Tutto sul credito di carbonio in Italia
Comprare e vendere aria pulita. Sembra fantascienza, ma è il cuore del mercato dei carbon credit, uno, anzi, lo strumento chiave nella lotta globale al cambiamento climatico. Oggi come oggi, che ogni tonnellata di anidride carbonica conta e ha un impatto, i crediti di carbonio trasformano le emissioni in numeri, accordi e, soprattutto, responsabilità.
Ma come funziona davvero questo sistema? Chi può accedervi? E qual è il ruolo dell’Italia in questo mercato sempre più strategico? In questo articolo, facciamo chiarezza su tutto ciò che c’è da sapere sui crediti di carbonio: cosa sono, come funzionano, dove si comprano e come si producono.

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Crediti di carbonio: cosa sono e come nascono
Partiamo dal principio, cercando di dare una definizione a un concetto che sta diventando sempre più importante. I crediti di carbonio, conosciuti anche con il nome inglese di carbon credit, sono certificati che attestano la riduzione, l’eliminazione o la compensazione di una tonnellata di anidride carbonica (CO₂) o di un altro gas serra equivalente. In parole più semplici, rappresentano un’unità di misura della sostenibilità: ogni credito equivale a una tonnellata di CO₂ che non viene immessa nell’atmosfera grazie a un intervento ambientale certificato.
Questi crediti nascono all’interno di progetti ambientali che assorbono -o evitano del tutto – le emissioni di gas serra, come il rimboschimento, la protezione di foreste esistenti, l’uso di energie rinnovabili, la cattura del metano da discariche o il miglioramento dell’efficienza energetica in contesti industriali. Quando un progetto è verificato e approvato da enti terzi indipendenti secondo alcuni standard internazionali -come il Verified Carbon Standard o il Gold Standard-, può generare crediti da vendere sul mercato.
Un concetto in giro da quasi trent’anni, non di certo nato oggi. I primi crediti di carbonio si sono diffusi in seguito al Protocollo di Kyoto (1997), che ha introdotto meccanismi di mercato per aiutare i Paesi industrializzati a raggiungere i propri obiettivi di riduzione delle emissioni. Successivamente, con l’Accordo di Parigi del 2015 firmato al COP21, il concetto si è evoluto nel contesto della neutralità climatica. Favorendo, così, anche la partecipazione di aziende private che vogliono compensare le proprie emissioni in maniera volontaria.
Esistono due mercati principali dei crediti di carbonio. Il primo è il mercato regolamentato, che coinvolge Stati e grandi industrie soggette a obblighi di riduzione, come nell’EU ETS (Sistema europeo di scambio delle emissioni). Il secondo, invece, è rappresentato dal mercato volontario, che coinvolge aziende o individui che vogliono compensare le proprie emissioni senza obbligo normativo, per esempio con l’obiettivo di migliorare la propria reputazione ambientale (ma senza fare greenwashing).
Ad ogni modo, i crediti di carbonio rappresentano un meccanismo economico e ambientale fondamentale per incentivare le azioni contro il cambiamento climatico, premiando chi investe in progetti sostenibili e permettendo ad altri di compensare le proprie emissioni in modo trasparente e tracciabile.

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Gli obiettivi per il clima del carbon credit
Sicuramente il sistema dei carbon credit si pone obiettivi ambiziosi, strategici, sia a livello globale che locale. La questione climatica è più che mai una priorità, e questo strumento nasce proprio per supportare, in maniera efficace, la transizione verso un’economia a basse emissioni, offrendo una leva concreta per ridurre l’impatto ambientale e stimolare investimenti sostenibili.
Ridurre le emissioni globali di gas serra è il fine principale, il primo grande obiettivo dei carbon credit. Non solo anidride carbonica, ma anche altri gas climalteranti. Le aziende o i Paesi che superano i propri limiti emissivi possono acquistare crediti da chi ha generato riduzioni certificabili, incentivando la diffusione di pratiche più virtuose.
Accelerare la neutralità climatica è un altro punto. I crediti di carbonio supportano concretamente il raggiungimento degli obiettivi Net Zero, ovvero il bilanciamento tra emissioni prodotte e rimosse. Questo permette a molte imprese di lavorare sulla propria impronta ambientale, compensando le emissioni “residue” che non possono essere eliminate in tempi brevi.
Molti progetti di generazione di crediti si svolgono in aree del mondo dove le risorse economiche per transizioni energetiche o progetti di riforestazione scarseggiano. Il sistema dei carbon credit consente quindi di canalizzare investimenti nei Paesi del Sud del mondo, favorendo lo sviluppo sostenibile e la giustizia climatica. Un modo per sostenere davvero i Paesi in via di sviluppo.
Si tratta anche di un mezzo che favorisce l’innovazione ambientale, questione quanto mai importante oggi come oggi. Il mercato del carbonio stimola l’adozione di tecnologie pulite e soluzioni innovative in ambiti come agricoltura rigenerativa, energie rinnovabili, biochar, carbon capture e riforestazione. I crediti rappresentano una forma di incentivo economico, che rende sostenibili anche progetti pionieristici.
Ultimo obiettivo dei carbon credit, ma non di certo per importanza, è la creazione di consapevolezza, di un senso di responsabilità nei confronti dell’ambiente. Anche se non tutti i soggetti sono obbligati per legge a compensare le proprie emissioni, il mercato volontario dei crediti di CO₂ spinge aziende e individui ad assumere un ruolo attivo nella lotta al cambiamento climatico. E tutto questo contribuisce a costruire, mattone dopo mattone, una cultura della sostenibilità sempre più forte e diffusa.
Non si tratta soltanto di strumenti contabili, quindi: i carbon crediti sono delle vere e proprie leve strategiche per guidare la sfida della decarbonizzazione globale, orientare i capitali verso la sostenibilità e rendere tangibile la responsabilità climatica su ogni scala.

