Spesso ci sentiamo sopraffatti dagli impegni e dal tempo che manca sempre e proviamo un perenne senso di colpa quando ci fermiamo. Perché? Con Anna Maria Foli cerchiamo di capire come uscire da questa impasse imparando a riposarci davvero (anche in vacanza)
Quanti di noi, anche durante una pausa, sentono il bisogno di prendere in mano il telefono? O si concedono dieci minuti sul divano salvo poi essere assaliti da un fastidioso senso di colpa, come se ogni istante dovesse necessariamente essere “utile”? O che, ancora, anche in vacanza, non riescono a riposarsi appieno riempiendo i giorni delle tanto agognate ferie in una lista di cose da fare e vedere?
È il paradosso del nostro tempo: sappiamo di essere stanchi, eppure facciamo fatica a fermarci davvero. Abbiamo trasformato il riposo in un premio da conquistare dopo aver spuntato l’ultima voce della lista delle cose da fare. Peccato che quella lista non finisca mai.
Per Anna Maria Foli, traduttrice, scrittrice ed editor, autrice di diversi libri di successo a tema filosofico e spirituale, è proprio qui che nasce il problema. Nel suo nuovo libro L’arte di riposare. L’ozio meditativo per rigenerare corpo, mente e spirito (Ed. San Paolo) invita a ribaltare una convinzione profondamente radicata: l’ozio non è una perdita di tempo, ma una necessità biologica, psicologica e persino creativa. L’abbiamo incontrata per farci dare anche qualche consiglio utile per re-imparare a staccare davvero la spina e godere dei benefici che il riposo, quello vero, può dare a mente, corpo e spirito.

Anna Maria Foli è autrice di svariati libri di successo, sopratutto a carattere filosofico e spirituale.
In una società come la nostra, costantemente in movimento e che celebra efficienza e produttività, l’ozio viene spesso demonizzato. E invece…?
E invece l’ozio è una risorsa preziosa. Riposarsi non significa pigrizia o perdita di tempo, ma concedersi momenti liberi da obblighi e prestazioni e così permettere alla mente di rallentare e rigenerarsi. È proprio quando smettiamo di essere costantemente impegnati che trovano spazio la creatività, l’intuizione e la riflessione. Imparare a vivere l’ozio senza sensi di colpa significa recuperare un equilibrio più autentico tra fare ed essere, ricordando che il valore di una persona non si misura soltanto da quanto produce, ma anche dalla qualità del tempo che dedica a sé stessa.
Qual è il suo valore profondo e quali benefici può offrire?
Il valore più profondo dell’ozio è quello di restituirci il tempo, un bene molto prezioso che però oggi sembra sempre sfuggirci. Viviamo in una società che ci spinge a riempire ogni momento con attività, impegni e obiettivi, quasi che il valore di una persona dipenda esclusivamente da ciò che riesce a fare. L’ozio ci invita invece a rallentare e a recuperare una dimensione più autentica dell’esistenza.
In questi momenti la mente si alleggerisce, i pensieri trovano un ordine spontaneo e spesso emergono idee, intuizioni e soluzioni che difficilmente nascerebbero nel pieno della frenesia quotidiana. Numerosi studi hanno dimostrato che alternare periodi di attività a pause rigeneranti favorisce la concentrazione, migliora la memoria, riduce lo stress e contribuisce al benessere emotivo. L’ozio è anche un’occasione per riconnettersi con sé stessi, con la natura, con gli affetti e con tutto ciò che spesso passa in secondo piano quando la giornata è scandita soltanto dagli impegni. In questo senso, non rappresenta un lusso né una perdita di tempo, ma una componente essenziale di una vita equilibrata.
Lei parla dell’ozio come pratica quotidiana di rigenerazione.
Sì, perché il riposo non dovrebbe essere confinato alle vacanze o ai pochi giorni liberi dell’anno. La vera rigenerazione nasce dalla capacità di inserire piccole pause nella quotidianità, trasformandole in un’abitudine. Bastano anche dieci minuti trascorsi in silenzio, una passeggiata senza una meta precisa, qualche pagina di un libro letto per il solo piacere della lettura, oppure il semplice gesto di osservare un paesaggio senza sentire il bisogno di controllare continuamente il telefono.

