Wise Society : Vietare l’uso di sacchetti di plastica serve: la conferma dagli Stati Uniti

Vietare l’uso di sacchetti di plastica serve: la conferma dagli Stati Uniti

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25 Luglio 2025

Le misure per limitare l’uso di sacchetti, e altri articoli di plastica monouso, sono realmente efficaci contro l’inquinamento. Ma la vera sfida è quella di limitare a monte la produzione di plastica

Negli ultimi anni abbiamo assistito a un proliferare di divieti, volti a scoraggiare il più possibile l’uso di determinati prodotti in plastica monouso. Nella nostra Unione europea siamo particolarmente all’avanguardia, con la direttiva Sup (single-use plastics) che ha fatto sparire dagli scaffali cannucce, cotton fioc, posate, mescolatori per bevande, aste per palloncini e altri articoli di plastica usa e getta. È inevitabile che tutto questo comporti qualche piccolo disagio per noi consumatori. Anche i più strenui ambientalisti, prima o poi, si saranno chiesti se sia veramente utile portare a casa la spesa in un sacchetto biodegradabile, più leggero e fragile rispetto a un equivalente di plastica. La risposta è sì: i divieti giovano al Pianeta in cui viviamo. La conferma arriva dagli Stati Uniti.

Inquinamento da sacchetti di plastica

Foto di Naja Bertolt Jensen su Unsplash

Lo studio statunitense sui divieti all’uso di sacchetti di plastica 

Lo studio, pubblicato da Science, si basa sui dati raccolti da Ocean Conservancy, un’organizzazione non governativa che da quarant’anni, una volta all’anno, mobilita migliaia di volontari per rimuovere la spazzatura da spiagge e corsi d’acqua. Nello specifico, i ricercatori hanno analizzato i risultati di oltre 45mila cleanup condotti tra il 2016 e il 2023. Incrociandoli con 182 misure per regolamentare l’uso di borse di plastica che sono state adottate, su scala locale e statale, tra il 2017 e il 2023.

L’impatto positivo è evidente: nelle aree dove una di queste policy è in vigore, la quantità di borse di plastica disperse nelle spiagge cala tra il 25 e il 47% rispetto alle altre. Le norme più severe, e quelle in vigore da più tempo, sono anche le più efficaci. La conclusione dunque è netta: “Queste policy sono efficaci, soprattutto in aree con alte concentrazioni di rifiuti di plastica”, riassume la co-autrice Anna Papp, economista ambientale presso il Massachusetts Institute of Technology.

Iniziativa di clean up

Foto di Carmen Laezza su Unsplash

Vietare e riciclare non basta: bisogna ridurre la produzione di plastica

Gli stessi ricercatori ci tengono a sottolineare che i divieti funzionano, ma non sono una panacea. Per risolvere davvero l’emergenza ambientale della plastica in mare ci vuole ben altro. Bisogna ridurre la produzione di plastica, e farlo drasticamente e a monte. I dati di questi ultimi anni e le proiezioni per i prossimi dicono che sta accadendo l’esatto opposto.

Stando a quanto riporta l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), nel 2000 a livello globale si producevano 234 milioni di tonnellate di plastica e se ne buttavano via 156 milioni. Nel 2019 i volumi sono arrivati rispettivamente a 460 e 353 milioni. E il riciclo? Anch’esso aiuta, ma molto parzialmente: oggi appena il 9% della plastica viene riciclata, mentre una percentuale più che doppia (il 22%) finisce dispersa nell’ambiente, bruciata o nelle discariche abusive.

Nonostante l’impatto ambientale della plastica sia ben noto, è sempre l’Ocse a stimare che entro il 2060 il suo consumo sia destinato quasi a triplicare, raggiungendo i 1.231 milioni di tonnellate. D’altra parte, oggi il 98% della plastica monouso deriva dagli idrocarburi. Ciò significa che, in un mondo che vira verso le energie rinnovabili e la mobilità elettrica, gli impianti petrolchimici sono una fonte di reddito sicura per le compagnie petrolifere.

Inquinamento da plastica

Foto Shutterstock

I nuovi negoziati per un trattato vincolante sull’inquinamento da plastica

Un problema del genere può essere affrontato soltanto dal multilateralismo. Ed è per questo che nel 2022 hanno preso il via i negoziati in sede Onu per arrivare a un trattato internazionale, giuridicamente vincolante, sull’inquinamento da plastica.

Nell’arco di poco più di due anni si sono tenute cinque sessioni, rispettivamente in Uruguay, Francia, Kenya, Canada e Corea del Sud. Ma, per ora, i lavori si sono conclusi in un nulla di fatto. Troppo profondo il divario tra la High ambition coalition, costituita dai paesi più ambiziosi che premevano per affrontare l’intero ciclo di vita di questo materiale, e i grandi produttori di petrolio (Arabia Saudita, Russia e Kuwait in testa) che si rifiutavano di toccare la produzione.

C’è ancora uno spiraglio, perché il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (Unep) ha deciso di riaprire la quinta (e in teoria ultima) sessione di negoziati, quella che si era chiusa in modo fallimentare a Busan (Corea del Sud). L’appuntamento si sposta in Svizzera, a Ginevra, dal 5 al 14 agosto 2025. Già lo scorso giugno, alla terza Conferenza Onu sugli oceani che si è tenuta a Nizza, i negoziatori hanno iniziato a preparare il terreno attraverso incontri informali.

Valentina Neri

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