Wise Society : Una nuova speranza nella lotta all’Alzheimer?
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Una nuova speranza nella lotta all’Alzheimer?

di Vincenzo Petraglia
21 Settembre 2025
SPECIALE : I segreti della longevità

Questa invalidante malattia neurodegenerativa è sempre più diffusa nella popolazione, ma la ricerca per fortuna sta facendo passi da gigante. Cosa attenderci dunque dal futuro e quali sono, ad oggi, i trattamenti più efficaci e promettenti? Abbiamo fatto il punto col professor Massimo Filippi, dell'Ospedale San Raffaele di Milano, fra i massimi esperti mondiali della materia

L’Alzheimer è una delle più grandi sfide mediche del nostro tempo: una malattia silenziosa, progressiva, spesso sottovalutata nelle sue fasi iniziali, ma devastante nel suo impatto sulla vita delle persone e delle famiglie. Oggi, però, qualcosa sta cambiando. Grazie ai progressi della ricerca e all’arrivo di nuove terapie mirate, la lotta contro questa forma di demenza entra in una fase cruciale.

Il 21 settembre si celebra la Giornata mondiale dell’Alzheimer e per fare il punto su ciò che sappiamo — e su ciò che possiamo realisticamente aspettarci — abbiamo incontrato il professor Massimo Filippi, uno dei massimi esperti italiani di neurologia. Presidente del Collegio dei Professori Ordinari di Neurologia, dirige numerose strutture cliniche e di ricerca presso l’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano, tra cui il Centro Alzheimer, l’Unità di Neurologia e il laboratorio di Neuroimaging Quantitativo. Accademico e scienziato di riconosciuto profilo internazionale, Filippi è anche direttore del Journal of Neurology e figura di riferimento nella divulgazione dei temi legati alle neuroscienze.

Con lui abbiamo parlato di diagnosi precoce, prevenzione, terapie emergenti e di quella nuova speranza — concreta, non più solo teorica — che sta cambiando la prospettiva con cui affrontiamo l’Alzheimer.

Massimo Filippi

Massimo Filippi è direttore, fra le altre cose, del Centro Alzheimer dell’IRCCS Ospedale San Raffaele di Milano.

Professore, partiamo dal principio: che cos’è l’Alzheimer?

L’Alzheimer è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce il cervello, compromettendo nel tempo le capacità cognitive, comportamentali e funzionali della persona. È la forma più frequente di demenza e rappresenta una delle principali cause di disabilità nell’anziano. Il processo patologico inizia con un accumulo anomalo di proteine, in particolare la beta-amiloide e la tau fosforilata, che danneggiano le connessioni neuronali e provocano la morte delle cellule nervose. I primi sintomi sono spesso lievi – per esempio dimenticanze o difficoltà nel linguaggio – ma con il tempo evolvono in un deterioramento cognitivo severo che richiede assistenza continua.

Perché oggi questa malattia è sempre più diffusa?

La malattia di Alzheimer è oggi una delle grandi sfide sanitarie globali. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo ci sono circa 55 milioni di persone con demenza, e si stima che il numero raddoppierà entro il 2050. In Italia si contano circa 1,2 milioni di persone con demenza, di cui il 50–60% ha una diagnosi di Alzheimer. Questa crescita è legata in gran parte all’invecchiamento della popolazione: l’età è infatti il principale fattore di rischio. Ma a questo si aggiungono anche altri elementi: una maggiore capacità diagnostica, la maggiore sopravvivenza con patologie croniche e l’influenza di alcuni stili di vita moderni, come la sedentarietà, la dieta non equilibrata o l’isolamento sociale.

È solo genetica o contano anche l’ambiente e gli stili di vita, l’epigenetica insomma? Possiamo, dunque, in qualche modo prevenirla?

La componente genetica esiste, ma nella grande maggioranza dei casi non è deterministica. Esiste un gene, l’ApoE, che ha diverse varianti: chi possiede la variante ε4 ha un rischio aumentato di sviluppare la malattia, ma non è detto che si ammalerà. Al contrario, molte persone con Alzheimer non hanno questa variante. È quindi chiaro che entrano in gioco anche altri fattori, legati all’ambiente e allo stile di vita: questo è il campo dell’epigenetica.

Alimentazione sana, attività fisica, sonno regolare, stimolazione cognitiva, gestione dello stress, controllo dei fattori di rischio cardiovascolare: tutte queste azioni, iniziate per tempo, possono avere un impatto reale sulla prevenzione o sul rallentamento della malattia.

Conta anche la familiarità? È una malattia ereditaria? 

Sì, possiamo dire che esiste una familiarità: avere parenti di primo grado con Alzheimer può indicare una maggiore suscettibilità, ma non è sinonimo di ereditarietà diretta. Solo una piccolissima percentuale di casi (meno dell’1%) è causata da mutazioni genetiche familiari note, che portano a una forma rara di Alzheimer ad esordio precoce. Nella stragrande maggioranza dei casi, la malattia è “sporadica” e multifattoriale: la familiarità da sola non spiega l’insorgenza, e non deve generare allarmismi, ma può motivare a essere più attenti a eventuali segnali e alla prevenzione.

Quali sono i maggiori fattori di rischio?

Oltre all’età avanzata e alla familiarità, ci sono molti fattori di rischio “modificabili”, ovvero che possiamo controllare. Tra questi: malattie cardiovascolari, diabete, ipertensione non trattata, fumo, obesità, sedentarietà, isolamento sociale, disturbi del sonno, depressione non curata e basso livello di istruzione. Anche il trauma cranico, se ripetuto o severo, può aumentare il rischio. Agire su questi fattori è uno dei modi più efficaci per ridurre l’incidenza della malattia.