Il libro della Foli contiene molti consigli pratici per riscoprire il valore (e i conseguenti benefici) del riposo nelle nostre vite.
Questi momenti permettono alla mente di interrompere il flusso continuo di stimoli e di recuperare energie. È proprio durante queste pause che il cervello continua a lavorare in modo diverso, rielaborando esperienze, consolidando ricordi e favorendo la creatività. Per questo l’ozio rappresenta un’attività fondamentale.
Naturalmente ciascuno può trovare la propria forma di ozio: c’è chi preferisce camminare nella natura, chi coltiva un hobby, chi si dedica al giardinaggio, alla musica o semplicemente alla contemplazione. L’importante è che sia un tempo libero da prestazioni e aspettative.
Recuperare questa dimensione significa imparare a rispettare i propri ritmi e riconoscere che il benessere non dipende soltanto da ciò che facciamo, ma anche dalla qualità delle pause che sappiamo concederci. In fondo, prendersi cura del proprio riposo è uno dei modi più semplici ed efficaci per prendersi cura della propria vita.
Fermarsi, oziare, rende più libero, lucido il pensiero e la consapevolezza di noi stessi…
Sì, credo che sia uno degli aspetti più preziosi dell’ozio. Quando rallentiamo e ci concediamo il diritto di non fare, il pensiero cambia ritmo. La mente, finalmente libera dalla continua rincorsa di impegni, notifiche e scadenze, ritrova uno spazio in cui può riflettere, osservare e persino annoiarsi. Ed è proprio in questi momenti che spesso emergono intuizioni, ricordi, idee e domande che la frenesia quotidiana tende a soffocare.
L’ozio ci restituisce anche una maggiore consapevolezza di noi stessi, aiutandoci a distinguere ciò che è davvero importante, a riconoscere i nostri bisogni autentici e a rimettere ordine nelle priorità. È un’occasione per ascoltare il corpo, accorgerci della stanchezza che abbiamo accumulato e, quindi, cercare di vivere meglio, con più attenzione verso noi stessi.
Nel libro sottolineo come il riposo e l’ozio non siano il contrario dell’azione, ma il suo complemento naturale. Le idee migliori, le decisioni più ponderate e persino la creatività trovano spesso terreno fertile proprio durante una passeggiata senza meta, qualche minuto di silenzio o un momento trascorso semplicemente a osservare il mondo che ci circonda. Quando impariamo a concederci queste pause senza sensi di colpa, scopriamo che proprio in quei momenti stiamo creando le condizioni per vivere con maggiore lucidità, libertà interiore ed equilibrio.
Cosa ci ha portato secondo lei al perenne bisogno di “fare” sempre qualcosa, a perdere l’abitudine a star fermi, senza obiettivi? E quando abbiamo iniziato di fatto a stigmatizzare l’ozio?
Credo che questa trasformazione sia il risultato di un lungo cambiamento culturale. Per secoli l’ozio è stato considerato, almeno nella sua accezione più nobile, uno spazio dedicato alla riflessione, allo studio, alla contemplazione e alla crescita personale. Nell’antichità l’otium era il tempo sottratto agli affari e agli impegni pubblici, un tempo prezioso per coltivare la mente e lo spirito. Anche nel corso dei secoli successivi filosofi, scrittori e artisti hanno riconosciuto il valore della pausa come condizione favorevole alla creatività e alla conoscenza.
La svolta è arrivata con la modernità, e soprattutto con la Rivoluzione industriale, quando il tempo ha iniziato a essere misurato quasi esclusivamente in funzione della produttività. Da quel momento l’efficienza è diventata un valore sociale sempre più importante e il tempo libero ha progressivamente perso dignità, fino a essere spesso percepito come tempo improduttivo. Oggi questa tendenza è stata ulteriormente amplificata dalla tecnologia: siamo sempre connessi, raggiungibili e bombardati da stimoli, con la sensazione di dover sfruttare ogni minuto.
Così anche il tempo libero finisce per trasformarsi in un elenco di attività da svolgere, anziché in un’occasione per rallentare davvero. Abbiamo quindi perso, quasi senza accorgercene, la capacità di stare semplicemente fermi, senza uno scopo preciso. Il silenzio ci mette a disagio, perché non siamo più abituati a confrontarci con noi stessi.
