Analisi della crisi mondiale dei semiconduttori e dei microchip: come è nata e cosa comporta
C’è stato un periodo in cui le console erano introvabili e le automobili venivano consegnate in ritardo. Una questione limitante, fastidiosa, ma temporanea, o almeno così si pensava. Certo non siamo più a quei livelli, ma ancora la situazione non è completamente rientrata. La crisi mondiale dei semiconduttori ci ha dimostrato due cose: quanto siamo dipendenti dalla tecnologia al giorno d’oggi, e quanto l’infrastruttura tecnologica lo sia da alcuni -pochi- materiali. E concentrata in pochi nodi produttivi strategici. Una cosa è certa: l’interruzione della catena di approvvigionamento ha avuto effetti a cascata su industria e occupazione, nonché sui prezzi schizzati alle stelle. La carenza è esplosa tra il 2020 e il 2022, ma non si è certo trattato di un incidente isolato. Solo, il risultato di una combinazione di fattori, che vanno dallo “shock pandemia” alle tensioni geopolitiche tra USA e Cina, passando per la siccità a Taiwan e una domanda esplosa per via della digitalizzazione. Tanti motivi che si sono incontrati in una vera e propria “crisi dei microchip”. Ripercorriamone le tappe e cerchiamo di capire cosa comporterà e cosa possiamo fare per limitare i danni.
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Cos’è la crisi dei semiconduttori
Quando la domanda mondiale di microchip e circuiti integrati ha superato di netto l’offerta disponibile, è iniziata la crisi dei semiconduttori. Un periodo di carenza nelle forniture per molte industrie e settori tecnologici. Per capire perché, dobbiamo prima parlare dei semiconduttori, componenti fondamentali per la costruzione di dispositivi come:
- smartphone
- computer
- automobili
- elettrodomestici
- sistemi di telecomunicazione
Tutti oggetti di uso quotidiano per tutti noi, indispensabili. Così, quando scarseggiano i semiconduttori, interi processi produttivi rallentano (o si fermano del tutto) ed è un problema di portata mondiale.
La crisi dei semiconduttori è esplosa su scala globale a partire dal 2020, anno nefasto per via della pandemia da COVID-19. Proprio per quella agione ci fu il blocco delle attività nelle fabbriche, che ha interrotto catene di approvvigionamento già fragili e ha esaurito le scorte in fretta. Allo stesso tempo eravamo tutti a casa, vale a dire: più domanda (molta di più= di dispositivi elettronici, un po’ per il lavoro da remoto e un po’ per l’intrattenimento. Perciò: da una parte la produzione si ferma, dall’altra la domanda aumenta. E si aggiunge ulteriore pressione sui produttori di chip. Da lì sono passati quasi sei anni, eppure non ne siamo ancora usciti.
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Cause della crisi dei semiconduttori
Come sempre accade in questi casi, le cause crisi della crisi dei semiconduttori sono molteplici, e interconnesse. Il risultato, se vogliamo, sia di fattori esterni improvvisi e incontrollabili, sia di strutture produttive troppo fragili, che non potevano sostenere certe situazioni. E che hanno reso, pertanto, il settore così vulnerabile agli shock globali.
La pandemia di COVID-19 è stato il fattore scatenante, senza dubbio. I blocchi e la chiusura temporanea di impianti e fabbriche -particolarmente in Asia- hanno interrotto catene di approvvigionamento complesse, ritardando la produzione e la consegna di chip. E come dicevamo, nello stesso momento la domanda di dispositivi elettronici non è mai stata così alta.
Si potrebbe dire, però, che questa sia stata la goccia che ha fatto traboccare un vaso già pieno fino all’orlo: sono stati i fattori strutturali e di mercato la ragione per cui il Covid ci ha messo in quella situazione e non ne siamo ancora usciti. La produzione di semiconduttori richiede impianti altamente specializzati (“fabs”) che costano miliardi e possono richiedere anni per essere costruiti o ampliati. Costi così alti in termini di soldi e tempo, è chiaro, limitano la capacità di aumentare rapidamente l’offerta quando la domanda cresce. Non può esserci una risposta così reattiva come servirebbe.
