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Green bond: cosa sono le obbligazioni verdi

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15 Aprile 2026

Come funzionano, quotazioni, chi le emette. Ma soprattutto: quando sono davvero verdi? Guida completa ai green bonds

Nel 2025 il mercato globale dei green bond ha superato i 500 miliardi di dollari di nuove emissioni annuali. Se prima si poteva parlare di crescita emergenziale, oggi è la struttura a sperimentare uno sviluppo costante e imperterrito. Governi, banche e grandi aziende stanno utilizzando sempre più spesso le cosiddette obbligazioni verdi come metodo per finanziare progetti di sostenibilità, legati alle rinnovabili e all’efficientamento energetico, in un’ottica di transizione eco. Tutta la questione del greenwashing ci ha però messo in allarme: non appena vediamo la parola “green” in un titolo o in una definizione, subito ci insospettiamo. E dunque, quanto realmente sono “verdi” questi strumenti? La verità è che i green bond sono quotazioni che nascono con un obiettivo ben preciso: canalizzare capitali verso attività sostenibili. Di fatto, perciò, dovrebbero essere affidabili. Il problema sorge quando dal momento che non tutte le emissioni rispondono agli stessi criteri, e anche qui il rischio di greenwashing non si scampa. Anche per questo l’Unione Europea ha di recente introdotto direttive e standard più stringenti, nonché una tassonomia comune per definire cosa davvero può essere ritenuto sostenibile. Trasparenza e credibilità sono gli obiettivi che si pone, su una questione che ne ha sempre più bisogno

green bond

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Green bond: cosa sono e perché nascono

Ancora prima di capire come funzionano le green bond dovremmo chiederci cosa sono, e la risposta è presto detta. Anche conosciute qui da noi come obbligazioni verdi, si tratta di strumenti di debito utilizzati perlopiù da governi, enti pubblici, banche e aziende nel momento in cui c’è da finanziare qualche progetto con benefici ambientali misurabili.

Non si possono usare sempre, quindi, ma soltanto per questioni realmente green. Dal punto di vista finanziario si comportano quindi come obbligazioni tradizionali: chi investe presta capitale all’emittente ricevendo in cambio un rendimento nel tempo. La differenza sostanziale sta però nella destinazione dei fondi raccolti, che devono per l’appunto essere vincolati a iniziative specifiche: energie rinnovabili, efficienza energetica, mobilità sostenibile, gestione delle risorse idriche o adattamento ai cambiamenti climatici sono alcune delle cause che possono attingere dalle bond green. 

Nascono in risposta a una concreta esigenza: quella di colmare il divario tra i capitali che servono per la transizione ecologica e per le risorse pubbliche disponibili. Già alla fine degli anni 2000, diverse istituzioni finanziarie internazionali hanno cominciato a strutturare questi strumenti per attrarre investimenti privati verso progetti di natura ambientale, creando di fatto un ponte tra finanza e sostenibilità. Più la crisi climatica si è intensificata e con essa anche gli obiettivi di decarbonizzazione, più il loro ruolo è diventato sempre più importante. 

Alla base dei green bond c’è anche un altro fattore chiave: la domanda di investimenti responsabili in crescita continua. Sia investitori istituzionali che privati sono sempre alla ricerca di strumenti che, da una parte, generino rendimento, e dall’altra siano allineati ai cosiddetti ESG: criteri ambientali, sociali e di governance. Qui le obbligazioni verdi si inseriscono come una sorta di soluzione intermedia: hanno una struttura finanziaria già nota, ma un vincolo di utilizzo che ne aumenta il livello di trasparenza.

Indipendentemente da tutto, è proprio questa promessa di sostenibilità che ha reso necessario definire standard e criteri condivisi, così da evitare che l’etichetta green venga utilizzata in modo improprio. Vale a dire: per crearsi una reputazione di sostenitori della causa anche quando di fatto non lo si è. Per questo motivo, sono stati sviluppati negli ultimi anni framework e regolamentazioni (soprattutto in Europa) che stabiliscono che cosa può davvero essere ritenuto sostenibile. 

bond green

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Come funzionano le obbligazioni verdi

Dal punto di vista operativo, le obbligazioni verdi seguono la stessa logica delle obbligazioni tradizionali: un emittente -che può essere lo Stato così come una banca o un’azienda- raccoglie capitale dagli investitori impegnandosi a restituirlo a una certa scadenza, pagando nel frattempo un interesse periodico (cedola). Niente di nuovo fino a qui, quindi. La differenza sta invece nella destinazione dei fondi: nel caso dei green bond, il capitale raccolto è vincolato al finanziamento di progetti con impatto ambientale positivo.

