Molte amministrazioni guardano con interesse al modello delle 15 minute city: città in cui i servizi essenziali si raggiungono velocemente a piedi o in bicicletta. Ma è un sistema che funziona o solo un’utopia?
Quanto sarebbe comodo poter andare a scuola, a fare la spesa, dal medico di base o a sbrigare le commissioni quotidiane a piedi o in bicicletta, con tragitto che dura al massimo 15 minuti? Per alcuni è impensabile, per altri è la quotidianità. Resta il fatto che questo concetto urbanistico – chiamato appunto 15 minute city, o città dei 15 minuti – soprattutto dopo la pandemia ha acquisito una certa popolarità, ispirando le politiche di varie amministrazioni.

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Qual è il significato di 15 minutes city?
Come si intuisce dal nome, le 15 min cities sono città in cui ogni residente può accedere ai servizi essenziali nell’arco di 15 minuti, senza bisogno dell’auto, ma semplicemente spostandosi a piedi, in bicicletta o con un sistema di trasporti pubblici di prossimità, frequenti e con fermate vicine alla propria abitazione.
Perché questo modello funzioni, ogni città è a sua volta divisa in una rete di piccoli quartieri con i servizi di vicinato a portata di mano: le varie fonti li chiamano 5-minute neighbourhoods, complete communities o walkable neighbourhoods. L’idea è quindi che si raggiungano facilmente a piedi gli spazi verdi, la scuola primaria e i piccoli negozi alimentari, per poi allargare il raggio a 15 minuti (anche grazie alla bici e al trasporto pubblico) per funzioni più specializzate legate a lavoro, sport, sanità e cultura.
Come nasce e si sviluppa il concetto della città dei 15 minuti
Il termine “città dei 15 minuti” è stato coniato da Carlos Moreno, nato in Colombia ed emigrato negli anni Ottanta in Francia, dove è diventato professore all’università Sorbona di Parigi. È suo anche un libro sul tema, pubblicato in Italia da Add Editore, che critica duramente lo stile di vita odierno mettendo in luce la necessità di trovare un’alternativa più sostenibile.
“Vivere nelle nostre città nel XXI secolo ha creato uno spazio che garantisce il perpetrarsi di un modello economico costruito sul paradigma del petrolio e di industrie che garantiscono impiego. Questo ha prodotto la nascita di un ecosistema collettivo, ‘sociale’, che paradossalmente si è accompagnato alla perdita di legami, all’accesso alla proprietà e al possesso di beni, a simboli di successo come l’automobile, la seconda casa, merci di ogni tipo”,
si legge. Il contrario di questo approccio è una “città vivente”: una “città in ascolto, alla ricerca del suo ritmo, del suo respiro, un processo che prevede tempi lunghi”. Una città che non impone dall’alto i suoi spazi e i suoi tempi ma, al contrario, si adatta e si trasforma sulla base dei bisogni e delle funzioni sociali che deve ospitare.
“In che modo conciliare una buona qualità di vita, una buona situazione abitativa, la mobilità e il luogo di lavoro? È davvero necessario spostarsi così tanto per lavorare, andare a scuola o curarsi? Qual è il legame tra il territorio urbano, il centro della città e la sua periferia? Gestire l’energia, costruire alloggi ad alta efficienza energetica, promuovere una mobilità verde, garantire sicurezza, medicina personalizzata, accesso alla cultura sono le riflessioni che si impongono. E attraverso queste riflessioni, sotto i nostri occhi si disegna una città davvero trasversale, vivente, aperta”,
scrive Carlos Moreno. Descritta così, la 15 min city sembra un’utopia: ma, chiarisce Moreno, le nuove tecnologie aprono un ventaglio molto ampio di opportunità concrete.

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Parigi e non solo: perché la pandemia ha reso così popolari le 15 min city
Tra le tante cose che lo scoppio della pandemia ha sconvolto c’è innanzitutto il rapporto tra le persone e gli spazi (privati e pubblici) che abitano. Si spiega così il fatto che il concetto di 15 minute city sia diventato molto popolare proprio nel 2020.
Tra le sue più entusiaste testimonial c’è la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, che lo ha posto al centro della campagna elettorale per il suo secondo mandato. Per una città come Parigi, il cui centro (delimitato dal boulevard périphérique) ospita oltre 2,2 milioni di persone, è un proposito tutt’altro che banale. Ma i due mandati di Hidalgo dimostrano che i cambiamenti possono essere anche rapidi e radicali. Sul fronte della mobilità, ad esempio, a partire dal 2020 sono stati realizzati 84 chilometri di piste ciclabili e l’uso della bicicletta è aumentato del 71% tra la fine dei lockdown per il Covid-19 e il 2023. Nel centro città, solo una famiglia su tre possiede un’auto: in periferia si passa a due su tre e al di fuori della regione di Parigi la percentuale arriva all’85%.
Tra le città che hanno attivato progetti e bandi ad hoc per cercare di virare verso il modello dei 15 minuti ci sono ad esempio Milano, Utrecht, Copenaghen (con il quartiere di Nordhavn), Portland.

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Le 15 minute city esistono davvero?
Avviare progetti e redigere policy, tuttavia, non sempre equivale a far funzionare realmente una città secondo il modello dei 15 minuti: la distanza tra teoria e pratica può essere tangibile. È lecito, dunque, chiedersi: le 15 minute city esistono davvero? A dare una risposta è uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dei Sony Computer Science Laboratories presso il Centro Ricerche Enrico Fermi (Cref) di Roma e pubblicato nella rivista scientifica Nature Cities.
Senza esprimere giudizi sulla bontà o meno del modello, i ricercatori suddividono i centri urbani in aree più piccole, mappando la presenza dei servizi di base (supermercati, scuole, banche, ospedali, farmacie, uffici postali e così via). Così facendo, elaborano un indice di accessibilità che si può facilmente consultare nel portale 15-min city. Osservandolo, si scopre che i centri storici di molte città europee – anche di grandi dimensioni, come Madrid, Milano, Roma e Berlino – sono suddivisi in quartieri che effettivamente si possono vivere agevolmente a piedi, coprendo un raggio anche ben inferiore ai quindici minuti. Le distanze tendono ad allungarsi andando verso la periferia. Totalmente opposto, invece, il modello delle megalopoli asiatiche, americane e africane.
“Le città da 15 minuti sono una realtà, non sono un’utopia. Se guardiamo però a livello mondiale sono poche nel complesso: in alcuni casi a mancare sono i servizi, come può accadere per diverse aree dei paesi più poveri, in altre lo sviluppo urbanistico è stato il prodotto di altre scelte. Basti pensare ad alcune cittadine americane”,
spiega a Wired Italia Matteo Bruno, co-autore della ricerca. Il ricercatore cita proprio Parigi, Barcellona, Torino, Madrid, Milano e Berlino come esempi virtuosi con un buon equilibrio tra densità abitativa e qualità della vita. Fermo restando che un modello come la 15 minute city funziona se c’è una società culturalmente adatta ad accoglierlo.
Valentina Neri

