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Per una città a misura d’uomo

Francesca Tozzi
13 Febbraio 2012

Secondo le previsioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità le città continueranno a popolarsi sempre più: per il 2030 il 60% della popolazione mondiale sarà urbanizzata, ovvero vivrà nelle città; nel 2050 la percentuale salirà al 70%. E se per l’Università del North Carolina gli abitanti delle città avrebbero superato quelli delle aree rurali a metà del 2007, mentre per altri il sorpasso sarebbe avvenuto un anno dopo, comunque la corsa all’urbanizzazione della Terra è inarrestabile: in Cina, il balzo definitivo verso le megalopoli si è consumato giusto poche settimane orsono.

Foto di Luca Biffi/flickrMa le metropoli come potranno accogliere milioni di nuovi abitanti? I più pessimisti staranno pensando a scenari alla Blade Runner (il film del 1982, diretto da Ridley Scott, ambientato in una Los Angeles dell’anno 2019), ma certamente occorre lavorare adesso per costruire città vivibili domani. Proprio per questo l’OMS ha promosso il programma internazionale Healthy Cities, un network di città “virtuose” che fanno della progettazione “sana” un pilastro dell’amministrazione pubblica. «In Europa la rete conta 1300 città aderenti, in Italia oggi sono 73 e vanno da grandi metropoli come Milano a piccoli centri di poche decine di migliaia di abitanti – spiega Simona Arletti, presidente dell’Associazione Rete Città Sane-OMS per l’Italia —. Il prossimo incontro della rete si terrà a maggio a Venezia: il nostro scopo è mettere in comune i vari progetti per un’urbanizzazione sostenibile, raccontando quel che è stato fatto, i punti di forza e le difficoltà delle varie iniziative, così da diffondere le migliori. La pianificazione urbana ormai non può prescindere dalla salute degli abitanti»

«Le soluzioni per città migliori esistono e sono sparse qua e là, in Italia e all’estero – interviene Paolo Rognini, docente di ecologia urbana e sociale all’Università di Pisa –. Friburgo, in Germania, per esempio, è la capitale della sostenibilità urbana grazie a case passive (con un bilancio energetico “in pari”, grazie a soluzioni quali pannelli solari, isolanti…, ndr), impianti fotovoltaici, verde urbano; a Lisbona si è puntato sui tram; a Ferrara si è potenziato l’uso delle biciclette e in diverse città si sono creati i “pedibus” per accompagnare a piedi i bambini a scuola. Insomma, non occorre costruire nuove città, ma applicare il più possibile i modelli migliori». La pianificazione della struttura urbana conta parecchio: una ricerca australiana, ad esempio, ha dimostrato che tanto meglio sono organizzati gli spazi verdi di quartiere, tanto meno i bambini passano il loro tempo a guardare la Tv o con i videogiochi. Sui bimbi puntano anche molti progetti dell’Associazione Rete Città Sane, attraverso iniziative per favorire le attività motorie post-scuola o le mense con programmi per combattere l’obesità infantile. Altrettanto diffusa è la consapevolezza della necessità di investimenti sulla mobilità alternativa, incentivando i trasporti pubblici o i veicoli elettrici, e dell’opportunità di spazi verdi attrezzati che possano favorire l’attività sportiva spontanea, visto che non tutti possono iscriversi in palestra.

Di certo la città medio-piccola è per ora un modello vincente: «Una città con 200-300 mila abitanti è grande abbastanza da garantire lavoro, istruzione e opportunità culturali, ma può essere anche attraversata in breve tempo, magari in bici – osserva Arletti –. È meno alienante per le relazioni sociali, soprattutto per i soggetti “deboli” come gli anziani, che possono avere punti di riferimento certi». Tanto che le proposte urbanistiche attuali indicano l’opportunità di fissare limiti fisici alle città, ad esempio attraverso una “cintura verde”, preferendo semmai lo sviluppo in verticale e valorizzando piazze e parchi come punti di aggregazione. L’espansione a macchia d’olio di hinterland virtualmente infiniti, che di fatto sono poco più che dormitori satellite, non è una buona idea se si vuole favorire il benessere dei cittadini».

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