Wise Society : Andrea Pezzi: il ritorno all’umano nell’era dell’intelligenza artificiale
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Andrea Pezzi: il ritorno all’umano nell’era dell’intelligenza artificiale

di Vincenzo Petraglia
21 Aprile 2026

Col noto autore, scrittore e conduttore tv una riflessione sul futuro dell’uomo nell’epoca delle macchine fra filosofia, giovani, innovazione e responsabilità personale

Tra algoritmi sempre più pervasivi, crisi geopolitiche e smarrimento culturale diffuso, la domanda su che cosa significhi davvero essere umani e su quali i rischi e le opportunità offerte dalla tecnologia, e in particolare dall’intelligenza artificiale, è quantomai centrale. È da qui che parte l’incontro con Andrea Pezzi, volto televisivo, autore, imprenditore e scrittore, da anni impegnato sul rapporto tra tecnologia, innovazione e sviluppo della coscienza individuale e collettiva.

Andrea Pezzi

Uno dei temi su cui più è impegnato Andrea Pezzi è quello del rapporto fra tecnologia e coscienza umana.

Nel suo libro La nostra Odissea. Ritorno all’umano, Pezzi propone una lettura simbolica del presente attraverso il viaggio di Ulisse: una metafora potente per interpretare le sfide e le trasformazioni del nostro tempo, dall’intelligenza artificiale alla crisi dell’Occidente, fino al bisogno di nuove forme di consapevolezza individuale e collettiva, e il bisogno urgente di un “ritorno all’umano”, capace di rimettere al centro pensiero critico, responsabilità personale e consapevolezza. Un percorso che si intreccia anche con le attività della Andrea Pezzi Foundation, impegnata nella promozione di progetti educativi e spazi di confronto dedicati soprattutto alle nuove generazioni.

Con lui abbiamo parlato di intelligenza artificiale e intelligenza naturale, delle fragilità dell’Occidente, del ruolo dell’educazione nella costruzione di una società più consapevole e delle sfide più importanti che ci attendono. Perché costruire una società davvero migliore di quella attuale significa prima di tutto ripensare il modo in cui ciascuno di noi abitiamo sé stesso.

Il sottotitolo del suo libro La nostra Odissea è “Ritorno all’umano”. Significa che non siamo più umani o rischiamo di non essere più tali?

Nel libro parlo dell’arrivo dell’intelligenza artificiale come del punto finale di un percorso molto lungo di pensiero duale che, lentamente e progressivamente, ha portato allo sviluppo di una tecnologia capace di scindere l’umano nella sua dignità ontologica. Parlare di “intelligenza” applicandola a una macchina significa, evidentemente, non aver visto fino in fondo che cos’è l’essere umano nella sua meraviglia.

Il senso del ritorno è quindi, da un lato, il bisogno di tornare all’unità. Questa scissione razionale – che parte forse già da Aristotele, ma certamente passa da Cartesio e Kant e da tutta la grande filosofia moderna – ha imposto un modo di concepire il rapporto tra soggetto e oggetto, tra realtà esterna e individuo che la osserva, che oggi mostra i suoi limiti. Dall’altro lato, il ritorno è chiaramente un richiamo a Ulisse. Nel libro utilizzo Ulisse come metafora dell’umanità intera.

È come se ciascuno di noi fosse una cellula: in ogni corpo le cellule nascono e muoiono ogni giorno, ma il corpo continua a vivere. Allo stesso modo noi individui nasciamo e moriamo, mentre il viaggio dell’umanità continua epoca dopo epoca. Ulisse mi è sembrato il viaggiatore che, nel suo percorso, racchiude simbolicamente il viaggio dell’essere umano nella storia.

Nel libro scrive che attualmente, nel nostro percorso umano, ci troviamo simbolicamente nell’isola dei Feaci. Perché proprio in quel punto del viaggio di Ulisse?

Perché è il momento in cui Ulisse, dopo un lungo percorso, arriva stremato, si toglie la maschera e dice: “Sono Ulisse e ho bisogno di essere aiutato”. Chiede ai Feaci di essere accompagnato a Itaca. 

copertina libro La nostra Odissea di Andrea Pezzi

Nel suo libro Andrea Pezzi utilizza il viaggio di Ulisse verso Itaca come una sorta di metafora per far “ritorno all’umano”.