Il mio libro s’intitola L’arte di riposare: accostare le parole “arte” e “riposo” può sembrare un paradosso, ma in realtà tra questi due concetti esiste una profonda affinità. L’arte non nasce per caso, ma richiede attenzione, pazienza, dedizione, capacità di immaginare qualcosa che non esiste ancora. Similmente, anche il riposo richiede una scelta consapevole. Infatti non è semplicemente ciò che resta quando abbiamo terminato tutti gli impegni, ma uno spazio che dobbiamo desiderare, costruire e difendere. Parlo di arte del riposo perché, come ogni forma d’arte, anche il riposo nasce dall’interiorità e assume forme diverse a seconda della persona.

I continui stimoli cui siamo sottoposti oggi, fra tecnologia e social media, non ci aiutano a trovare nel corso della giornata momenti per riposare davvero monete e corpo (foto: Camilo Jimenez / Unsplash).
Quanto i social e il vociare continuo ad essi legato ostacola questo percorso?
Moltissimo. I social network sono progettati per catturare e trattenere la nostra attenzione, offrendo un flusso continuo di immagini, notizie, video e notifiche. È difficile concedersi un momento di autentico riposo quando, appena si crea un attimo di vuoto, sentiamo l’impulso di prendere in mano il telefono. Così finiamo per sostituire ogni pausa con un nuovo stimolo, senza lasciare alla mente il tempo di rallentare.
Nel libro sottolineo come il riposo non coincida semplicemente con il non lavorare. Anche se siamo seduti sul divano a scorrere contenuti per mezz’ora, il nostro cervello continua a essere impegnato a elaborare informazioni, confrontarsi con le vite degli altri, reagire a immagini e messaggi. È un’attività mentale incessante che spesso ci lascia più affaticati di prima. Per riposare davvero, invece, abbiamo bisogno di spazi di silenzio, di attenzione non frammentata e di momenti in cui non siamo costantemente sollecitati.
Il vociare continuo dei social rende inoltre più difficile ascoltare la nostra voce interiore. Siamo continuamente esposti alle opinioni e alle esperienze degli altri, fino a perdere il contatto con i nostri bisogni. Rischiamo di dimenticare che alcuni dei momenti più importanti della nostra vita – una riflessione, una preghiera, una passeggiata nella natura, un pomeriggio trascorso senza programmi – acquistano valore proprio perché non hanno bisogno di essere mostrati a nessuno. Non credo che la soluzione sia demonizzare la tecnologia o rinunciare ai social. Piuttosto, è importante imparare a usarli con maggiore consapevolezza, senza permettere che occupino ogni spazio della nostra giornata.
I giovani sono forse i più colpiti e quelli su cui è più difficile fare una sorta di marcia indietro, no?
Sì, credo che i giovani siano tra i più esposti, semplicemente perché sono nati in un mondo in cui la connessione permanente è la normalità. Per molti di loro non esiste un prima con cui fare il confronto, perché fin dall’infanzia hanno avuto a disposizione smartphone, social network e un flusso continuo di stimoli. Questo rende più difficile imparare il valore dell’attesa, del silenzio e persino della noia. Se ogni momento libero viene immediatamente occupato da uno schermo, il cervello perde l’occasione di esercitare la capacità di immaginare, creare collegamenti e sviluppare idee nuove. È un cambiamento che riguarda tutti, ma che nei più giovani rischia di diventare un’abitudine radicata.
Questo non significa attribuire la colpa ai ragazzi; la vera sfida riguarda piuttosto il mondo degli adulti, che dovrebbe offrire un esempio diverso. È difficile chiedere a un adolescente di mettere via il telefono se gli adulti sono i primi a controllarlo continuamente o a vivere ogni pausa davanti a uno schermo. Per questo non parlerei tanto di una “marcia indietro”, quanto di un recupero di equilibrio. La tecnologia è una risorsa straordinaria, ma deve convivere con esperienze che non possono essere sostituite, come una passeggiata nella natura, una conversazione senza distrazioni, la lettura di un libro, il gioco libero, il silenzio, il tempo trascorso senza uno scopo preciso. Sono proprio questi momenti che aiutano i giovani a conoscersi meglio, a sviluppare creatività e capacità di concentrazione e a costruire un rapporto più sereno con sé stessi.
