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Alta qualità e costi sostenibili: ecco la casa del futuro

Dimenticate le case popolari anni Settanta. Oggi il social housing punta su un approccio innovativo alla prefabbricazione. Rivalutando materiali, finiture e complementi d’arredo

Alessandra Manetto
16 gennaio 2012

Social Home Design, foto di Luca CasonatoFluidità degli spazi interni, elementi di arredo che diventano protagonisti degli ambienti, essenzialità e cura delle finiture. Soprattutto, voglia di rinunciare agli eccessi e di ritornare a progettare “con i piedi per terra”, realizzando case di qualità a un costo sostenibile. Si riassume così la tendenza che caratterizza la ricerca contemporanea sul social housing, come suggerito anche dal recente salone Social Home Design-Abitare il futuro, organizzato dalla società MyExhibition  e allestito alla Fiera milanese di Rho in occasione dell’ultima edizione di Made Expo. Su quattro installazioni presentate, due sono stati i progetti al vero di abitazioni da 200 metri quadrati lordi, firmate da Luca Scacchetti e Marco Piva, costruite utilizzando sistemi di prefabbricazione edilizia e contornate da area verde con orto urbano; a queste, in un ideale continuum di ritrovate funzioni condivise dello spazio abitativo e non solo, si sono affiancati il progetto di centro fitness collettivo “My Lane”, dello studio Pierandrei Associati, e il concept per lo spazio conferenze “Natural lounge” di Ilaria Marelli. Un elemento è chiaro, il social housing sarà il protagonista dei prossimi anni. Secondo FederlegnoArredo nei prossimi cinque anni in questo settore saranno investiti dieci miliardi di euro: un segmento di mercato sempre più preponderante che richiederà all’intera filiera – dal progettista all’impresa, al fornitore di materiali, componenti e arredi – un approccio innovativo.

Calore e comfort low budget

 

Con il concept “La casa degli sguardi”, Luca Scacchetti è andato oltre lo stereotipo di abitazione a basso costo. E vede nel social housing la ricetta rivoluzionaria per offrire agli utenti una qualità elevata secondo un approccio industriale che non prescinde dalla ricerca accurata del materiale e della finitura: dal legno al marmo, al vetro delle grandi aperture che si affacciano sull’ambiente circostante. «Lo sforzo di progetto è lavorare reinventando forme abitative flessibili: un diverso rapporto con i materiali, la luce e le distribuzioni interne, ancora oggi troppo vincolati ai regolamenti edilizi e d’igiene», spiega Schacchetti.

Piva, renderingLa ragionevolezza del costo, in base agli obiettivi qualitativi di partenza, è la stella polare per il progettista, come rivela il costo finito di 1.400 euro per metro quadrato (1.700 compresi gli arredi). Il progetto esprime calore e comfort grazie all’utilizzo di materiali naturali come marmo e legno, impiegato anche per la struttura portante e l’involucro esterno. Tutto con la limitazione al massimo degli scarti di lavorazione: non a caso, sottilinea Scacchetti, «nelle lastre di marmo sono state conservate le macchie e le imperfezioni normalmente rimosse, perché i difetti esprimono la naturalità del materiale utilizzato. Il risultato è una finitura più rustica».

Superare le barriere culturali

 

Scacchetti, foto di Luca CasonatoLa difficoltà da superare per spianare la strada a un’abitazione costruita con tecnologie basate sulla prefabbricazione è culturale, legata alla visione della casa come bene “eterno” e immutabile; per il quale solo la solidità del cemento sembra essere la soluzione. Per Scacchetti il social housing è realmente «la soluzione di un problema e un vantaggio enorme in un settore di mercato molto importante, perché si rivolge non al lusso ma a fasce di utenza come giovani, anziani, divorziati e immigrati, con difficoltà di accesso a crediti e mutui per l’acquisto di abitazioni a prezzi di mercato». Guardando all’Olanda come il Paese più avanzato nel campo del social housing, gli architetti italiani sono chiamati a riflettere su due aspetti. Il primo, «più che la prefabbricazione vera e propria contano le innovazioni tipologiche e l’organizzazione degli spazi, compresa la capacità di prevedere spazi comuni di condivisione che non siano solo la lavanderia». Il secondo guarda al genius loci, cioè alla capacità dell’architettura di radicarsi nel proprio contesto. «È necessario caricare un sistema costruttivo e un linguaggio nati nell’area nordeuropea di segni “mediterranei”, per esempio con l’uso di materiali vicini alla tradizione locale». Ma non solo, ci vuole anche «un cambiamento nella progettazione: diventeremo tutti un po’ più seri. Si tornerà a parlare di architettura e non di creazioni estrose da archistar».

Dimensioni su misura e spazi flessibili

 

Piva, foto di Luca CasonatoLa tipologia è quella del condominio urbano fino a nove piani con struttura portante di legno, perfettamente antisismico, costruito con tecnologie prefabbricate a secco. A cambiare profondamente, nel progetto “Rinascimento” di Marco Piva, è la filosofia progettuale e costruttiva, basata sulla flessibilità degli spazi e della loro gestione, ma soprattutto sull’idea di una casa come un meccano, progettata in anteprima, che sa abbinare ottimizzazione dei tempi e qualità finale. Con quattro diverse dimensioni (small, medium, large ed extralarge) il sistema è adattabile a diversi tipi di condominio e si presenta come una soluzione completa per distribuzione interna, isolamento acustico, dotazione tecnologica, facciate ventilate di grandi dimensioni, arredi e finiture di alta qualità estetica, con classe energetica A+. L’altra grande parola comune sul quale si fonda il progetto per il social housing è: collaborazione. «Abbiamo cercato di sviluppare il tema coordinando diverse aziende, con cui stavamo già lavorando su progetti precedenti, per risolvere gli aspetti compositivi e costruttivi», spiega Piva. «Tutta l’operazione è stata sviluppata condividendo una piattaforma di progetto, con l’obiettivo di arrivare a un’opera ripetibile e certificabile, sia per ogni prodotto o sistema in sé che per tutto l’insieme, compreso il ciclo di impatto ambientale». Il risultato è uno spazio abitativo piacevole per chi lo abita e interamente certificato. Un alloggio di 75 metri quadrati utili, più dieci metri quadrati di terrazzo continuo a nastro, sottolinea l’architetto, costa 104mila euro compreso l’arredo.

L’esempio del Nord Europa

 

Al prezzo contenuto si sommano i bassi consumi energetici e l’utilizzo di materiali “virtuosi”, come il legno proveniente da foreste certificate. Un buon punto di partenza per ripensare interamente le periferie urbane degradate. «Si dovrebbe abbatterle e ricostruirle per il loro impatto sociale negativo e i costi aggiuntivi che portano con sé, come quelli per i trasporti». In questo ambito il social housing, secondo Piva, può essere lo strumento idoneo rivolto a una fascia sociale estesa, lontano dall’idea del quartiere-ghetto o, peggio, dall’aura negativa che la prefabbricazione aveva assunto nei decenni dominati dalle politiche per la casa popolare. E se nel Nord Europa è una realtà affermata, in Italia «siamo ancora in pochi a lavorare su questo tipo di progetti in modo sistematico anche se dal punto di vista tecnico esistono molti episodi di eccellenza. Dobbiamo ragionare con nuovi percorsi per il nostro territorio e sviluppare formule adatte ai diversi contesti climatici, fra Nord e Sud Italia».

Social Home Design, foto di Luca Casonato

 

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