Wise Society : Finanza climatica: cos’è e quali obiettivi ha

Finanza climatica: cos’è e quali obiettivi ha

di
10 Marzo 2026

Si parla di finanza climatica quando il denaro – pubblico e privato – sostiene la decarbonizzazione dell’economia e l’adattamento del territorio. Vediamo più da vicino come funziona e quanto vale a livello globale

Finanza e clima sono due mondi indissolubilmente legati. Perché, una volta presa coscienza delle enormi conseguenze del riscaldamento globale di origine antropica, diventa indispensabile incanalare risorse finanziarie verso un duplice obiettivo: abbattere le emissioni di gas serra e limitare i danni. È questa la filosofia alla base della finanza climatica, che coinvolge attori pubblici e privati. Scopriamo cos’è, quali obiettivi ha e i modi in cui si concretizza.

finanza climatica

Foto Shutterstock

Cos’è la finanza climatica e quali sono i suoi obiettivi

La finanza climatica, in breve, è questo: l’insieme di risorse, risorse, strumenti e politiche finanziarie destinati a sostenere la transizione verso un’economia a basse emissioni di CO2 e più resiliente agli impatti dei cambiamenti climatici. Sotto questa espressione-ombrello rientrano attori, strumenti e modalità di intervento molto diversi tra loro, che racconteremo nel dettaglio più avanti.

Mitigazione e adattamento: le due direttrici della finanza climatica 

Quando ci si chiede qual è l’obiettivo della finanza climatica, la risposta corretta è che gli obiettivi sono due: mitigazione e adattamento.

La categoria della mitigazione comprende le varie misure volte ad abbattere le emissioni di gas serra e, così facendo, rallentare il riscaldamento globale: la comunità scientifica ha individuato come “soglia di sicurezza” gli 1,5 gradi Celsius in più rispetto ai livelli preindustriali entro fine secolo. La transizione verso le energie rinnovabili, l’elettrificazione della mobilità, l’efficienza energetica, il ripristino delle foreste sono tutte misure di mitigazione.

Viceversa, le politiche di adattamento prendono atto del fatto che alcune manifestazioni dei cambiamenti climatici sono inevitabili e, quindi, cercano di rendere più resiliente il territorio per limitare i danni a persone e beni materiali. Lo si può fare attraverso barriere che proteggono le aree costiere dall’innalzamento del livello dei mari (come il Mose di Venezia), sistemi di allerta preventiva per gli uragani, colture agricole resistenti alla siccità, vasche di laminazione e così via.

Finanza climatica e finanza ESG non sono la stessa cosa

Quando si sente parlare di finanza climatica, è facile fare confusione con la finanza sostenibile o ESG. In realtà si tratta di due mondi diversi, seppure parzialmente sovrapposti.

L’ESG è un framework di valutazione degli investimenti, usato principalmente dagli operatori finanziari e orientato dalla regolamentazione pubblica, che affianca alle tradizionali valutazioni economico-finanziarie anche considerazioni di carattere ambientale, sociale e di governance (da qui l’acronimo, mutuato dall’inglese).

La finanza sostenibile affronta quindi il tema del cambiamento climatico, ma non solo: considera anche i diritti umani, le condizioni di lavoro lungo le filiere, la parità di genere, la tutela delle comunità locali, la trasparenza nella gestione aziendale e non solo. Il perimetro della finanza climatica è più circoscritto, perché si riferisce in modo puntuale alla mitigazione e all’adattamento ai cambiamenti climatici. Vero è che queste misure hanno inevitabilmente un impatto sociale.

Mitigazione e adattamento

Foto Shutterstock

Finanza e clima: il divario tra fabbisogni stimati e stanziamenti reali

Secondo le analisi della Climate Policy Initiative, per restare allineati agli obiettivi dell’Accordo di Parigi gli investimenti globali dovrebbero raggiungere almeno 6mila miliardi di dollari l’anno entro il 2030, con la quota maggiore concentrata nei sistemi energetici, nelle reti e nelle infrastrutture necessarie all’elettrificazione. A seconda degli scenari e delle metodologie considerate, le stime possono salire fino a circa 8-9mila miliardi di dollari l’anno. Una parte rilevante di queste risorse dovrebbe inoltre essere destinata ai Paesi emergenti e alle misure di adattamento, oggi ancora largamente sottofinanziate.

Quanto vale la finanza climatica nel mondo

Secondo la Climate Policy Initiative, la finanza climatica nel 2023 ha raggiunto un volume complessivo annuo di 1.900 miliardi di dollari: ciò significa che è più che raddoppiata nell’arco di sei anni. Più nello specifico, la finanza per la mitigazione è passata dai 757 miliardi del 2018 ai 1.780 miliardi del 2023, legati per circa la metà all’energia pulita. I flussi finanziari privati per la prima volta hanno superato i mille miliardi di dollari, mentre quelli pubblici hanno pagato il peso delle difficoltà post-pandemiche, calando dell’8% tra il 2022 e il 2023.

La sua crescita, che tra il 2018 e il 2020 si attestava su una media dell’8% annuo, tra il 2021 e il 2023 è passata al 26% annuo. Un trend che appare promettente perché, se venisse mantenuto, potrebbe portare la finanza climatica a sfondare il tetto dei 6mila miliardi di dollari all’anno entro il 2028, che corrispondono alla stima più conservativa sul fabbisogno globale.

