Wise Society : Una laurea per diventare manager sociali
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Una laurea per diventare manager sociali

Alla Bocconi la cattedra in Social Entrepreneurship forma professionisti nel sociale. Un settore in continua crescita. Ancora troppo spesso affidato a volontari

di Cesare Giuzzi
23 febbraio 2010

Manager del Sociale

L’impresa sociale in Italia? Tanto cuore e poco management. Una ricetta che non funziona, soprattutto se ci si confronta con il resto del mondo. Così la più prestigiosa università per top manager italiana, l’Università Bocconi, ha lanciato in collaborazione con la Società italiana di filantropia la prima cattedra Sif Chair in Social Entrepreneurship per i manager del sociale. A guidarla Francesco Perrini, già professore straordinario di Economia e Gestione delle Imprese presso l’Istituto di Strategia dell’Università Bocconi di Milano.

 

Francesco Perrini, professore al Dipartimento di Management dell'Università Bocconi di MilanoEd è proprio Perrini a fare un quadro della realtà delle imprese sociali nel nostro Paese. Una realtà spesso frammentaria, con tante iniezioni di buona volontà ma poche conoscenze imprenditoriali: «fare impresa sociale non è fare volontariato. Significa fare impresa con finalità sociali. Ma non si può prescindere dalla competenza imprenditoriale», spiega Perrini.

 

Il coordinamento dei progetti e delle attività della Chair è stato affidato a Clodia Vurro, assegnista di Ricerca e docente a contratto presso l’Istituto di Strategia Dipartimento di Management dell’Università Bocconi. I progetti sviluppati dalla SIF Chair nel corso dell’anno accademico 2007-2008, hanno visto il coinvolgimento di borsisti e collaboratori a progetto su attività specifiche di analisi della letteratura, raccolta ed elaborazione dati. Inoltre e in collaborazione con la Società Italiana di Filantropia, la SIF Chair ha progettato il corso opzionale Social Entrepreneurship nell’ambito della graduate school. Il corso è stato attivato nel primo semestre dell’anno accademico 2008-2009.

 

La cattedra in Social Entrepreneurship nel primo anno di vita ha visto poco meno di trenta studenti, contro i quaranta del corso del 2010. «I giovani sono molto sensibili, soprattutto in un momento di crisi i ragazzi sono abituati a guardare verso nuove strade. Il vero problema sono gli sviluppi nel futuro: perché la normativa sulle imprese sociali in Italia è ancora molto confusa, in alcuni casi anacronistica».

 

Ma per quale motivo? «Uno, ad esempio, è la scarsa attenzione del mondo delle imprese sociali, delle associazioni, delle cooperative. Si continua a vivere con l’equazione sociale uguale a volontariato. Ma non è così, si tratta di imprese che vanno gestite, lo ripeto, con mentalità imprenditoriale. L’assenza di manager per il mondo del terzo settore italiano è un grosso limite». L’obiettivo del corso è di fornire agli studenti le competenze imprenditoriali necessarie per sviluppare risposte innovative a bisogni sociali insoddisfatti. Competenze e strumenti riguardano tutte le fasi del processo imprenditoriale sociale: dall’identificazione di opportunità imprenditoriali alla mobilitazione delle risorse necessarie, dalle criticità nel lancio di una start-up sociale alla gestione routinaria improntata alla sostenibilità e autonomia.

 

Teoria e pratica della social entrepreneurship vengono articolate, lasciando ampio spazio alla discussione e approfondimento individuale attraverso l’uso di testimonianze esterne, casi e presentazioni d’aula. Questo rappresenta il primo passo nel fornire modelli e strumenti idonei a perseguire efficaci azioni sociali attraverso l’istituto dell’impresa».

 

Ma manager significa anche stipendi adeguati: «certo, magari le retribuzioni saranno in linea con il piano etico dell’azienda, non ci saranno i bonus di fine anno». Secondo Perrini si tratta tuttavia di un mercato ancora molto limitato: «Il problema normativo italiano è un grande freno. Sono ancora pochi gli studenti che una volta terminato il corso di studi avviano una nuova impresa, fanno start up. Spesso preferiscono avviare progetti simili all’estero dove tutto è più facile». Resta però una certa richiesta da parte del mercato che anche se lentamente sta iniziando a trasformarsi da “amatoriale” a sempre più professionale, con strumenti come le fondazioni e i grandi gruppi sociali: «e nel futuro la richiesta può solo migliorare, il settore delle imprese sociale è in crescita».

 

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