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Fitodepurazione: piante utilizzate, impianti, costi e fai da te

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18 Aprile 2026

Cos’è la fitodepurazione, come funziona il trattamento naturale delle acque e guida al fai da te

Più del 20% dei comuni europei sotto ai 2000 abitanti non è ancora pienamente coperto da sistemi di depurazione centralizzati efficienti, nel 2025. È quanto ci riferiscono i dati della Commissione Europea, e in Italia il problema è ancora più allarmante se possibile, con un Paese ancorato a infrazioni ambientali e reti idriche obsolete. Si disperdono troppe risorse idriche e il trattamento delle acque reflue resta una delle criticità strutturali più preoccupanti sul territorio. In questo contesto così critico si pone l’attenzione sulla fitodepurazione, un sistema del tutto naturale che usa piante e microrganismi per filtrare e depurare l’acqua. Una possibile soluzione tecnica ma, con un po’ più di avvedutezza, un modello replicabile di sostenibilità.  A differenza degli impianti classici ed energivori, questi sistemi funzionano sfruttando dei processi biologici che già esistono in natura, riducendo di fatto consumi e impatto ambientale. Non è un caso che sempre più progetti di edilizia sostenibile, agriturismi e abitazioni isolate stiano adottando soluzioni di fitodepurazione, anche in modalità fai da te, adattate a piccola scala. Per farlo però bisogna sapere bene come funziona, quali piante utilizzare, quali sono i costi effettivi e quali sono i tipi di fitodepurazione, verticale oppure orizzontale. Scopriamo tutto quel che c’è da sapere a riguardo. 

fitodepurazione

Foto Freepik

Che cos’è la fitodepurazione

Partiamo dal principio, ovvero: di cosa si tratta. La fitodepurazione è un sistema naturale di trattamento delle acque reflue che sfrutta l’azione combinata di piante, substrati filtranti (come ghiaia e sabbia) e microrganismi per depurare l’acqua in modo biologico. Vale a dire: senza ricorrere a processi chimici o impianti ad alta intensità energetica. Si tratta di una tecnologia ispirata a quanto succede già negli ecosistemi acquatici naturali, come paludi e zone umide: qui, infatti, l’acqua viene purificata in maniera del tutto spontanea attraverso processi di filtrazione, assorbimento e degradazione organica.

Il funzionamento si basa su un principio semplice ma efficace. Le acque reflue vengono convogliate in vasche (o letti filtranti a seconda del tipo) dove sono presenti piante specifiche (come canne o tife). Le radici di queste piante creano un ambiente ideale per lo sviluppo di batteri e microrganismi che si occupano di degradare le sostanze inquinanti, mentre il substrato trattiene solidi e impurità. Nel frattempo le piante assorbono nutrienti come azoto e fosforo, diminuendo il carico inquinante complessivo.

Esistono diverse tipologie di impianti di fitodepurazione, in base al modo in cui l’acqua attraversa il letto filtrante. In ogni caso il risultato è un’acqua depurata che può essere reimmessa nell’ambiente o riusa per usi non potabili, come l’alimentazione di sistemi di drenaggio.

Interessante notare la sostenibilità di questo sistema. Rispetto a un impianto standard, la fitodepurazione richiede meno energia e costi di gestione decisamente più bassi, oltre che integrarsi bene con il paesaggio. È perfetta dunque per i contesti rurali, gli agriturismi o anche le abitazioni isolate: lì dove le infrastrutture centralizzate sono assenti o funzionano poco. 

piante fitodepuratrici

Foto di Mandy Selig da Pixabay

Quali sono le piante fitodepuratrici utilizzate

Di solito si usano piante che appartengono alla categoria delle specie acquatiche e palustri, proprio perché sono quelle da cui si è preso esempio in natura. Sono in grado di vivere in ambienti saturi di acqua e di sviluppare apparati radicali molto estesi. Svolgono quindi una funziona passiva ma anche attiva: da una parte creano un habitat ideale per batteri e microrganismi, dall’altra assorbono i nutrienti in eccesso.

La canna comune (Phragmites australis) è una delle specie più utilizzate: è infatti considerata la più efficace nei sistemi di fitodepurazione. Le sue radici rilasciano ossigeno nel substrato, cosa che favorisce i processi di degradazione. Molto diffusa anche la tifa (Typha latifolia), che ha una grande capacità di assorbire nutrienti e resistere a condizioni ambientali ostili, e il giunco (Scirpus o Juncus), scelto per via della sua adattabilità e per la stabilità che dà a tutto il sistema filtrante.

Si usa spesso anche l’iris d’acqua (Iris pseudacorus, efficiente per la depurazione ma che dà anche valore ornamentale. In alcuni impianti si integrano poi altre specie ,come la menta acquatica (Mentha aquatica) o la carex, utili per aumentare la biodiversità e migliorare l’equilibrio del sistema nel suo complesso.