Questo momento ha molto a che fare con la crisi della cultura occidentale, delle democrazie liberali e più in generale con la crisi dell’Occidente. È il momento in cui emerge il bisogno di trovare nuovi modi per concepire l’umanità.

Se si leggono le tappe del viaggio di Ulisse – dai Lotofagi ai Lestrigoni, da Polifemo a Calipso – sembrano perfettamente inscriversi nella storia dell’uomo, quasi fossero una sorta di profezia contenuta nelle parole di Omero

Da lì in avanti, quando i Feaci riportano Ulisse a Itaca, l’Odissea sembra offrire anche una sorta di “ricetta” simbolica su ciò che dobbiamo fare per tornare umani. Tornare a Itaca significa tornare alla propria dimensione, alla propria regalità, tornare a essere padroni della propria casa.

Anche attraverso quella “intelligenza naturale” di cui parla nel libro e da cui è nato uno spettacolo teatrale…

Sì, alcune parti del libro sono state estrapolate e trasformate in un testo teatrale. Lo spettacolo Intelligenza naturale si concentra soprattutto sull’aspetto dell’intelligenza artificiale e sul confronto con l’intelligenza umana. Il lavoro ruota attorno a cinque caratteristiche fondamentali per tornare umani, che nel libro corrispondono ai cinque incontri che Ulisse fa quando ritorna a Itaca. Queste caratteristiche sono empatia, trascendenza, logica, astrazione e intuizione.

Ognuna è rappresentata simbolicamente da un incontro: da Eumeo, il porcaro, che rappresenta l’empatia, a Telemaco, Penelope e gli altri personaggi che incarnano queste dimensioni fondamentali dell’umano. Nello spettacolo utilizzo la stessa struttura simbolica, ma invece di parlare di Ulisse parlo delle “mele”, cioè del frutto della conoscenza: mele che vanno assaporate, masticate, comprese per ritornare umani

Questo lavoro si inserisce anche all’interno delle attività della sua fondazione, che lavora molto sul tema dell’educazione e della consapevolezza.

Sì, assolutamente. Il libro, lo spettacolo teatrale e il Festival dell’umano fanno tutti parte dello stesso percorso. Ogni anno organizziamo un festival  con incontri e riflessioni su temi legati all’essere umano. Le persone entrano in una grande sala e, come in un’agorà antica, discutono tra loro ad alta voce. Non ci sono relatori “esperti” che parlano dall’alto: ci sono persone che dialogano tra loro, anche se tra queste persone naturalmente ci sono studiosi, filosofi, ricercatori. Si parla di filosofia, di libertà, di ricerca di sé. Quest’anno, per esempio, il tema sarà proprio la libertà.

Accanto a questo lavoro realizzo podcast e altri progetti di divulgazione. In prospettiva vorrei fare anche di più: quando potrò dedicarmi alla fondazione a tempo pieno, mi piacerebbe creare campus nella natura, finanziare borse di studio in filosofia e collaborare con alcune università europee per portare i ragazzi a studiare questi temi in modo più approfondito, anche attraverso master e dottorati. Su questo aspetto voglio investire molto…

Parlando di ragazzi, che differenza c’è, secondo lei, tra crescere e diventare adulti oggi e farlo negli anni Ottanta e Novanta? È cambiato qualcosa anche nel modo in cui i giovani affrontano la realtà? Uno dei temi che li riguarda è quello della violenza giovanile…

Secondo me non è tanto il tema della violenza, che comunque c’è sempre stato, a fare la differenza. La vera differenza riguarda il rapporto che stiamo iniziando ad avere con il mondo. La mia generazione ha avuto la sensazione di vivere in un mondo che si espandeva, che si apriva, un mondo globale. Negli anni Ottanta e Novanta sembrava che il progresso non dovesse finire mai, che ci fosse semplicemente da conquistarlo questo mondo.