Cosa ne pensa del divieto di utilizzo dei social per i ragazzi under 16?
Credo che il tema sia molto complesso. È comprensibile che si pensi a un limite di età, perché esistono numerosi studi che mettono in evidenza gli effetti di un uso precoce e intensivo dei social sul benessere psicologico, sulla qualità del sonno, sulla capacità di concentrazione e persino sull’autostima. Ciononostante, non credo che un divieto, da solo, possa risolvere il problema. È necessario un percorso educativo per insegnare ai ragazzi un uso consapevole della tecnologia, aiutandoli a comprendere che il benessere non dipende dall’essere costantemente connessi. Nel libro sostengo che il riposo è anche un’educazione al limite. Significa imparare che non dobbiamo essere sempre disponibili, sempre raggiungibili, sempre aggiornati. Questo vale per gli adulti tanto quanto per i giovani.

Lo sleeptourism è una tendenza che si sta affermando sempre di più, segno che sempre più persone si rendono conto che il sonno e il riposo non sono tempo perso, ma una componente fondamentale del proprio benessere (foto: Tatiana Rodriguez / Unsplash).
Di base, dobbiamo imparare a rallentare senza sentirci in colpa, come diceva poco fa, nonostante la lista onnipresente delle cose da fare, che si allunga ogni giorno di più e che ci fa sentire sempre più in debito di tempo e in ansia per non riuscire a fare tutto. Come ne usciamo?
Credo che il primo passo sia cambiare prospettiva. Siamo abituati a considerare il riposo come una ricompensa, qualcosa da concederci soltanto quando abbiamo terminato tutti i nostri impegni. Ma quel momento, nella realtà, arriva raramente, perché ci sono sempre altre e nuove incombenze da sbrigare. Se aspettiamo di aver finito tutto per fermarci, rischiamo di non fermarci mai.
Per questo dobbiamo imparare a considerare il riposo come un bisogno essenziale, al pari del sonno o dell’alimentazione. Non è tempo sottratto al lavoro, ma tempo che ci permette di lavorare meglio, con maggiore lucidità, creatività ed equilibrio. Rallentare non significa fare meno, ma fare le cose con una qualità diversa, evitando di arrivare all’esaurimento fisico e mentale.
Paradossalmente, soprattutto all’inizio, anche il riposo va organizzato. Infatti, se aspettiamo che si liberi spontaneamente del tempo, è molto probabile che quel tempo venga immediatamente occupato da qualcos’altro. In fondo, la vera sfida non è riuscire a fare tutto, perché probabilmente non ci riusciremo mai, ma imparare a distinguere ciò che è davvero importante da ciò che può aspettare, accettando che il nostro tempo è limitato. Solo così possiamo liberarci dall’ansia di dover essere sempre produttivi e riscoprire il valore di una vita vissuta con maggiore equilibrio e serenità.
Ci dia qualche consiglio pratico, qualche buona pratica o piccolo gesto quotidiano per riappropriarci del nostro tempo e dei tempi da dedicare al riposo.
Il primo consiglio è cercare di imparare a inserire il riposo nella propria giornata con la stessa naturalezza con cui inseriamo gli altri impegni. Bastano anche dieci o quindici minuti al giorno per iniziare a fare la differenza. All’inizio può sembrare strano, persino artificiale, ma è un modo per rieducarsi a dare valore alla pausa.
Un’altra buona pratica è recuperare il silenzio. Concedersi qualche minuto senza telefono, televisione o musica permette alla mente di rallentare e di ritrovare calma e lucidità. Anche una breve passeggiata nella natura o in un parco può avere un effetto rigenerante.
Anche coltivare un’attività fatta solo per piacere può diventare una forma di riposo: leggere qualche pagina di un libro, curare le piante, ascoltare musica, disegnare, cucinare o dedicarsi a un hobby senza l’ansia della prestazione.