Come avviene la diagnosi?

La diagnosi si basa su una valutazione clinica accurata, che include un colloquio con il paziente e i familiari e l’esecuzione di test neuropsicologici specifici. Quando emerge un sospetto fondato, possono essere indicati esami strumentali come la risonanza magnetica cerebrale per valutare l’atrofia di specifiche aree cerebrali, oppure indagini funzionali come la PET amiloide o la PET con FDG, che forniscono informazioni sull’attività metabolica del cervello. In alcuni casi si può ricorrere alla rachicentesi per analizzare il liquido cerebrospinale e rilevare direttamente le proteine patologiche associate all’Alzheimer. La diagnosi è oggi molto più precisa rispetto al passato, e si basa su criteri clinici e biologici integrati.

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L’Alzheimer è una malattia sempre più diffusa nella società contemporanea (foto: Steven HWG / Unsplash)

È vero che l’Alzheimer può essere diagnosticato anche decenni prima dell’insorgenza dei primi sintomi importanti?

Oggi sappiamo che i processi patologici dell’Alzheimer iniziano molti anni prima della comparsa dei sintomi evidenti. Gli strumenti diagnostici avanzati ci permettono di riconoscere precocemente le alterazioni cerebrali e biochimiche che precedono il declino cognitivo significativo. Questo non significa che si debba fare una diagnosi in assenza di sintomi, ma che oggi abbiamo la possibilità di intercettare la malattia in una fase molto iniziale, soprattutto in presenza di campanelli d’allarme e in soggetti a rischio.

Ci sono dei segni a cui bisogna prestare particolare attenzione?

Sì, è importante non sottovalutare alcuni cambiamenti cognitivi lievi che possono rappresentare i primi segnali di allarme. Ad esempio: difficoltà a ricordare eventi recenti, fatica nel trovare le parole giuste, confusione nel seguire conversazioni, maggiore esitazione nel prendere decisioni o nel pianificare attività. Anche cambiamenti del tono dell’umore, dell’interesse verso le attività quotidiane o dell’iniziativa personale meritano attenzione. Questi segni non comportano necessariamente una compromissione dell’autonomia, ma possono indicare l’inizio di un processo neurodegenerativo e andrebbero approfonditi con un esperto.

Come avviene questa diagnosi precoce e quali controlli ed esami può risultare utile fare?

Oltre alla valutazione clinica e neuropsicologica, la diagnosi precoce può essere supportata da indagini strumentali come la risonanza magnetica cerebrale, che consente di identificare segni di atrofia selettiva; da esami funzionali come la PET; e da test di laboratorio, come l’analisi del liquido cerebrospinale mediante rachicentesi, che permette di rilevare direttamente la presenza delle proteine beta-amiloide e tau fosforilata. In contesti di ricerca o in centri avanzati, oggi sono disponibili anche biomarcatori plasmatici, ovvero esami del sangue molto promettenti, che consentono una valutazione biologica più semplice e accessibile.

In genere in che modo si interviene una volta fatta una diagnosi precoce? Si somministrano farmaci “preventivi”?

Finora la diagnosi precoce serviva soprattutto a pianificare un percorso personalizzato di prevenzione e supporto. Oggi, però, siamo in una nuova era terapeutica: sono stati approvati i primi anticorpi monoclonali anti-amiloide, che possono rallentare la progressione della malattia nelle fasi iniziali, agendo direttamente sui meccanismi biologici. Si tratta di farmaci innovativi, somministrati per via endovenosa, riservati a pazienti accuratamente selezionati. A questi si affiancano interventi non farmacologici – attività cognitiva, fisica e supporto psicosociale – che restano fondamentali.

Cosa può fare ciascuno di noi per prevenire o quantomeno rallentare questa malattia?

Molto, anche senza farmaci. L’OMS e numerosi studi scientifici raccomandano:
seguire una dieta sana, come quella mediterranea, ricca cioè di frutta, verdura, pesce, cereali integrali, olio d’oliva; fare attività fisica regolare (almeno 150 minuti a settimana); dormire bene e con regolarità; mantenere attiva la mente: leggere, imparare cose nuove, usare la tecnologia; coltivare relazioni sociali; non fumare, limitare alcol, controllare pressione, glicemia e colesterolo.
Queste azioni, se iniziate precocemente, possono davvero fare la differenza.

Cosa possiamo aspettarci dal futuro? Possiamo essere speranzosi?

Assolutamente sì. Dopo anni di difficoltà, oggi siamo in una fase di grande trasformazione. Gli anticorpi monoclonali – come lecanemab e donanemab – rappresentano i primi farmaci che modificano il decorso della malattia. Inoltre, la ricerca sta esplorando terapie contro la proteina tau, la neuroinfiammazione, il metabolismo neuronale. Anche la diagnostica di precisione, attraverso biomarcatori plasmatici e intelligenza artificiale, sta rivoluzionando la nostra capacità di fare diagnosi precoce e personalizzare le terapie. È una fase di forte progresso, che ci permette di essere più ottimisti.

Il San Raffaele è all’avanguardia su questi temi… Quali i filoni di ricerca più promettenti che state portando avanti?

Il San Raffaele è uno dei centri di riferimento europei per la diagnosi e il trattamento dell’Alzheimer. Siamo coinvolti in numerosi studi clinici internazionali, sviluppiamo tecnologie avanzate di imaging cerebrale e siamo tra i primi centri in Italia ad aver attivato i trattamenti innovativi con anticorpi monoclonali. Inoltre, stiamo lavorando alla costruzione di un percorso integrato per la diagnosi precoce, grazie all’uso dei biomarcatori del sangue, in modo da offrire cure sempre più personalizzate, accessibili e tempestive.

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