Come se non bastasse, ad aggravare ulteriormente la situazione ci si son messi anche disastri naturali ed eventi imprevisti: incendi in impianti chiave e condizioni ambientali avverse, come periodi di siccità in aree critiche per la produzione di chip, che hanno portato a chiusure temporanee e alla riduzione della capacità produttiva.
Anche tensioni geopolitiche e restrizioni commerciali tra grandi economie, in particolare tra Stati Uniti e Cina, hanno creato incertezze nella filiera. Le aziende sono state spinte a immagazzinare scorte, e così si sono complicati i flussi di materie prime e tecnologie.
Per finire, la domanda la cui crescita non si è più fermata. Non solo derivante dai consumatori di elettronica, ma anche da settori emergenti come veicoli elettrici, infrastrutture 5G, intelligenza artificiale. Settori in cui c’è bisogno di semiconduttori per migliorare in termini di efficienza e velocità, cosa che porta anche un impatto ambientale non indifferente oltre che fare pressione sulla produzione.
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Cosa comporta e quanto durerà
Non trattandosi di un fenomeno a breve termine, ma di una trasformazione prolungata di un mercato di spicco, la crisi dei semiconduttori ha impatti su molte filiere industriali. E, cosa non da poco, sull’economia globale. Nella fattispecie, la carenza di microchip si riverbera direttamente su produzione, prezzi e innovazione.
Le case automobilistiche hanno dovuto ridurre linee di assemblaggio o modificare modelli per utilizzare meno chip, con effetti su volumi di vendita e occupazione. Nei dispositivi elettronici di consumo, invece, i tempi di consegna si sono allungati e i prezzi sono aumentati, in parte trasferendo sui consumatori i costi più alti delle componenti. Basti pensare a quanto costasse un cellulare qualche anno fa e a quanto è arrivato oggi: più di uno stipendio per la maggior parte di noi.
La crisi ha dunque spinto molte aziende a rivedere le strategie di gestione delle scorte: si passano da pratiche “just‑in‑time” a scorte più consistenti e diversificazione dei fornitori.
Questa carenza ha di certo messo in evidenza la dipendenza da pochi centri di produzione globale, cosa che ha alimentato gli investimenti per creare capacità produttiva regionale e poter gestire l’offerta con un po’ più di autonomia.
Sulle tempistiche, è difficile dire quando finirà. Senza dubbio la soluzione non è immediata, comportando anche costruzione e ampliamento di impianti dedicati alla produzione di semiconduttori. Servono investimenti enormi, di decine di miliardi e diversi anni di tempo: un nuovo fab ha bisogno di 3-5 anni per essere costruito e operare a piena capacità. Sono questi i motivi che spingono gli esperti a stimare una persistenza della crisi fino alla fine del decennio, con miglioramenti evidenti tra il 2027 e il 2028. Sempre se i piani di espansione vengono effettivamente completati, condizione da non dare per scontato.
In pratica, anche se la situazione potrebbe attenuarsi entro i prossimi due o tre anni, l’equilibrio completo tra domanda e offerta è considerato un obiettivo di medio‑lungo periodo, non qualcosa che si possa risolvere rapidamente senza un significativo aumento della capacità produttiva globale.
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Previsioni sulla crisi mondiale dei semiconduttori
La verità è che forse non usciremo mai davvero dalla crisi dei semiconduttori. Piuttosto, questo periodo di carenza si sta trasformando in una vera e propria transizione di mercato strutturale. Il settore, dopo gli shock iniziali tra pandemia, tensioni geopolitiche e riorientamento delle priorità produttive, sta normalizzando gradualmente l’offerta, pur mantenendo punti di tensione in alcune categorie di chip.
Le principali istituzioni di settore prefigurano per i prossimi anni una crescita robusta, a dir la verità. È previsto per il mercato globale dei semiconduttori di salire verso circa 1.000 miliardi di dollari entro il 2026, con tassi di crescita annuale sostenuti nell’ordine del 8–12% o più nei segmenti trainanti come AI, server, data center e automotive.