Gli emittenti devono seguire le linee guida internazionali -i Green Bond Principles- che prevedono criteri chiari su quattro aspetti: utilizzo dei proventi, processo di selezione dei progetti, gestione dei fondi e rendicontazione. In pratica, chi emette un green bond deve specificare in modo trasparente dove verranno investiti i capitali e in più fornire aggiornamenti periodici sugli impatti ambientali che ne derivano. 

Dal lato dell’investitore, il funzionamento non cambia in termini di rischio-rendimento: i green bond possono avere diversi livelli di rischio, e rendimenti allineati al mercato obbligazionario standard. Per chi non vuole selezionare le singole emissioni, esiste anche l’opzione degli ETF green bond, strumenti che replicano indici composti da obbligazioni verdi diversificate. Questi permettono di accedere al mercato in modo più semplice e liquido, con meno rischio specifico per singolo titolo. 

green bonds cosa sono

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Emissione di green bond in Italia

Quello dei green bond in Italia è stato un mercato-lampo, sviluppatosi rapidamente in pochi anni. In questo caso hanno giocato un ruolo centrale lo Stato e le grandi emittenti istituzionali.

Dal 2021 il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha avviato un programma strutturato di emissione dei cosiddetti BTP Green, titoli di Stato destinati a finanziare spese pubbliche a impatto positivo sull’ambiente. Emissioni che seguono un quadro normativo ben preciso e aggiornato recentissimamente, nel 2025, il quale ne definisce criteri di selezione dei progetti e modalità di rendicontazione. 

I numeri sono positivi, e mostrano un grande interesse da parte del mercato. Nel 2026, per esempio, una riapertura di BTP Green ha raccolto una domanda complessiva superiore ai 150 miliardi di euro, a fronte di importi collocati molto più contenuti, segno di una forte richiesta da parte degli investitori. L’Italia si è così posizionata, un po’ a sorpresa, tra i principali emittenti europei, con singole emissioni che hanno raggiunto valori prossimi ai 9-10 miliardi di dollari, tra le più rilevanti a livello internazionale.

In sinergia con lo Stato ci sono anche altri soggetti che contribuiscono allo sviluppo di questo mercato: la Cassa Depositi e Prestiti, per dirne uno. Emette green bond principalmente per finanziare infrastrutture più sostenibili ed economia circolare, favorendo la transizione energetica delle imprese. Allo stesso modo, aziende energetiche e utility italiane utilizzano sempre più questi strumenti per sostenere piani di decarbonizzazione e innovazione.

Guardando il quadro completo, l’emissione di green bond in Italia riflette quella stessa trasformazione strutturale del mercato obbligazionario di cui parlavamo all’inizio. Nato come semplice strumento di raccolta, diventa così la leva strategica per favorire -finanziandola- la transizione ecologica. 

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Green bond quotazioni: come si valutano

Le logiche che determinano le quotazioni dei green bond sono le stesse che muovono le solite obbligazioni, con solo alcune variabili in più legate alla componente green. Il prezzo di un’obbligazione verde dipende innanzitutto dai classici fattori finanziari: livello dei tassi di interesse, durata (duration), merito creditizio dell’emittente e condizioni di mercato. Quando i tassi salgono, il valore dei bond già emessi tende a scendere, e viceversa.

Elemento ok nonostante è il rendimento (yield), il ritorno effettivo per l’investitore in rapporto al prezzo di acquisto. A parità di rischio, molti green bond mostrano rendimenti leggermente più bassi rispetto ai bond tradizionali equivalenti: è il cosiddetto greenium, un “premio verde” che riflette l’elevata domanda per strumenti sostenibili. Un differenziale, seppur contenuto, che si pone come indicatore del valore che il mercato dà alla componente ambientale. 

Ci sono poi i criteri qualitativi. Gli investitori valutano la credibilità dell’etichetta “green” attraverso framework riconosciuti, la presenza di certificazioni esterne e la qualità della rendicontazione sugli impatti ambientali. Un bond che finanzia progetti chiaramente allineati alla tassonomia europea e fornisce dati trasparenti su emissioni evitate o energia prodotta sarà chiaramente percepito come più affidabile -e quindi più appetibile sul mercato.

Monitorare le quotazioni è possibile facendo riferimento a strumenti come gli ETF specializzati, ad esempio gli ETF green bond, che replicano panieri diversificati di obbligazioni verdi. Otteniamo così  una visione aggregata dell’andamento del mercato, e possiamo valutare performance, volatilità e distribuzione geografica senza analizzare singoli titoli. Serve dunque un doppio livello di analisi: da una parte i fondamentali tipici del mercato obbligazionario, dall’altro la qualità e la credibilità dell’impatto ambientale dichiarato.

emissioni green bond italia

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Bond green e sostenibilità: opportunità o marketing?