Oggi invece c’è una sensazione diversa: una sensazione di chiusura, di paura. È come se ci stessimo richiudendo. La globalizzazione, che doveva essere una liberazione, ha creato anche nuovi avversari geopolitici e nuove tensioni. L’ingresso della Cina nel commercio mondiale, per esempio, ha cambiato profondamente gli equilibri e oggi mette in discussione il primato della cultura occidentale. Ci sono molte dinamiche che fanno percepire questo periodo come una fase apparentemente decadente. Crescere dentro un contesto così non è come crescere negli anni in cui siamo cresciuti noi.

Allora la tecnologia rappresentava un sogno, oggi mostra anche il suo lato oscuro. Le sfide della mia generazione erano sfide di apertura. Quelle delle nuove generazioni sono sfide di salvezza.

robot

Foto: Gabriele Malaspina / Unsplash

Tornando all’intelligenza artificiale, il rischio è che venga usata non per migliorare la condizione umana, ma per peggiorarla?

Sicuramente è un rischio reale. Se pensiamo alla nascita della democrazia moderna, per esempio con la Rivoluzione francese, vediamo che nasce anche dal momento in cui le élite comprendono di dover trovare un equilibrio con il popolo. Oggi invece abbiamo tecnologie che consentono livelli di controllo sulle masse molto superiori rispetto al passato: strumenti di sorveglianza, sistemi digitali, tecnologie militari avanzate. Tutto questo cambia profondamente lo scenario.

Se manca una visione umanistica ed etica forte, la tecnologia può diventare un pericolo. Ma il problema non è la tecnologia in sé, ma le mani di chi utilizza la tecnologia, il modo in cui chi controlla la tecnologia la utilizza. E quando non hai alla guida della società una visione umanistica, anche un’opportunità straordinaria come il progresso tecnologico può trasformarsi in un rischio per l’umanità stessa. Il nemico non è la tecnologia. Il nemico è la stupidità umana.

Lei, attraverso il suo lavoro di imprenditore, cerca di portare anche nelle aziende un nuovo modo di pensare e utilizzare l’IA.

Sì, ho un’azienda che si occupa proprio di intelligenza artificiale e il nostro obiettivo è molto chiaro: lavorare su strumenti che aiutino a potenziare il pensiero umano, non a sostituirlo. Il nostro payoff è “empower human thinking”: significa portare la capacità di ragionamento delle persone a un livello superiore.

L’intelligenza artificiale può consentire all’essere umano di dedicare più tempo a sé stesso, liberandolo da attività ripetitive e meccaniche. Ma se viene usata per sostituire completamente il lavoro umano, allora rischia di togliere una parte fondamentale del senso dell’esperienza umana. Il senso della vita è anche risolvere problemi, sbagliare, imparare dai propri errori, migliorarsi attraverso il lavoro e la relazione con gli altri. Se togliamo tutto questo, togliamo anche una parte del percorso che permette all’uomo di costruire il proprio senso.

È fiducioso per il futuro?

Credo che ci saranno comunità capaci di salvarsi. Abbiamo davanti quattro o cinque anni molto importanti: dalla postura che avremo nei confronti dei valori dell’uomo e del rapporto tra uomo e tecnologia dipenderà il mondo che costruiremo. Sono ottimista, ma allo stesso tempo consapevole che il tempo a disposizione non è infinito.

Quali sono, secondo lei, i pilastri di una società saggia, “wise”?

Secondo me serve soprattutto una nuova educazione alla sanità individuale: psicologica, spirituale e anche biologica. Qualunque buon corpo sociale nasce dalla qualità delle sue cellule. Se ogni individuo lavora su sé stesso per stare meglio, inevitabilmente la società sviluppa un movimento collettivo di sanità mentale che diventa progresso per tutti. La saggezza non consiste tanto nell’allargare l’ambizione del cambiamento verso l’esterno, quanto nel restringerla verso di sé. Se ciascuno si occupa bene di sé stesso e delle persone più vicine, produce inevitabilmente effetti positivi anche sul piano sociale.

Vincenzo Petraglia

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Andrea Pezzi

scrittore e conduttore televisivo
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