Le piante non si scelgono chiaramente a caso. Per decidere quali usare bisogna badare a variabili quali il clima, il tipo di impianto e la qualità delle acque da trattare. Un criterio sempre fondamentale è però l’utilizzo di specie autoctone: sono più resistenti, richiedono meno manutenzione e si integrano meglio nell’ecosistema locale.

impianto di fitodepurazione schema

Foto di JackieLou DL da Pixabay

Come funziona un impianto di fitodepurazione: schema

Un impianto di fitodepurazione segue una precisa sequenza di passaggi, che riproducono in modo controllato i processi di depurazione che avvengono anche in natura. Anche se le configurazioni possono variare -a flusso orizzontale o verticale-, lo schema di base resta simile e si articola in diverse fasi.

1. Pretrattamento

Prima di cominciare si parte con il pretrattamento. Le acque reflue entrano in una vasca iniziale, di solito una fossa settica (o Imhoff). Qui avviene una prima separazione dei solidi più grossolani e una riduzione del carico organico. Questo è un passaggio fondamentale per evitare l’intasamento del sistema successivo.

2. Distribuzione nel letto filtrante

L’acqua pretrattata viene poi convogliata nel bacino di fitodepurazione, fatto di uno strato di ghiaia, sabbia e altri materiali drenanti. In questa fase viene distribuita in modo uniforme, tramite dei sistemi di dispersione.

3. Azione combinata di piante e microrganismi

È all’interno del letto filtrante che avviene il cuore del processo. Le radici delle piante creano un ambiente ossigenato che serve a favorire la crescita di batteri “buoni”, responsabili della degradazione delle sostanze organiche. Al tempo stesso:

  • il substrato trattiene le particelle solide
  • i microrganismi trasformano gli inquinanti
  • le piante assorbono nutrienti come azoto e fosforo

4. Flusso e filtrazione

A seconda del tipo di impianto la quarta fase è diversa: 

  • flusso orizzontale: l’acqua scorre lateralmente sotto la superficie
  • flusso verticale: l’acqua filtra dall’alto verso il basso, migliorando l’ossigenazione

Entrambi i sistemi sostengono un contatto prolungato tra acqua, radici e substrato, cosa che aumenta ancor più l’efficienza depurativa.

5. Raccolta e uscita dell’acqua depurata

A questo punto l’acqua, ormai depurata, viene raccolta in un sistema di drenaggio finale. Dopodiché può essere dispersa nel terreno, convogliata in corpi idrici superficiali (se consentito) oppure, ancora, riutilizzata per scopi non potabili, come l’irrigazione. Funziona proprio come un ecosistema artificiale dove ogni elemento, dall’acqua alle piante stesse fino al terreno, collabora per tramutare un refluo in una risorsa, con un processo continuo e a bassissimo impatto ecologico. 

vasche fitodepurazione svantaggi

Foto Freepik

Impianti di fitodepurazione: tipologie e componenti

In base al modo in cui l’acqua attraversa il sistema distinguiamo diversi tipi di impianti di fitodepurazione. La forma più diffusa è la fitodepurazione a flusso orizzontale, in cui l’acqua scorre lentamente sotto la superficie del letto filtrante, da un’estremità all’altra. Un sistema stabile, che richiede poca manutenzione ed è particolarmente adatto agli ambienti domestici.

C’è poi il flusso verticale, dove l’acqua viene distribuita dall’alto e filtra verso il basso attraverso il substrato. In questo caso vi è più ossigenazione, e quindi una depurazione più efficace soprattutto per il trattamento di carichi organici più elevati.
Infine esistono anche dei sistemi ibridi, un po’ verticale e un po’ orizzontale in sequenza, per sfruttare i vantaggi di entrambi: più efficienza depurativa e un miglior equilibrio biologico. 

Indipendentemente dalla tipologia, ogni impianto è composto da alcuni elementi fondamentali. Il primo è la vasca di pretrattamento (come fossa Imhoff), che separa i solidi e riduce il carico iniziale. Segue il letto filtrante, cuore del sistema, costituito da strati di ghiaia, sabbia e materiali drenanti. È qui che avviene la filtrazione fisica e biologica. All’interno del letto vengono inserite le piante fitodepuratrici, quelle che effettivamente favoriscono i processi di degradazione e assorbimento degli inquinanti.

Un ruolo importante è svolto anche dal sistema di distribuzione e raccolta, composto da tubazioni che fanno sì che l’acqua in ingresso si diffonda uniformemente. Infine, è presente un sistema di drenaggio finale, che consente il rilascio o il riutilizzo dell’acqua trattata. 

