Mantenere lo stesso ruolo e lo stesso stipendio, lavorando 4 giorni alla settimana invece di 5: è questo il principio alla base della settimana lavorativa corta. Vediamo chi la sta sperimentando in Italia e in Europa e i risultati raggiunti finora
Ciascuno e ciascuna di noi lavora per ricevere uno stipendio, su questo non c’è alcun dubbio. Ma non è certo l’unico criterio che orienta le scelte di carriera: addirittura l’87% degli italiani sostiene di non essere disponibile a tollerare un impiego incompatibile con una buona qualità della vita. La percentuale emerge dal Randstad Workmonitor ed è in linea con quella registrata negli altri Paesi monitorati (solo in America latina l’attenzione al benessere risulta inferiore). Il 58% dei nostri connazionali annovera proprio il work-life balance tra i fattori che spingono a cercare attivamente un altro impiego. E tra le misure nate proprio per tutelare i tempi di vita ce n’è una di cui si discute spesso, già sperimentata in Italia e all’estero: la settimana lavorativa corta di quattro giorni. Vediamo più da vicino di cosa si tratta e i suoi pro e contro.

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Come funziona la settimana corta lavorativa
Tra i primi a introdurre la settimana lavorativa di cinque giorni ci fu Henry Ford, ai primi del Novecento. Fino ad allora era la normalità restare in fabbrica cinque giorni su sei, dall’alba al tramonto. Oggi, però, non è così scontato mantenersi entro le canoniche 40 ore settimanali previste da un full time. Eurostat fa sapere che nel 2022 il 7% degli occupati nell’Unione europea ha superato le 49 ore settimanali nel proprio impiego principale: una situazione più comune tra gli autonomi che tra i dipendenti (nel primo caso la percentuale arriva al 30%, nel secondo si ferma al 4%). Se a questo si aggiunge il lavoro di cura non retribuito, che in Italia ricade per il 75% sulle donne, è evidente che in molti casi i conti non tornano.
La settimana lavorativa corta, come suggerisce il nome, spalma l’orario di lavoro su 4 giorni anziché 5. A seconda dei casi, il monte ore settimanale può restare invariato oppure – ed è la formula più comune – subire una leggera diminuzione, passando per esempio a 36 o 37,5 ore: di norma, quindi, si aggiunge circa un’ora alla singola giornata. Tutto questo a parità di ruolo, mansioni e responsabilità. Anche lo stipendio resta invariato o, al più, subisce una riduzione soltanto marginale.

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Dove è stata introdotta la settimana corta al lavoro
Si tratta di una sperimentazione ancora sporadica o di un modello che ha possibilità di affermarsi? Per dare una risposta a questa domanda, vediamo più da vicino dove è stata introdotta la settimana lavorativa di 4 giorni, per iniziativa delle istituzioni o delle singole aziende.
La settimana corta al lavoro in Italia
In Italia il 53% dei direttori del personale guarda con favore all’introduzione della settimana lavorativa di 4 giorni. Soltanto il 6% si dice del tutto contrario, mentre il 40% è d’accordo solo in parte.
Secondo gli intervistati, la rimodulazione dell’orario di lavoro giova alla conciliazione vita-lavoro (lo dice il 79% dei direttori del personale favorevoli), al benessere psicofisico dei dipendenti (49%) e alla loro motivazione (27%). È quanto emerge da un sondaggio dell’Associazione italiana direttori del personale (Aidp).
Per ora non esistono linee guida valide su scala nazionale, ma solo una proposta di legge ancora in discussione. Alcune grandi aziende, però, hanno voluto dare l’esempio, sia nei servizi sia nella manifattura. Tra le pioniere c’è Luxottica, in cui oltre 1.500 operai e operaie (circa la metà del totale) hanno scelto di godere di 20 giorni liberi in più all’anno a parità di stipendio. In Lamborghini l’adesione si attesta sul 70%, su un totale di oltre 3mila addetti alla produzione. Lavazza ha iniziato con l’headquarter di Torino, per poi introdurre per tre anni il “venerdì breve” per 400 addetti dello stabilimento di Gattinara. In questo caso, con il venerdì pomeriggio libero si recuperano gli straordinari fatti quando i picchi di lavoro sono più intensi.
A partire da gennaio 2023 anche Intesa Sanpaolo permette di lavorare 9 ore al giorno 4 giorni su 5, a parità di retribuzione, su base volontaria e senza obbligo di un giorno libero fisso. Il 70% degli eventi diritto ha chiesto di adottare questo modello. SACE, gruppo assicurativo-finanziario controllato dal ministero dell’Economia e delle finanze, ha introdotto un modello flessibile – ribattezzato Flex4Future – che, tra le altre cose, consente anche di sperimentare volontariamente la settimana lavorativa di 4 giorni. Circa seicento dipendenti della Società italiana autori ed editori (Siae), invece, lavorano 4 giorni alla settimana in estate e a dicembre e 5 nei periodi in cui i carichi sono più intensi.
La settimana corta al lavoro in Europa
In altri Paesi europei la settimana lavorativa corta è più strutturata, ma con modalità eterogenee che hanno riscosso un successo altalenante. In Belgio, ad esempio, il Labour deal varato a novembre 2022 permette ai dipendenti del settore privato di mantenere inalterato l’orario lavorativo di 38 ore, spalmandolo su quattro giorni a parità di stipendio e benefit. Va da sé che, senza una riduzione dell’orario, la singola giornata lavorativa diventa ben più pesante. C’è anche la possibilità delle settimane a intensità alternata, vale a dire 45 ore su 5 giorni seguite da 31 ore su 4 giorni. Nessuna delle due formule, però, ha realmente convinto. Almeno per ora.
La Spagna, nel frattempo, si muove per ridurre l’orario di lavoro da 40 a 37,5 ore settimanali, a parità di mansioni e stipendio. Il governo ha dato il via libera al disegno di legge che dovrà ora seguire l’iter parlamentare. In Islanda il percorso è iniziato già nel 2019 e ora, come risultato, il 90% degli occupati lavora per 36 ore alla settimana.

