al suo interno con due conseguenze: impedisce che la pianta dia molti frutti e ne rompe la cuticola di protezione, così nelle fessure si insinuano muffe che sviluppano micotossine dannose. Per risolvere il problema, circa 20 anni fa fu scoperto un “pesticida naturale”, il batterio Bacillus Thuringiensis, che produce una proteina nociva solo per quell’insetto. La ricerca scientifica ha pensato: “regaliamo” questa proteina direttamente alla pianta. Il risultato è il mais BT, più sicuro per la salute perché contiene una percentuale di micotossine più bassa. In Italia non si può coltivare, però si alimentano gli animali con il mais comune e le micotossine passano nei derivati.

 

Gli agricoltori friulani si sono rivolti al Consiglio di Stato chiedendo il permesso di poterlo usare…

E il Consiglio ha detto “sì, è un vostro diritto visto che è stato autorizzato dall’Unione Europea” e ha dato indicazioni al Ministero per emanare le linee guida e dare il nulla osta alla prima semina. Poi l’ex ministro delle politiche agricole Luca Zaia ha bloccato tutto. Ora la situazione è confusa: la Confederazione italiana agricoltori si oppone, Confagricoltura è a favore, Coldiretti è contro ma non tutti al suo interno sono d’accordo…

 

Chiara Tonelli, professor of geneticsSu cosa state lavorando attualmente?


Sul problema dell’approvvigionamento di acqua in agricoltura. All’Università degli Studi di Milano abbiamo sviluppato piante che crescono utilizzando il 30% di acqua in meno. Non aggiungiamo niente: inibiamo la funzione di un gene nel loro DNA. Ci lavoriamo da 5-6 anni e dal sistema modello stiamo trasferendo le nostre conoscenze sulla pianta del pomodoro. Entro l’anno dovremmo avere i risultati degli esperimenti: se saranno positivi comincerà per noi l’iter delle analisi e ci vorranno almeno prima 10 anni prima di cominciare a coltivarle. Solo perché sono OGM. Mi sembra assurdo.

 

Non si potrebbero usare le colture OGM per la produzione di energia pulita? Su questo i critici dovrebbero essere d’accordo…

 

Certo, si possono usare piante OGM robuste e produttive per fare biomassa. La ricerca sta sviluppando piante, canne, bambù, cui riservare campi marginali. Ma il vero valore aggiunto degli OGM è nell’alimentare. Anzi forse è l’unica soluzione possibile, anche per il biologico. Ormai non possiamo più aumentare la superficie arabile continuando a disboscare. Dobbiamo produrre di più utilizzando meno terreno. Oggi il 30% dei raccolti viene perduto ogni anno perché le piante non hanno abbastanza acqua o si ammalano. La nostra soluzione è lo sviluppo di piante OGM che consumino meno acqua e resistano ai patogeni, cosa che consentirebbe di usare meno fertilizzanti e pesticidi con un 30% in più di produzione.

 

E il bio che c’entra?

Il metodo OGM cerca di abbattere l’impatto della chimica ottenendo un aumento della produzione: è necessario e lo sarà sempre di più in futuro. Il biologico non usa prodotti chimici ma i suoi livelli di produttività sono troppo bassi per sfamare il pianeta. La soluzione? Applicare le tecniche del DNA ricombinante anche alle colture bio in modo da perfezionarle e aumentarne la resa.

DNA Origami by Alex Bateman, album di dullhunk/flickr

 

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