Benefici ecologici della fitodepurazione e svantaggi

È indubbio che parliamo di una delle soluzioni più sostenibili per il trattamento delle acque reflue. I suoi benefici ecologici sono numerosi, e derivano dal fatto che sfrutta processi naturali già esistenti. Primo tra tutti è il basso consumo energetico: a differenza dei depuratori convenzionali, non richiede macchinari complessi o funzionamento continuo. A questo si aggiunge la riduzione dell’uso di sostanze chimiche, perché la depurazione avviene tramite processi biologici 100% naturali. Un altro aspetto è l’incremento della biodiversità: gli impianti possono di fatto diventare habitat per insetti, uccelli e piccoli animali.

Dal punto di vista del ciclo delle risorse, la fitodepurazione favorisce anche il riutilizzo delle acque, per una miglior gestione complessiva delle risorse idriche. Si integra poi anche molto bene nel paesaggio, evitando l’impatto visivo e territoriale tipico delle infrastrutture tradizionali.

Non solo lati positivi, però: ci sono anche alcuni limiti da mettere in conto. Il principale è lo spazio che serve: rispetto a un impianto convenzionale, per la fitodepurazione sono necessarie superfici molto più ampie. Un altro aspetto è la variabilità delle prestazioni, che possono risentire di fattori climatici, stagionali e della corretta manutenzione del sistema. Parliamo poi di un processo più lento perché basato su dinamiche naturali, e in caso di carichi elevati può non bastare da solo. 

 fitodepurazione costi

Foto Freepik

Quanto costano gli impianti e fattori da considerare

In base a dimensioni e tipologia il costo di un impianto di fitodepurazione cambia sensibilmente. Per un’abitazione singola, parliamo di cifre tra i 2000 e i 6000 euro, mentre per impianti più complessi o destinati a piccoli insediamenti si raggiungono tranquillamente i 10.000-20.000 euro o più. Rispetto ai sistemi tradizionali, l’investimento iniziale è simile o leggermente superiore, ma in genere è compensato a costi di gestione molto bassi, dal momento che non richiede energia elettrica continua né prodotti chimici.

La dimensione dipende dal numero di abitanti equivalenti (AE) e dal volume di acque reflue da trattare.  Anche la tipologia di sistema influisce: un impianto a flusso verticale o ibrido, più performante, costa di più rispetto a uno a flusso orizzontale.

Da considerare anche i costi di scavo e preparazione del terreno, che aumentano in presenza di suoli particolarmente difficili, e la scelta di materiali filtranti e delle piante stesse. Oltre all’inizio vanno valutati anche i costi nel lungo periodo, che comunque non sono ingenti. Infatti la manutenzione è minima -taglio delle piante, controlli periodici- e la durata di un impianto può superare i 20 anni: parliamo di un investimento sostenibile anche a livello economico, quindi. 

 fitodepurazione fai da te piante utilizzate

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Come realizzare un impianto di fitodepurazione fai da te

Il bello è che realizzare anche un piccolo impianto di fitodepurazione fai da te è possibile, specie nel caso di abitazioni isolate o sistemi di recupero delle acque grigie. Certo non si può fare dall’oggi al domani: serve un po’ di attenzione alla progettazione e alla normativa attiva. Piantare qualche canna in una buca non è sufficiente: anche i sistemi più semplici devono rispettare principi tecnici ben precisi. 

Prima di tutto bisogna valutare quale tipo di acqua trattare (acque grigie da docce e lavandini o acque nere) e il volume giornaliero. Per un impianto domestico di base, meglio optare per un sistema a flusso orizzontale, più semplice da realizzare. Serve poi individuare uno spazio adeguato, considerando qualche metro quadrato per persona, in un’area ben drenata e lontana da falde superficiali.

A questo punto si parte realizzando uno scavo impermeabilizzato (con telo in PVC o argilla), che fungerà da bacino. Sul fondo posizioniamo uno strato drenante di ghiaia grossa, seguito da strati di ghiaia più fine e sabbia. All’interno del letto filtrante inseriamo le tubazioni per la distribuzione dell’acqua in ingresso e per il drenaggio in uscita.

Solo poi procediamo piantando le specie adatte, distribuendole in modo uniforme. Una volta completato, l’impianto va avviato in maniera graduale, cosicché piante e microrganismi abbiano modo di stabilizzarsi prima di raggiungere la piena capacità depurativa. Per quanto riguarda la normativa, in Italia lo scarico delle acque reflue è regolamentato e spesso è obbligatorio prevedere un pretrattamento e ottenere alcune autorizzazioni. Anche in caso di progetto fai da te, quindi, sarebbe meglio confrontarsi con un tecnico e con il proprio comune. 

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