Wise Society : Il traffico di specie selvatiche è ancora un business fiorente e difficile da intercettare

Il traffico di specie selvatiche è ancora un business fiorente e difficile da intercettare

di Valentina Neri
13 Giugno 2024

140mila sequestri effettuati, circa 4mila specie coinvolte: sono questi i numeri (inevitabilmente parziali) del traffico di specie selvatiche nel periodo 2015-2021, fotografati dal World Wildlife Trade Report.

Nonostante due decenni di azioni coordinate a livello nazionale e internazionale, il traffico di specie selvatiche è ancora una realtà. Si apre così l’ultima edizione del World Wildlife Trade Report, il più completo studio sul tema, pubblicato dall’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) che, fin dalle prime pagine, lancia una proposta: basarsi sulle più solide e recenti evidenze scientifiche per guidare gli interventi di contrasto a questi odiosi reati.

Un pangolino in gabbia

Foto Shutterstock

Cosa sappiamo del traffico di specie selvatiche

Quando si parla di un fenomeno illegale, come appunto il traffico di specie selvatiche, è impossibile avere a disposizione cifre precise. Si può fare una stima a partire dai sequestri effettuati. Tra il 2015 e il 2021 hanno riguardato 13 milioni di articoli per un peso complessivo che supera le 16mila tonnellate: erano destinati ai settori più svariati, tra cui la produzione di cibo, di medicine, di beni di lusso. O anche a chi voleva detenere animali e piante vivi, in cattività. Questi commerci illegali attraversano 162 Paesi e territori. E tale conteggio, inevitabilmente, inquadra soltanto una frazione di questo fenomeno.

Le specie animali e vegetali nel mirino dei trafficanti

Nei sei anni considerati sono finite nel mirino dei trafficanti circa quattromila specie animali e vegetali, 3.250 circa delle quali sono censite nella Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES). Guardando al peso percentuale delle varie specie sul totale, al primo posto ci sono i coralli con il 16% dei sequestri complessivi, seguiti da esemplari vivi, sfruttati di volta in volta come animali domestici, piante ornamentali, per la ricerca medica (è il caso delle scimmie) o per mangiarne la carne (è il caso per esempio dei coccodrilli). Tra le specie che vengono più spesso contrabbandate quando sono ancora vive ci sono pappagalli, cacatua, tartarughe, cactus, pangolini. Dei coccodrilli, viceversa, si smerciano la carne o la pelle. Radici di costus, aloe e orchidee vengono infine sfruttati a fini medicinali.

Scimmia in gabbia

Foto Shutterstock

Come operano i gruppi criminali

Il traffico di specie selvatiche è un business fiorente, spesso interconnesso alle attività della criminalità organizzata internazionale. Alcune stime, anch’esse parziali, parlano di un giro d’affari di 23 miliardi di dollari all’anno. I gruppi criminali transnazionali possono agire a vari livelli della filiera, dall’importazione o esportazione di specie selvatiche e parti di esse, fino all’allevamento di animali detenuti illegalmente in cattività. Sfruttano i vuoti normativi e i punti deboli dei sistemi di sorveglianza e sanzione. Spesso fanno leva sulla corruzione: un inasprimento dei protocolli e delle leggi anti-corruzione, dunque, potrebbe essere funzionale anche a indebolire il traffico di specie selvatiche.

Il numero di sequestri

Il World Wildlife Trade Report prende in considerazione circa 140mila sequestri effettuati tra il 2015 e il 2021, un database che è diventato molto più ampio e dettagliato rispetto alle edizioni precedenti. È interessante notare come nel 2020 e nel 2021 il numero annuo di sequestri si sia pressoché dimezzato rispetto ai quattro anni precedenti. Non si può dire se questo calo rispecchi un’effettiva diminuzione dei traffici, o soltanto una minore efficacia delle indagini o, magari, uno spostamento dei traffici verso modelli diversi e più difficili da intercettare. In ciascuna di queste ipotesi, è lecito supporre che la pandemia abbia avuto un ruolo.

Valentina Neri

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