Dove c’è green c’è marketing, inutile raccontarsela. È normale dunque essere un po’ scettici anche sui green bond che rappresentano -almeno sulla carta- uno degli strumenti più diretti per la transizione ecologica. Ma è davvero così? Quanto di questa sostenibilità è reale e quanto e, invece, costruita a livello comunicativo? In molti casi il riscontro è positivo: i bond green hanno effettivamente finanziato infrastrutture rinnovabili, efficientamento energetico e mobilità sostenibile in diverse città d’Europa. 

Il nodo centrale resta sempre, però, il rischio di greenwashing. Non tutti i green bond sono uguali: alcuni finanziano progetti chiaramente allineati agli obiettivi climatici, altri invece si concentrano su attività più controverse o con benefici ambientali limitati. In assenza, fino a pochi anni fa, di standard vincolanti, l’etichetta “green” poteva essere utilizzata in modo fin troppo elastico, lasciando spazio a interpretazioni favorevoli agli emittenti più che al pianeta.

Negli ultimi anni, però, il quadro sta inevitabilmente cambiando. L’introduzione della tassonomia europea e di standard più rigorosi -primo tra tutti l’European Green Bond Standard– ha alzato il livello di trasparenza richiesto: oggi è sempre più necessario dimostrare (non solo raccontare) in che modo vengono utilizzati i fondi e quali risultati ambientali producono effettivamente. Un modo per ridurre, anche se non ancora per eliminare del tutto, il margine per operazioni puramente di marketing.

Dal punto di vista degli investitori, i green bond restano comunque un’opportunità interessante, anche se adesso richiedono un approccio più selettivo. Ciò che è chiaro è che la denominazione non basta: è fondamentale analizzare i progetti finanziati, la qualità della rendicontazione e l’allineamento agli standard internazionali. In questo senso, la sostenibilità non è un attributo automatico, ma un elemento da verificare caso per caso.

Insomma, non parliamo né di una soluzione miracolosa né di una mera operazione di facciata: i green bond sono uno strumento utile, pur imperfetto. Resta cruciale l’importanza di una valutazione critica da parte di chi investe.

Quando un green bond è davvero “verde”

Lo abbiamo detto e ribadito: un green bond è davvero “verde” non per definizione, ma per verifica. L’etichetta, da sola, non vuole dire nulla: ciò che conta è la coerenza tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene effettivamente finanziato. Per questo, negli ultimi anni sono stati sviluppati criteri sempre più rigorosi per distinguere le emissioni credibili da quelle più ambigue.

Il primo elemento da considerare è la destinazione dei fondi. Un’obbligazione può dirsi realmente verde solo se finanzia progetti con benefici ambientali chiari e misurabili. Non basta che il progetto sia “meno impattante”: deve contribuire in modo concreto alla transizione ecologica. Non “fare meno male” ma piuttosto “fare meglio”.

Il secondo criterio riguarda la trasparenza. Gli emittenti devono indicare per filo e per segno come  utilizzeranno i capitali raccolti, e fornire report periodici sull’avanzamento dei progetti e sugli impatti generati (per esempio: esempio tonnellate di CO₂ evitate o energia prodotta da fonti rinnovabili). Senza rendicontazione, la sostenibilità resta una dichiarazione non verificabile: solo parole non accompagnate da fatti. 

Poi bisogna badare all’allineamento agli standard riconosciuti. I Green Bond Principles e la tassonomia europea definiscono criteri condivisi su cosa può essere considerato sostenibile, e vanno presi alla lettera. In particolare, la normativa europea richiede che le attività finanziate non arrechino danni significativi ad altri obiettivi ambientali (do no significant harm), introducendo un livello di controllo più stringente.

Per finire, conta anche la verifica indipendente. Le emissioni più credibili sono quelle accompagnate da second opinion o certificazioni rilasciate da enti terzi, che ne valutano la coerenza con gli standard dichiarati. Un altro passo per allontanarsi dal greenwashing e aumentare la propria reputazione. Si tratta alla fine di tre elementi da rispettare, per essere davvero “verde”: progetti con impatto reale, trasparenza nella gestione dei fondi e adesione agli standard. Senza questi fattori, resta un’obbligazione come le altre con un’etichetta sostenibile che, alla fin fine, è  più marketing che sostanza.

 

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