Permangono comunque dei vincoli strutturali alla piena risoluzione delle carenze. Nuove capacità di produzione, lo abbiamo visto, richiedono anni per diventare operative. E in alcuni settori specifici -come la memoria ad alta larghezza di banda (HBM/DRAM)- la domanda continua imperterrita a superare l’offerta, cosa che probabilmente prolungherà il disallineamento tra domanda e offerta per diverse categorie di chip.
Ciò che si può fare sono semplici ipotesi. Le previsioni di crescita e di aumento della capacità produttiva indicano che:
- entro la fine del decennio il mercato complessivo dovrebbe raddoppiare rispetto ai livelli del 2024-2025, spinto da intelligenza artificiale, auto elettriche e infrastrutture digitali;
- alcune carenze croniche, in particolare che riguardano la produzione di chip maturi e di memoria, potrebbero persistere fino alla metà o alla fine degli anni ’20, con impatti sui prezzi e sui tempi di consegna;
- la crescita della capacità produttiva è prevista, ma non in linea con la domanda esplosiva a breve termine, specialmente nei segmenti più avanzati.
In pratica, le prospettive del settore dei semiconduttori vedono eterogeneità tra segmenti e regioni. Se da una parte la capacità produttiva e il valore di mercato sono attesi in forte espansione, dall’altra alcune componenti della catena produttiva continueranno ad essere sottopressione per anni, cosa che rende la “fine” della crisi un processo graduale e per niente uniforme.
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Scenari e misure in Italia e in Europa
Nel nostro Paese e in Europa c’è da muoversi su due livelli: da un lato, con iniziative pubbliche e normative per rafforzare la produzione e la ricerca. Dall’altro, con piani nazionali e privati volti ad attrarre investimenti.
A livello europeo, la principale risposta strutturale è il European Chips Act, entrato in vigore nel 2023. Una normativa che mira ad aumentare la resilienza delle catene di approvvigionamento tecnologiche e ridurre la dipendenza da fornitori esterni. L’obiettivo ufficiale è quello di raggiungere una quota del 20 % della produzione globale di semiconduttori entro il 2030, con investimenti pubblici e privati coordinati per ricerca, produzione, design e formazione di talenti specializzati.
Per quanto riguarda l’Italia, invece, le misure specifiche prevedono aiuti di Stato per sostenere nuovi impianti e tecnologie. Esempio recente è l’approvazione di un sostegno pubblico di circa 2 miliardi di euro per un impianto integrato di produzione di chip in carburo di silicio a Catania, destinato a componenti ad alta efficienza energetica. Un intervento, questo, che permette di rafforzare la security of supply e attrarre investimenti privati importanti. Altri aiuti analoghi sono stati poi approvati per infrastrutture legate alla produzione avanzata e al confezionamento di semiconduttori.
In parallelo, sempre in Italia sono nate diverse iniziative, come per esempio la Fondazione Chips.it, con un piano pluriennale per potenziare la ricerca, i test infrastrutturali e il capitale umano nel settore microelettronico nazionale. L’obiettivo, in questo caso, è di colmare il gap di competenze e stimolare l’innovazione locale.
Nonostante tutte queste strategie messe in atto, i dati non perdonano. Alcuni audit e analisti sottolineano come la quota produttiva europea non sia ancora equiparabile a quella di Stati Uniti, Cina e Asia in generale, e che la prima versione del Chips Act risulti insufficiente senza un ulteriore “Chips Act 2.0”, più mirato su materiali e infrastrutture critiche.
Non che non ci stiano provando: Europa e Italia stanno davvero cercando di trasformare la crisi dei semiconduttori in un’opportunità di autonomia tecnologica, con strategie che coinvolgono investimenti e cooperazione interstatale. Il fatto è che raggiungere questi ambiziosi target di autonomia richiede tempo, oltre che competenze scientifiche sempre più avanzate.