Gli impegni presi alle Conferenze delle parti sul clima (Cop)

La finanza climatica inevitabilmente si prende sempre più spazio alle Cop, le Conferenze delle parti sul clima. A impostare il quadro politico è stata la Cop28 di Dubai, nel 2023, che si è aperta con la creazione di un fondo per il loss and damage, il risarcimento delle perdite e dei danni subiti dai Paesi che risultano più vulnerabili alla crisi climatica pur avendo contribuito solo in minima parte all’incremento delle emissioni.  I negoziati si sono chiusi con il Global Stocktake, il documento finale che fa il primo bilancio quinquennale dei progressi verso gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. Il testo non mette nero su bianco obiettivi specifici relativi alla finanza, ma esprime preoccupazione per il fatto che gli stanziamenti siano molto inferiori a quanto necessario.

La Conferenza delle parti successiva, la Cop29 di Baku, ha avuto la finanza come tema principale. Ed è riuscita a raggiungere un risultato: l’istituzione del New Collective Quantified Goal (NCQG), l’obiettivo legato ai flussi finanziari erogati dalle economie avanzate a favore dei Paesi del Sud del mondo. La cifra concordata, pari a 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035, è comunque molto inferiore rispetto ai 1.300 miliardi richiesti dai Paesi in via di sviluppo.

Alla Cop30 di Belém, in Brasile, le Parti si sono accordate per triplicare i flussi finanziari per l’adattamento provenienti da fondi pubblici e privati, bilaterali e multilaterali, sotto forma di prestiti e a fondo perduto. I Paesi ricchi dovranno stanziare circa 120 miliardi di dollari all’anno a favore di quelli più vulnerabili, ma la scadenza è stata spostata dal 2030 al 2035.

Finanza climatica

Foto Shutterstock

Come funziona la finanza per il clima: gli strumenti

Fare stime precise sui volumi della finanza climatica non è semplice, perché può assumere varie forme. Ripercorriamo gli strumenti principali a disposizione di attori pubblici e privati.

Il ruolo della finanza pubblica: orientare gli investimenti

Di fronte a fabbisogni che si misurano in migliaia di miliardi di dollari l’anno, la finanza pubblica non può realisticamente sostituirsi al mercato, ma svolge una funzione decisiva di indirizzo e di regia. Sono soprattutto gli Stati, le banche multilaterali di sviluppo e i fondi internazionali per il clima a creare le condizioni perché gli investimenti possano avvenire, intervenendo dove il rischio è troppo elevato o i tempi di ritorno troppo lunghi per gli operatori privati.

Questo avviene attraverso diversi strumenti: finanziamenti concessionali e fondi dedicati, garanzie pubbliche e meccanismi di de-risking che riducono l’esposizione degli investitori, programmi nazionali ed europei che sostengono infrastrutture energetiche, innovazione tecnologica e misure di adattamento. A questi si aggiungono schemi di blended finance, pensati proprio per usare risorse pubbliche come leva capace di attrarre capitali privati in progetti complessi o in contesti – come molti Paesi emergenti – dove il costo del capitale resta elevato.

Al settore pubblico spetta anche il compito di definire regole e cornici di riferimento: standard comuni, tassonomie, obblighi di trasparenza e politiche industriali servono a orientare i flussi finanziari verso attività coerenti con gli obiettivi climatici. Senza questa architettura, difficilmente si potrebbe raggiungere la scala degli investimenti richiesta dalla transizione.

Il ruolo della finanza privata: mobilitare capitali su larga scala

Se la finanza pubblica può creare le condizioni favorevoli, è la finanza privata a dover mobilitare la massa di capitali necessaria alla transizione. Investitori istituzionali, banche, fondi e assicurazioni sono chiamati a orientare le proprie scelte verso attività compatibili con un’economia a basse emissioni di CO2, utilizzando strumenti sempre più mirati.

Tra i più noti ci sono le obbligazioni verdi (green bond) e altri strumenti di debito tematico che Stati, amministrazioni locali e aziende emettono per raccogliere capitali con cui finanziare progetti legati a energie rinnovabili, efficienza energetica o infrastrutture sostenibili. Solo nel 2024 le emissioni di green bond allineate ai criteri della Climate Bonds Initiative si sono attestate sui 670,9 miliardi di dollari. Considerando invece lo stock di obbligazioni sostenibili emesse nel tempo si superano i 6mila miliardi, di cui il 61% “verdi”, cioè riconducibili alla finanza climatica.

Anche le banche hanno diversi modi per contribuire. Innanzitutto, possono erogare credito a favore di iniziative di decarbonizzazione, efficienza energetica, produzione di energia pulita. Hanno anche la possibilità di integrare i rischi climatici nelle valutazioni di merito creditizio e di concedere condizioni più favorevoli (ad esempio un tasso di interesse più basso) al raggiungimento di determinati target ambientali.

Nella migliore delle ipotesi, questo si dovrebbe tradurre in una riallocazione progressiva dei capitali: meno esposizione verso attività ad alte emissioni di CO2 e più finanziamenti a tecnologie, infrastrutture ed energie “verdi”. Nei fatti, anche questo è un processo in itinere: rapporti come Banking on Climate Chaos accendono i riflettori sull’enorme volume di denaro che va tuttora a finanziare i combustibili fossili, i primi responsabili della crisi climatica in corso.

Valentina Neri

Wise Radio
© Riproduzione riservata
Altri contenuti su questi temi: ,
Continua a leggere questo articolo:
WISE RADIO