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Strage degli operai tessili in Bangladesh: possiamo fermarla

L'ultimo episodio risale a una settimana fa con oltre 380 persone morte nel crollo del Rana Plaza a Savar, in Bangladesh. Ma non è l'unico incidente dovuto alla mancanza di controlli. Le certificazioni non bastano. I brand della moda, i governi e gli stessi cittadini devono e possono fare qualcosa

Francesca Tozzi
2 maggio 2013

Image by © K. M. Asad/Demotix/CorbisOltre 380 corpi senza vita sono già stati estratti dalle macerie del Rana Plaza a Savar, nella regione di Dhaka in Bangladesh. E si tratta di un bilancio provvisorio. Nessuno probabilmente saprà mai quante sono davvero le vittime del crollo, una settimana fa, di quel palazzo di otto piani pieno di crepe e costruito su un terreno paludoso. Un vero e proprio mostro di cemento che ospitava oltre 3000 operai, e soprattutto operaie, che producevano capi di abbigliamento per grandi marchi occidentali.

Intanto però in Bangladesh continuano le manifestazioni dei lavoratori e dei parenti delle persone scomparse nel crollo. Come hanno riferito i lavoratori sopravvissuti, i proprietari delle fabbriche del Rana Plaza non avevano mai dato peso agli allarmi sulle crepe sospette lanciati dagli operai, costretti a lavorare malgrado il pericolo incombente.

 

Quando le certificazioni non bastano

Sohel Rana, proprietario dell'impresa Rana Plaza ritenuto responsabile del disastro che ha lasciato almeno 380 morti, è stato arrestato nel confini Benapole mentre cercava di fuggire dal paese. Crediti: Rehman Asad/Demotix/CorbisLa responsabilità di questo drammatico episodio non cade però solo sulle spalle di Mohammed Sohel Rana, che verrà comunque processato con le accuse di costruzione pericolosa e responsabilità diretta nella strage: la responsabilità è anche dei marchi internazionali che si sono riforniti di materia prima per i propri capi senza verificare con puntuali controlli che dietro le garanzie delle varie certificazioni SAI e SAAS ci fossero davvero delle condizioni di lavoro a norma di legge.

La SA8000, per esempio, è uno strumento che dovrebbe certificare il comportamento eticamente corretto delle imprese e della filiera di produzione verso i lavoratori attraverso il possesso di alcuni requisiti standard, tra cui il rispetto dei diritti umani, il rispetto dei diritti dei lavoratori, la tutela contro lo sfruttamento dei minori, le garanzie di sicurezza e salubrità sul posto di lavoro. Eppure aveva attestato la buona salute della fabbrica Ali Enterprises che è andata a fuoco costando la vita a quasi 300 lavoratori tessili. I lavoratori morti a Savar stavano producendo capi di abbigliamento per grandi marchi occidentali tra i quali la spagnola Mango, l’inglese Primark e l’italiana Benetton, oltre ad altri marchi italiani.

 Image by © Shariful Islam/Xinhua Press/Corbis

Facciamo pressione perché le cose cambino

Image by © Rehman Asad/Demotix/CorbisIl Bangladesh è il secondo esportatore di prodotti tessili al mondo con oltre 4.000 fabbriche che producono vestiti per i grandi marchi occidentali e che occupano più di 3 milioni di persone, il 90% donne, in condizioni di lavoro spesso disumane. Per prevenire gli incidenti, che sono sempre più frequenti, gli attivisti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign, invitano i marchi che si riforniscono in Bangladesh a firmare immediatamente il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement. I lavoratori hanno bisogno di soluzioni strutturali per mettere fine a queste condizioni di lavoro insicure.

Questo accordo, costruito da sindacati bengalesi e internazionali insieme agli attivisti dei diritti del lavoro, porterà a ridurre sensibilmente l’esistenza di fabbriche trappola come Rana Plaza. Il Bangladesh Fire and Building Safety Agreement comprende ispezioni indipendenti negli edifici, formazione dei lavoratori in merito ai loro diritti, informazione pubblica e revisione strutturale delle norme di sicurezza. É possibile, e auspicabile, fare pressione perché questo avvenga firmando la petizione on-line sul sito dell’organizzazione. «La gravità della situazione – ha dichiarato Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti – richiede un’assunzione di responsabilità immediata da parte dei marchi internazionali coinvolti, del governo e degli industriali bengalesi, che devono porre fine per sempre a tragedie come questa, l’ennesima per totale negligenza del sistema imprenditoriale internazionale».

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