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Come funziona il mercato dei crediti di carbonio
Un sistema complesso, quello del mercato dei crediti di CO₂: come funziona? Innanzitutto, bisogna sapere che ci sono due tipi di mercato: compliance e volontario.
Nel primo caso, si tratta di un mercato regolamentato da governi e istituzioni, che impone limiti (cap-and-trade) alle emissioni a imprese e settori. Chi emette meno del consentito può vendere i propri eccessi. Chi eccede, invece, deve acquistare crediti o pagare sanzioni. Un esempio, lo abbiamo accennato prima, è l’EU ETS, il sistema di scambio delle emissioni in Unione Europea: ogni European Union Allowance (EUA) rappresenta una tonnellata di anidride carbonica consentita.
Il mercato volontario è invece accessibile a imprese, organizzazioni e privati che scelgono di compensare volontariamente le proprie emissioni, senza l’obbligo legale. Saputo questo, possiamo capire meglio come funziona il ciclo dei crediti, dalla generazione al trading. Gli step che lo compongono sono i seguenti:
- Sviluppo del progetto: prima di tutto, si selezionano iniziative come rimboschimento, energie rinnovabili o cattura di metano, in grado di ridurre effettivamente le emissioni.
- Validazione indipendente: a questo punto, enti come Verra (VCS), Gold Standard o American Carbon Registry verificano che il progetto rispetti alcuni rigorosi criteri, tra cui addizionalità, permanenza e nessun doppio conteggio.
- Emissione del credito: a emissioni verificate corrisponde l’emissione di crediti negoziabili.
- Trading: vengono scambiati crediti certificati tramite broker, piattaforme o mercati dedicati (es. Xpansiv CBL, ACX), sia nel mercato primario che secondario.
- Retirement: una volta utilizzati per compensare le emissioni, i crediti devono essere ritirati, ovvero resi non negoziabili, per garantire trasparenza e evitare usi doppi.
Una domanda sorge spontanea: a chi serve, tutto questo? In realtà, un po’ a tutti. Nel mercato compliance, la domanda deriva da obblighi formativi, mentre in quello volontario è spesso legata a obiettivi ESG, responsabilità sociale o reputazione aziendale. E gli attori chiave di questo processo sono diversi, a partire dai project developer (enti pubblici o privati che realizzano progetti di riduzione emissioni) e continuando con gli organismi di certificazione e gli acquirenti finali.
Un ottimo sistema, ma non tutto è perfetto nei mercati di carbon credit. La trasparenza limitata, il rischio di greenwashing e i progetti di scarsa qualità sono rischi reali e sempre in agguato, un po’ come il problema della doppia contabilizzazione. Tutte criticità che possono minare l’integrità del sistema. Per affrontarle, sarebbero necessarie diverse misure, come nuove regolamentazioni, audit indipendenti e soluzioni tecnologiche emergenti, come AI e blockchain.

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Chi acquista il credito di carbonio
Sono diversi i soggetti che acquistano i crediti di carbonio, sia nel mercato compliance che in quello volontario. Dipende da finalità e motivazioni, ma anche dai benefici percepiti di conseguenza.
Nel mercato regolamentato, i principali acquirenti sono le grandi aziende soggette a obblighi normativi, ovvero imprese dei settori industriali a elevate emissioni. Energia e raffinerie in primis, ma anche chi si occupa di produzione di cemento, acciaio e alluminio, di trasporto aereo e navale o le imprese chimiche e manifatturiere. Queste aziende partecipano a sistemi di scambio delle emissioni (es. EU ETS in Europa, California Cap-and-Trade Program negli USA) e acquistano crediti per compensare le emissioni eccedenti rispetto ai limiti loro assegnati.
Nel mercato volontario, invece, i compratori non sono obbligati per legge, ma acquistano comunque perché hanno, tra i loro obiettivi, quello di migliorare la sostenibilità aziendale. Acquistano le aziende che vogliono raggiungere obiettivi Net Zero, dimostrare impegno ESG (Environmental, Social and Governance), ottenere vantaggi reputazionali e competitivi e compensare le emissioni di eventi, prodotti o operazioni. Viaggi aziendali, produzioni e spedizioni sono alcuni esempi. In questo caso, tra i settori più attivi troviamo quello di moda e lusso in primis, ma anche tech, food & beverage, turismo e trasporti, finanza e assicurazioni.
Qualche esempio pratico? Aziende come Apple, Microsoft, IKEA, Nestlé o Gucci hanno investito milioni in progetti di compensazione per ridurre il proprio impatto ambientale. Non solo i grandi nomi: anche PMI, startup e lavoratori autonomi possono essere acquirenti di carbon credit. Lo fanno per dimostrare responsabilità ambientale, ma anche per compensare attività specifiche e allinearsi agli standard richiesti da partner e investitori.
E poi, c’è il singolo cittadino, che nel suo piccolo può fare tanto. Sono sempre di più le persone che acquistano crediti su piattaforme online per compensare le proprie emissioni personali, come viaggi in aereo e il semplice consumo energetico domestico. Anche ONG, fondazioni e istituzioni possono acquistare per sostenere progetti di riforestazione, energia pulita o tutela della biodiversità.
Non ci sono limiti né impedimenti: chiunque voglia -o debba- compensare le proprie emissioni e dimostrare un impegno concreto verso l’ambiente, può accedere al mercato dei crediti di CO2.

