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Capitalocene: come il capitalismo ha trasformato la natura

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28 Maggio 2025

Una teoria economica che mette ancora una volta l'accento sulle modalità con le quali abbiamo portato il nostro pianeta allo stremo. Partiamo allora dal significato di Capitalocene per capire meglio di cosa si tratta

Negli ultimi anni, il termine Capitalocene è emerso nel dibattito accademico e ambientale per descrivere l’epoca in cui il sistema capitalistico è diventato la principale forza di trasformazione dell’ambiente terrestre. E’ il tempo che viviamo oggi, e che ormai mostra tutti i pesanti problemi che questo meccanismo porta con sé. Ma come ci siamo arrivati e quali sono le sue reali conseguenze? Partiamo al significato di capitalocene per scoprire poi le differenze con l’antropocene e le prospettive future. 

capitalocene

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Cos’è il capitalocene?

Il termine Capitalocene sottolinea il ruolo predominante del capitalismo nell’alterazione degli equilibri ecologici del pianeta. La teoria del Capitalocene focalizza l’attenzione sulle dinamiche economiche e sociali specifiche del sistema capitalistico: la natura diventa solo una merce da utilizzare a piacimento (e senza pietà), organizzandola e manipolandola per trarne guadagno.

Secondo Jason W. Moore, uno dei principali teorici del concetto e autore di “Anthropocene or Capitalocene?” (uno dei libri sulla sostenibilità da leggere assolutamente), proprio le logiche di profitto e accumulazione hanno profondamente influenzato l’ecosistema terrestre e portato a una crisi ecologica senza precedenti.

La differenza fra Antropocene e Capitalocene

La teoria del Capitalocene rivede e supera quella dell’Antropocene. Infatti mentre l’Antropocene identifica l’essere umano come principale agente di cambiamento ambientale, il Capitalocene sottolinea, invece, che non tutta l’umanità ha contribuito in egual misura ai problemi ecologici attuali. Le responsabilità maggiori ricadono su specifiche strutture economiche e politiche legate al capitalismo.

Questa teoria invita a considerare per prima cosa le disuguaglianze globali e le dinamiche di potere fra popoli e classi sociali che hanno portato allo sfruttamento intensivo delle risorse naturali.

Antropocene e scioglimento dei ghiacci

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Perché si parla di “cheap nature”

Secondo Jason W. Moore, che insegna Economia politica presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Binghamton negli Stati Uniti, il Capitalocene ha accentuato le differenze sociali e trasformato la natura in una “cheap nature” in cui le risorse (lavoro, cibo, energia e materie prime) sono utilizzate come merce “a buon mercato” da procurarsi, se serve, spingendo sempre le frontiere della conquista più in là. Ora però i margini di nuova produzione di beni di consumo e di sfruttamento del lavoro sono diventati risicati e i risvolti negativi del Capitalocene, dietro l’apparenza di un maggiore benessere, sono sotto gli occhi di tutti.

Dal global warming al lavoro ingiusto: le conseguenze del Capitalocene

Le conseguenze della mercificazione degli equilibri ambientali si manifestano ormai chiaramente sotto forma di crisi climatica: le spie più preoccupanti sono i cambiamenti climatici, il global warming e gli eventi estremi, dalle lunghe siccità fino alle piogge alluvionali, che ormai avvengono anche nel cuore dell’Europa.

Anche l’estinzione di molte specie animali e l’impoverimento drammatico della flora possono essere considerati effetti del Capitalocene. La desertificazione, la perdita di biodiversità (che coinvolge anche l’Italia), la diminuzione di risorse fondamentali come l’acqua sono fenomeni legati a filo doppio allo sfruttamento sempre più violento della natura, agli allevamenti intensivi, all’abbattimento delle foreste per far posto a colture più lucrose, all’impiego indiscriminato di fitofarmaci che uccidono i vegetali spontanei e gli insetti impollinatori.

Nello stesso tempo, quando l’ottica della produzione agricola e industriale è solo capitalistica sono a rischio anche i diritti e la dignità dei lavoratori, che devono lavorare vicini a fonti inquinanti, sono sottopagati e costretti, in particolare nei Paesi poveri, a rinunciare alle loro attività tradizionali per essere reimpiegati a basso costo nelle produzioni di massa.

Crisi climatica e capitalocene

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Ecocapitalismo: è davvero una soluzione?

La soluzione non può che essere un modello diverso di economia che riesca a conciliare lo sviluppo con la difesa dell’habitat naturale. Di fronte alle sfide ambientali, è emerso così il concetto di “ecocapitalismo” che propone di integrare pratiche ecologiche all’interno del sistema capitalistico. L’ecocapitalismo guarda oltre i profitti immediati per introdurre un’ottica diversa e più “saggia” di sostenibilità a lungo termine. Un’idea dalle grandi potenzialità positive ma che non trova tutti d’accordo, soprattutto per quello che riguarda la sua effettiva realizzazione.

I più critici sostengono, infatti, che il capitalismo, basato sulla crescita infinita e sul consumo, sia intrinsecamente incompatibile con la sostenibilità ecologica poiché rischia di perpetuare le stesse dinamiche di sfruttamento delle risorse naturali. Per lo stesso Jason W. Moore “capitalismo verde” e ”crescita verde” sono spesso poco più che “operazioni di marketing”.

Per Moore, per esempio, la decarbonizzazione e il passaggio all’energia eolica e a quella solare, possibili in tempi relativamente brevi, diventano inutili se non vengono accompagnate da un valido sistema di stoccaggio dell’energia prodotta e dalla revisione delle reti elettriche, processi che richiedono invece investimenti molto più ingenti e politiche a lungo termine. Secondo questa visione, le soluzioni non possono limitarsi a semplici “aggiustamenti” all’interno del sistema esistente. Devono diventare molto più coraggiose e incisive se vogliono arrivare a una trasformazione radicale delle strutture economiche e sociali.

Le iniziative europee per un’economia “verde”

L’ecocapitalismo, comunque, sta, faticosamente e con tutti i suoi limiti, cercando di tradursi in realtà. Negli ultimi anni, diversi governi hanno provato ad affrontare le sfide ambientali legate al capitalismo, cercando di integrare pratiche sostenibili nelle loro economie.

Ad esempio, l’Unione Europea ha promosso il Green Deal europeo, una serie di iniziative politiche con l’obiettivo di rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero entro il 2050. Questo piano prevede investimenti in energie rinnovabili, economia circolare e riduzione delle emissioni, promuovendo una crescita economica sostenibile. Una svolta possibile verso un futuro migliore, a patto che si riesca, anche gradualmente, a concretizzarla.

economia verde

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La sfida del futuro

Parlare di Antropocene o Capitalocene non è solo una questione di termini o un semplice “dibattito” fra studiosi: è un’assunzione di responsabilità. “Abbiamo stravolto il concetto di natura, riducendola a una risorsa da sfruttare unicamente per il profitto economico?” “Siamo andati troppo oltre i limiti?” Ammetterlo e riconoscere l’era attuale come Capitalocene implica una riflessione critica sulle vere radici economiche e sociali della crisi ecologica. Invita a ripensare le nostre pratiche economiche, le politiche ambientali e le strutture di potere, promuovendo modelli alternativi che favoriscano l’equità nei confronti delle popolazioni economicamente deboli e il rispetto per l’ambiente e la natura.

La sfida è immensa, le soluzioni non sono facili e richiedono tempi lunghi, ma comprendere le cause profonde dei danni ambientali è il primo passo verso un futuro più sostenibile.

Lucia Fino

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