Infine, è molto importante trascorrere del tempo con gli amici e con chi ci fa stare bene: non serve organizzare grandi pranzi o cene, ma recuperare la gioia di stare insieme in semplicità, condividendo le nostre vite. È essenziale ricordare che per prenderci cura degli altri e delle nostre responsabilità, dobbiamo prima imparare a prenderci cura di noi stessi.

Abitudini come leggere anche poche pagine al giorno di un libro e fare una passeggiata nella natura sono un toccasana per decomprimere e rigenerare il nostro cervello (Ben White / Unsplash).
Fra le buone pratiche lei parla anche di sleeptourism… Solo una moda o un trend che crescerà sempre di più in una società che – a partire dalla programmazione televisiva serale, solo per fare un esempio – sembra remare contro i naturali ritmi sonno-veglia?
Credo che lo sleeptourism sia il segnale di un cambiamento culturale: sempre più persone si rendono conto che il sonno e il riposo non sono tempo perso, ma una componente fondamentale del benessere. Se fino a qualche anno fa le vacanze erano sinonimo di programmi fittissimi, visite, escursioni e attività continue, oggi cresce il desiderio di luoghi che offrano tranquillità, silenzio e la possibilità di recuperare energie.
Questo fenomeno nasce anche come risposta a uno stile di vita che spesso va nella direzione opposta. La società in cui viviamo sembra incoraggiarci, proprio come dice lei, a essere sempre attivi e disponibili, e la tecnologia e i media occupano una parte sempre maggiore delle nostre giornate. La programmazione televisiva, che spesso propone i programmi più seguiti nelle ore serali, gli smartphone, i social network e le notifiche tendono ad allungare la giornata ben oltre il momento in cui il nostro organismo sarebbe pronto per il riposo.
Se arriviamo al punto di pagare una vacanza per dormire meglio, forse dovremmo interrogarci non tanto su questa nuova forma di turismo, quanto sul perché, nella vita quotidiana, facciamo così fatica a concederci un riposo di qualità. Il messaggio che lo sleeptourism porta con sé è che il riposo merita di essere messo al centro della nostra vita, non soltanto durante una vacanza. Il vero cambiamento consiste nel recuperare un rapporto più rispettoso con il tempo, imparando a difendere il sonno e il riposo dalle continue richieste della vita moderna. Se lo sleeptourism contribuirà a diffondere questa consapevolezza, allora non sarà soltanto un trend, ma il sintomo di una società che sta finalmente riscoprendo il valore del rallentare.

Passare del tempo con gli amici e le persone che ci fanno stare bene aiuta a ritrovare il giusto equilibrio psicofisico (foto: Helena Lopes / Unsplash).
Lei parla anche dell’importanza di giocare. Qual è il valore del gioco, che forse viene visto come una perdita di tempo e qualcosa di infantile, in un’ottica più ampia di benessere? Bisognerebbe poi forse ridere anche un po’ di più, in una società che sembra essere sempre più musona e guardinga nei confronti degli altri…
Gli adulti tendono a relegare il gioco alla dimensione e all’epoca dell’infanzia, come se fosse un lusso o una perdita di tempo. In realtà rappresenta un bisogno profondamente umano, che non dovremmo mai smettere di coltivare. Il gioco ci libera, almeno per un momento, dalla logica della prestazione che domina le nostre giornate. Quando giochiamo possiamo semplicemente vivere il momento presente, come riescono a fare, con naturalezza, tutti i bambini. È proprio questa gratuità a renderlo così prezioso. Il gioco stimola la creatività, alimenta la curiosità, rafforza le relazioni e ci insegna a guardare la realtà con occhi nuovi.
Anche sorridere, condividere una battuta o vivere un momento di autentica allegria con le persone che amiamo è una forma di riposo emotivo. La risata abbassa la tensione, favorisce il rilassamento e ci ricorda che non tutto deve essere affrontato con la massima serietà. Nel libro sostengo che il riposo passa anche attraverso la qualità delle relazioni. Giocare insieme, ridere insieme, trascorrere del tempo senza uno scopo produttivo rafforza i legami e ci fa sentire meno soli. Forse dovremmo imparare dai bambini non tanto a giocare come loro, quanto a recuperare la loro capacità di stupirsi, di vivere il presente e di trovare gioia nelle cose semplici.
Vincenzo Petraglia