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Costi e durata dei crediti di CO2
Come in ogni mercato, il prezzo dei crediti di carbonio varia, e anche in modo significativo: tipologia di mercato, di progetto e livello di certificazione sono le principali variabili.
In generale, nel VCM i prezzi più comuni oscillano tra 5 $ e 15 $ per tonnellata di CO₂ equivalente (€. circa 5–15 €/tCO₂e), con crediti di alta qualità o di progetti a forte impatto sociale e ambientale che possono arrivare a 25–30 $ o superare. Per esempio, per progetti di riforestazione ad elevata integrità (ARR, REDD+), il costo medio si attesta tra 50 $ e 82 $ per tonnellata.
Nel mercato compliance, invece, i permessi EU ETS sono tra i più costosi in assoluto, con un prezzo medio tra 75 e 100 €/tCO₂ (pari a circa 80–110 $/tCO₂) nel 2023–2024, e punte superiori a 100 € nei periodi di tensione energetica. Alcune previsioni indicano che i prezzi ETS potrebbero raggiungere 90–130 €/t entro il 2030. In generale, i prezzi del mercato volontario sono previsti crescere gradualmente, tra 10 $ e 30 $ per tonnellata fino al 2030, e fino a 75–125 $ entro il 2035, mentre ei progetti di cattura tecnologica del carbonio potrebbero costare oltre 200–350 $/tCO₂, data la complessità.
Un’altra questione riguarda la durata dei crediti, concetto che viene legato alla permanenza della rimozione del carbonio. In alcuni progetti naturali le emissioni possono restare sequestrate per centinaia di anni, mentre in tecnologie avanzate (CCS, DAC) si punta a durate molto più lunghe.
Dove comprare crediti di carbonio
Comprare crediti di carbonio oggi è molto semplice: le piattaforme online affidabili e trasparenti sono accessibili a chiunque, nel VCM. Gold Standard, Verra – VCS Registri, Pachama e Carbonmark sono alcune realtà da conoscere.
I privati non possono però acquistare direttamente EUAs: se vogliono, devono farlo tramite broker o intermediari finanziari. In Italia, operano alcuni trader specializzati in carbon credit compliance (es. ICAP Energy, Evolution Markets).

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Come produrre crediti di carbonio
Creare progetti in grado di ridurre, evitare o assorbire emissioni di gas serra è l’unico modo effettivo per produrre crediti di carbonio. Sì, ma come fare? Tutto parte dallo sviluppo di un progetto certificabile. Le attività più comuni per la generazione di carbon credit comprendono:
- Riforestazione e tutela forestale (REDD+)
- Agricoltura rigenerativa o pratiche agricole a basso impatto
- Produzione di energia rinnovabile (solare, eolico, biogas)
- Efficienza energetica (in edifici, industrie, trasporti)
- Gestione dei rifiuti (riduzione emissioni da discarica)
- Recupero e stoccaggio del metano (da allevamenti o impianti)
Il progetto deve essere aggiuntivo, vale a dire che non si sarebbe realizzato senza l’incentivo del carbon credit.
Per poter vendere i crediti, il progetto deve essere registrato, verificato e certificato da uno standard riconosciuto a livello internazionale, come Plan Vivo o Climate Action Reserve. Ogni standard ha linee guida dettagliate su quali progetti ammette, come devono essere monitorati, verificati e quali documenti servono.
Da qui, si passa attraverso diverse fasi operative. In primis l’analisi per verificare se il progetto è idoneo (feasibility study), poi la redazione di un documento tecnico che descrive metodologia, baseline e calcolo delle riduzioni (PDD) e la validazione da parte di un ente terzo. A questo punto si registra il progetto e si dà il via al monitoraggio continuo delle emissioni ridotte o assorbite, con verifica periodica da parte di auditor esterni. U
na volta emessi e certificati, i crediti possono essere venduti direttamente ad aziende interessate, offerti tramite piattaforme specializzate o trattati da broker o attraverso accordi con fondi/climate finance
