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Andrea Fluttero: «C’è differenza tra riciclo e donazione di abiti usati»

Il presidente del Consorzio Nazionale Abiti Usati: «Entro il 2025 deve arrivare una legge specifica sul riciclo. Servirà contro sospetti e pregiudizi»

Rosa Oliveri
8 dicembre 2019

Contro fast fashion e pregiudizi si batte la raccolta differenziata dei rifiuti urbani da abbigliamento, in attesa di una legge che dovrà vedere la luce entro il 1° gennaio 2025, termine ultimo imposto dall’Ue. «Si diffonde, spesso per ignoranza in materia, un’immagine negativa di questo settore, fondamentale nell’economia circolare», spiega Andrea Fluttero, presidente del Consorzio Nazionale Abiti Usati (Conau). «La raccolta differenziata e del riciclo degli abiti usati – sottolinea – è ben diversa dalla donazione di vestiti ai bisognosi; ha un mercato, anche se è calata la qualità a causa della moda low cost».

Come ridare dignità al comparto?

Facendo comprendere a cittadini e autorità la differenza tra donare capi di abbigliamento e raccolta differenziata e riciclo degli abiti usati. Il materiale raccolto, nel secondo caso, viene comprato da aziende che selezionano il rifiuto: l’abito non viene smaltito, ma ha un mercato, quello dell’usato.

Facciamo chiarezza, allora.
Esistono due modi per disfarsi di vecchi capi di abbigliamento: donarli in base alla legge contro gli sprechi alimentari dell’agosto 2016 (la cosiddetta Legge Gadda, ndr) conferendo direttamente alle associazioni. Si esclude di fatto il cassonetto non trattandosi, come chiarisce la normativa stessa, di un rifiuto. Il secondo è la raccolta differenziata di abiti usati ai sensi del Codice ambientale, al fine di recuperare il maggior quantitativo di capi per il loro riuso riducendo i rifiuti. E la confusione si genera quando chi se ne occupa sui propri bidoni pubblicizza anche fini benefici.

Che tipo di business è?
Con i proventi dell’attività commerciale si paga la raccolta stessa, che non è sovvenzionata dai Comuni, peraltro non obbligati a farla. Mentre, per esempio, carta e vetro hanno costi coperti. Tutta la nostra filiera, dunque, è finalizzata a recuperare valore e prolungare la vita del bene e non ci si deve scandalizzare per la sua vendita. È inoltre importante un’altra precisazione.

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Il riciclo degli abiti riguarda 135mila tonnellate all’anno di rifiuti tessili urbani raccolti: quantitativi sottratti a discarica o inceneritore, evitando così costi per la collettività, foto: iStock

Quale?
Circa la metà di questa raccolta è svolta da aziende italiane; l’altra da aziende straniere, per lo più dell’Est e del Maghreb che acquistano capi del Made in Italy molto ricercati all’estero. Sono tre le fasi. Il primo anello è la raccolta che avviene manualmente, per eliminare abiti sporchi, scarpe spaiate… Il secondo è degli intermediari: aziende commerciali con contatti con gli acquirenti in Tunisia e Bulgaria che si occupano di dogane, spedizione. Questo tipo di raccolta, infatti, va costantemente movimentata: gli abiti non si stoccano in capannoni; si raccoglie e si vende per garantire fluidità. Il terzo anello è rappresentato dalle aziende che selezionano la qualità comprata in sacchi buttando via il meno possibile che finirà trasformato in stracci, in pannelli fonoassorbenti, filato… Anche questo è riuso.

Quando parte la storia?
Tutto comincia 30-40 anni fa nelle parrocchie, in maniera spontanea. Nel tempo, con l’aumentare dei consumi, sono nate cooperative sociali. Ma mentre il decreto Ronchi del 1997 fece chiarezza per raccolta di carta e vetro, strutturata attraverso il Consorzio nazionale Imballaggi, Conai, e con risorse economiche, per noi, che pure abbiamo un mercato, non c’è una legge di riferimento. Ora le direttive Ue sull’economia circolare del luglio 2018 danno tempo agli Stati membri di regolamentarsi entro il 1° gennaio 2025.

Cosa accadrà?
Si costituirà un meccanismo simile a quello esistente per carta, vetro, pneumatici, che prevede un coinvolgimento dei produttori con loro responsabilità estesa nella gestione del ciclo di vita del prodotto finché diventa rifiuto, incluse le operazioni di raccolta differenziata, cernita e trattamento, attraverso l’ecocontributo. Per esempio per un giacca da 150 euro potrebbe essere previsto un ecocontributo di 1,50 euro. E così finalmente potremo vedere superati i nostri tre punti critici.

Che sono?
Il primo è la differenza tra dono e usato che invece ha un mercato, anche se registra un calo di qualità a causa della fast fashion. Il secondo è l’igienizzazione: chi compra i rifiuti raccolti deve trasformarli in “non più rifiuto” in base al decreto del 1998, abbattendo la carica batterica. Ciò finalmente verrà fatto in modo omogeneo in tutta Europa. Il terzo riguarda il rischio di infiltrazioni criminali.

La criminalità organizzata fiuta il business?
Siamo ben consapevoli del rischio e chiediamo aiuto alle autorità.

Quanto si ricicla?

Il nostro è un piccolo settore: 135mila tonnellate all’anno di rifiuti tessili urbani raccolti su 30 milioni di rifiuti urbani. Piccoli quantitativi pur sempre sottratti a discarica o inceneritore, evitando così costi per la collettività. E con il ricavato si creano centinaia di posti di lavoro, oltre alle ricadute ambientali. Il riuso a capo intero, infatti, rappresenta il 35% del raccolto; 15-20% diventa pezzame industriale con un suo mercato; un altro 15-20% si trasforma in imbottitura per pannelli fonoassorbenti; la parte restante finisce in discarica. E ci sono delle eccellenze.

Dove?

A Prato, per esempio, c’è un’antica filiera di recupero di lana e cotone per i filati.

Cosa prevede il pacchetto di direttive Ue sull’economia circolare?
E’ ampio e include anche la plastica monouso della quale si parla molto. Comunque, finalmente, anche il nostro settore, dopo anni di spontaneismo, avrà una legge nel nome dell’ambiente.

Come si prepara l’Italia?
Il 1° gennaio 2025 è il termine ultimo per normarsi. Per questo come associazione siamo in contatto con il Sistema Moda Italia, Smi, di Confindustria per avanzare proposte al legislatore.

C’è un modello?

Da tempo la Francia prevede ecocontributi per l’abbigliamento.

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