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Settimana lavorativa di 4 giorni: pro e contro
Se l’idea di avere il venerdì libero è senza dubbio allettante, sulla sua applicazione è lecito avere qualche dubbio. In una parola: la settimana lavorativa di 4 giorni funziona o no?
Uno degli studi più completi mai condotti in merito ha coinvolto circa 2.900 dipendenti di varie aziende in Australia, Canada, Irlanda, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti. A queste persone è stato sottoposto lo stesso sondaggio sulla soddisfazione lavorativa, prima e dopo una riduzione di orario durata per sei mesi; le stesse domande sono state rivolte anche a un gruppo di controllo. Ne emerge un generale miglioramento in termini di salute mentale e fisica, soddisfazione per il proprio impiego e riduzione dei casi di burnout. Va sottolineato, tuttavia, come l’accorciamento dell’orario fosse stato preventivamente accompagnato da una sforbiciata a riunioni inutili e altre attività molto time consuming e poco produttive.
Volendo fare un elenco dei pro e dei contro della settimana lavorativa di 4 giorni, le evidenze raccolte finora suggeriscono che i vantaggi siano:
- una riduzione dei livelli di stress e degli episodi di burnout;
- un calo dei casi di assenteismo;
- un migliore equilibrio tra vita professionale e vita privata;
- un aumento della produttività, poiché c’è la tendenza a sfruttare in modo ottimale il tempo a disposizione;
- un calo dei costi operativi, sia per il dipendente (che ad esempio evita un viaggio settimanale andata e ritorno verso la sede di lavoro) sia per l’impresa (che risparmia in termini di utenze, riscaldamento o raffrescamento degli edifici ecc.);
- un vantaggio competitivo in termini di attrazione e retention dei talenti.
Una simile riconfigurazione, però, va accompagnata da un adeguato cambiamento in termini culturali e organizzativi. In caso contrario, il rischio è quello di vanificarne l’efficacia. Tra i possibili svantaggi, ad esempio, si possono citare:
- l’aumento della pressione sul singolo lavoratore, obbligato a “compattare” il medesimo carico di lavoro in un tempo inferiore;
- l’insoddisfazione legata alla disparità tra chi può usufruire di questo benefit (più facilmente i ruoli impiegatizi) e chi ne è escluso;
- la difficoltà a rendere compatibili le incombenze private, come la cura dei figli o delle persone anziane, con una giornata lavorativa che – seppure per soli 4 giorni – si allunga;
- la difficoltà nell’implementare una simile organizzazione soprattutto in organizzazioni che offrono servizi essenziali o continuativi (trasporti, sanità, retail, customer care).
Valentina Neri

