Wise Society : Sebastian Ghetta: la mia agricoltura tra omeopatia e agopuntura
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Sebastian Ghetta: la mia agricoltura tra omeopatia e agopuntura

di Mariella Caruso
16 Agosto 2018

Sebastian Ghetta, agricoltore e allevatore della Val di Fassa, fa parte di un gruppo che sta facendo evolvere le teorie di Rudolf Steiner

“Soreie” in ladino è il sole. Ed è anche il nome che Sebastian Ghetta ha scelto per l’azienda agricola di famiglia condotta in Val di Fassa secondo i dettami della biodinamica moderna. «Soreie è una piccola azienda, variegata e a ciclo chiuso: abbiamo i pascoli, gli animali, i prati e i campi in un circolo che si autoalimenta perché anche concime e foraggio entrano nella rotazione dei campi. L’unico problema, se così può essere definito, è dover seguire tante attività perché noi produciamo formaggi, piccoli frutti, ortaggi e pure un’attività di agriturismo», spiega Sebastian che Wise Society ha incontrato nell’ambito di Dolomites Top of the Chefs.

 

 

L’Agritur Soreie è un’azienda di famiglia?

Se con questo s’intende che adesso ci lavoriamo tutti, sì lo è. I miei genitori, però, non erano contadini, lo erano i miei nonni. Io sono diventato un agricoltore per scelta utilizzando all’inizio i terreni ereditati ai quali, poi, ne ho aggiunti altri in affitto.

Quando è arrivata la passione per l’agricoltura?

Quando mi sono accorto che il cibo che arrivava sulla nostra tavola non era buono. È successo dopo il mio diploma come conseguenza dei miei viaggi. Sono stato in Sudamerica, nella Repubblica Dominicana, che è la terra della mia compagna, e nel Sud-Est asiatico dove ho assaggiato cibo buono e ho visto un altro tipo di agricoltura, contadini che aravano ancora con gli animali e, soprattutto, campi pieni di gente che cantava. È stato in quei Paesi che mi sono innamorato dell’agricoltura.

L’agricoltura tradizionale e quella biodinamica con la quale conduce “Soreie”, però, non sono la stessa cosa. Perché ha scelto la seconda?

A me interessava produrre cibo buono, ai tempi ero anche vegetariano e cominciai con un orto casalingo per i miei consumi personali rendendomi conto immediatamente che coltivare in maniera naturale non era affatto semplice perché anche l’anziana contadina cui chiedevo consigli mi proponeva l’utilizzo dell’insetticida.

È stato allora che ha virato verso la biodinamica?

No, anche perché in quel periodo non la conoscevo e avevo un altro lavoro. Da lì a poco decisi di dedicarmi esclusivamente all’agricoltura e cercando un posto dove studiare m’imbattei in un college inglese del Sussex dove si studiava agricoltura biodinamica e, finalmente, tutto mi risuonava dentro. Avevo 21 anni, ho studiato, sono andato a fare pratica in aziende agricole biodinamiche in Inghilterra e Nuova Zelanda e poi ho cercato di andare un po’ oltre alla biodinamica classica.

In che senso?

La biodinamica tedesca di vecchio stile che fa ricorso ai preparati mi va bene fino a un certo punto. Noi viviamo 100 anni dopo Rudolf Steiner, non andiamo più in giro col cavallo. Per questo, nonostante la mia preparazione sia biodinamica, non mi piace etichettarmi. Oggi ci sono aziende biodinamiche che non si evolvono e continuano a operare dogmaticamente.

Qual è allora la sua biodinamica?

Il più importante è quello base della biodinamica: se una pianta si ammala non combatto la malattia in sé, ma lo squilibrio che l’ha generata. Avere l’ambiente in equilibrio è fondamentale, il resto è tecnica.

L’equilibrio è anche economico?

Per dieci anni ho fatto l’agricoltore d’estate integrando il reddito con un altro lavoro durante il lungo inverno della Valle. Dall’apertura dell’agriturismo, invece, mi dedico solo al “Soreie” perché al reddito agricolo si è sommato quello derivante dal turismo e dalla trasformazione dei nostri prodotti.

Vendete direttamente in azienda?

 All’inizio avevamo contattato anche qualche negozio biologico a Trento, ma non riuscivamo a soddisfare le loro richieste. Ma riesco a vendere tutto in Val di Fassa facendo i mercatini. Inoltre quando capisco che una produzione è in eccesso utilizzo diversamente la terra. I miei prodotti forti sono fragole, ortaggi e adesso anche il formaggio di capra e pecora.

Qualche altro agricoltore sta seguendo il tuo esempio sulla strada della biodinamica?

All’inizio ero visto come un matto, poi è cominciato l’interesse e qualcuno ha seguito le mie metodologie. Però il lavoro di un agricoltore biodinamico è faticoso, quindi c’è chi ha anche smesso.

Praticamente qual è la sua metodologia?

Non uso i preparati e non rispetto le fasi lunari. Di fatto il più tangibile segno della biodinamica al “Soreie” è l’utilizzo dell’argilla impregnata diversamente a seconda del riequilibrio che serve. Poi c’è l’agopuntura che sto sperimentando da un anno e ha dato un ottimo risultato sulle patate e sui cavoli cappucci.

Un’evoluzione della biodinamica?

Faccio parte di un gruppo di studio nazionale che si riunisce una volta al mese. Nei miei campi sono riuscito a proteggere le coltivazione dalla drosophila (il moscerino della frutta, nda) con l’omeopatia sviluppata in questo gruppo.

Perché non sei più vegetariano?

Diventando un allevatore mi sono reso conto che anche la carne ha un suo posto nell’alimentazione umana. Naturalmente io rispetto gli animali e non mangio qualsiasi tipo di carne. Ho un passato da animalista e ambientalista, ma ho rivisto queste idee perché la natura deve fare il suo corso. Però sono convinto che in futuro l’agricoltura sarà tutta sostenibile e non perché qualcuno lo imporrà, ma perché si capirà quanto dannosa sia quella tradizionale.

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Sebastian Ghetta con la famiglia, davanti alla loro azienda agricola in Val di Fassa condotta secondo i dettami della biodinamica moderna e della agricoltura biodinamica, Photo by Mariella Caruso

 

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