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Moda tossica? No, grazie

Due gravi incidenti con molte vittime, avvenuti di recente in fabbriche asiatiche, hanno acceso i riflettori sui danni della delocalizzazione selvaggia di molte grandi aziende tessili di tutto il mondo. Che sfruttano i lavoratori e inquinano l'ambiente. È ora di dire basta

Rita Dalla Rosa
6 febbraio 2013

25 Nov 2012, Dhaka, Bangladesh - Image by © auniket/Demotix/CorbisNell’ultimo trimestre del 2012, due incendi scoppiati in altrettante fabbriche asiatiche (una a Karachi, Pakistan, l’altra a Dhaka, Bangladesh) che producono abbigliamento per grandi marchi europei e americani, hanno provocato la morte di oltre 400 lavoratori.

L’alto numero di vittime e il breve lasso di tempo intercorso tra i due roghi hanno fatto arrivare la notizia fino ai media occidentali, alzando così il velo sulla realtà che sta dietro l’asettico termine di “delocalizzazione”. Una realtà che permette di mantenere bassi i costi semplicemente trascurando le più elementari misure di sicurezza e qualsiasi tipo di tutela dei lavoratori.

Come hanno testimoniato i sopravvissuti, le porte erano tutte bloccate l’11 settembre 2012, quando è scoppiato l’incendio nella fabbrica pakistana Ali Enterprises (un edificio di quattro piani); inoltre, pile di prodotti chimici, materiali combustibili e balle di prodotti tessili ingombravano scale, passaggi e corridoi.

Sono morti in 300, inalando i fumi tossici dopo che erano rimasti intrappolati senza vie di fuga; molti si sono feriti gravemente gettandosi dalle finestre, lottando contro il tempo per abbattere con ogni mezzo le sbarre di ferro che erano state messe dalla proprietà “per evitare i frequenti furti”.

L'incendio che scoppiò a Dhaka il 24 novembre 2012, nella fabbrica di moda di Tazreen nel distretto di Ashulia alla periferia di Dhaka, ha portato una pressa di coscenza dei lavoratori tessili che tengono bandiere rosse durante una manifestazione con lo scoppo di chiedere la sicurezza nei luoghi di lavoro. Dhaka, Bangladesh. 1° febbraio 2013 - Image by © firoz ahmed/Demotix/Corbis

Orari massacranti e niente tutele

Image by © Henning Kaiser/dpa/CorbisQuella sera erano in 650, tutti giovani, gli operai impegnati nello “straordinario serale obbligatorio” per produrre jeans per il distributore tedesco low cost KIK (oltre 3000 punti vendita in otto paesi europei). Alla base della tragedia sembra esserci un guasto elettrico.

La stessa causa è probabilmente responsabile dell’incendio che appena due mesi dopo ha ridotto in cenere un’altra fabbrica tessile. Questa volta in Bangladesh, Paese che è il secondo produttore di abbigliamento dopo la Cina.

Tra i resti della Tazreen Fashion, oltre a 114 corpi di uomini, donne e ragazzi, sono stati trovati etichette e documenti che riguardavano marchi ben noti come Walmart, C&A, Edinburgh Woollen Mill, Piazza Italia, Kik, Teddy Smith, Ace, Dickies, Fashion Basics, Infinity Woman, Karl Rieker GMBH & Co e True Desire (Sears), oltre al brand ENYCE del produttore americano Sean Combs, meglio noto come Puff Daddy.

Debora Lucchetti«Del resto, la causa dell’80 percento di tutti gli incendi industriali in Bangladesh è attribuibile a cablaggi difettosi e nel solo comparto tessile, si sono registrati più di 800 morti dal 2006 a oggi» dice Deborah Lucchetti, portavoce della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana di Clean Clothes Campaign, una rete di azione e solidarietà internazionale nata per portare alla luce e denunciare le condizioni di sfruttamento nel settore tessile e dell’abbigliamento mondiale

Ma incidenti e morti sul lavoro sono all’ordine del giorno in tutte le fabbriche del Sud del mondo che producono per i brand della moda. Uno stillicidio che passa, per lo più, sotto silenzio e non viene certo rilevato da statistiche globali.

 

Danni e spreco di risorse

 

Image by CorbisDietro alla “delocalizzazione” della filiera tessile ci sono anche i gravissimi danni prodotti all’ambiente con lo scempio di preziose risorse naturali. Prima fra tutte, l’acqua.

Nelle zone industriali del Sud del mondo, dove c’è un’alta concentrazione di fabbriche tessili, le molte sostanze chimiche pericolose usate nelle fasi di lavorazione finiscono direttamente nelle acque di scarico, contaminando le falde acquifere e il territorio circostanti. Gli esempi non mancano.

Nel distretto cinese di Xin Tang, le acque reflue dei circa 15.000 laboratori che producono ogni anno più di 200 milioni di paia di jeans stanno conferendo una innaturale sfumatura azzurra ai corsi d’acqua della regione mentre gli abitanti accusano gravi problemi di salute come difficoltà respiratorie, eruzioni cutanee e difetti congeniti nei nuovi nati.

Un fenomeno analogo sta vivendo la zona di Tehuacán, in Messico, dove le acque sono ormai così contaminate dal micidiale mix chimico sversato da centinaia di laboratori tessili che i campi della regione, un tempo rigogliosi, stanno diventando sterili.

Lo stesso succede sugli altopiani del Lesotho, in Africa, dove marchi come Levis, Gap, Diesel (che prima utilizzavano le fabbriche di Tehuacán) hanno spostato la produzione. Un recente reportage della Cbs ha filmato i dintorni delle fabbriche del Lesotho invasi dai cascami del denim usato per la produzione di jeans: enormi montagne di ritagli di tessuto che spesso vengono bruciate rilasciando gas altamente tossici.

Image by © Roger Ressmeyer/CORBIS

 

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