Wise Society : Perché dopo le ondate di calore ci sono (quasi) sempre forti temporali?

Perché dopo le ondate di calore ci sono (quasi) sempre forti temporali?

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1 Luglio 2026

Le ondate di calore possono creare le condizioni ideali per lo sviluppo di temporali intensi e improvvisi. Ecco perché il caldo estremo spesso è seguito da piogge violente, grandinate e raffiche di vento. Ma quale ruolo gioca la crisi climatica in questi fenomeni nel bacino del Mediterraneo?

Le ondate di calore intenso sono solitamente seguite da forti temporali che, pur determinando un repentino calo delle temperature, possono comportare notevoli rischi idrogeologici e strutturali. A ricordarcelo sono sia i colori delle allerte meteo diffuse dalle amministrazioni cittadine, sia i danni provocati da tali eventi: raffiche di vento, grandine e precipitazioni abbondanti mettono infatti a dura prova i territori. Ma qual è il legame tra caldo estremo e nubifragi?

Temporale estremo

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Da cosa sono causati i forti temporali dopo le ondate di calore?

Le ondate di calore creano spesso le condizioni favorevoli allo sviluppo di temporali intensi, ma non sono di per sé la causa diretta dei fenomeni. Durante una fase anticiclonica persistente, come quella associata all’anticiclone subtropicale africano, l’atmosfera tende a stabilizzarsi e a riscaldarsi nei bassi strati. Questo comporta:

  • accumulo di calore al suolo
  • aumento dell’umidità disponibile
  • forte energia potenziale per la convezione che genera un’instabilità atmosferica

I forti temporali avvengono quando quando questa massa d’aria molto calda e umida viene destabilizzata dall’arrivo di aria più fresca in quota o al suolo, spesso associata a una perturbazione atlantica o a aria più fredda in arrivo dal Nord Europa. Quando l’aria più fredda e densa si inserisce nella massa d’aria calda, la forza a sollevamento costringe l’aria calda e umida a salire rapidamente. Questo innesca moti convettivi intensi: l’aria ascende, si raffredda, il vapore acqueo condensa e si formano nubi a forte sviluppo verticale, come i cumulonembi.

Il rilascio di calore durante la condensazione alimenta ulteriormente le correnti ascensionali, intensificando il sistema temporalesco e favorendo fenomeni anche violenti come grandine, raffiche di vento e precipitazioni intense. In sintesi, i temporali estremi si sviluppano quando si combinano tre ingredienti fondamentali:

  1. aria calda e molto umida nei bassi strati
  2. forte instabilità atmosferica
  3. un meccanismo di innesco dinamico causata dall’arrivo di correnti più fredde
temporale

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Il fenomeno del downburst e il legame con le ondate di calore

Non solo pioggia e grandine. Il ritirarsi dell’anticiclone africano è spesso legato al fenomeno del downburst. Il termine è stato coniato nel 1975 dal meteorologo statunitense Tetsuya Theodore Fujita che, oltre ad aver ideato la F-Scale (che classifica l’intensità dei tornado) ha scoperto anche le peculiarità di questo fenomeno atmosferico, dandone la definizione: il downburst è infatti una violenta corrente d’aria discendente (in inglese downdraft) che si sviluppa all’interno di un temporale e, una volta raggiunto il suolo, si espande rapidamente in tutte le direzioni, generando raffiche di vento estremamente intense e distruttive.

A differenza di un tornado, in cui i venti ruotano attorno a un vortice, nel downburst il moto dell’aria è prevalentemente verticale verso il basso, seguito da una dispersione orizzontale verso il suolo.

Si tratta di un fenomeno estremamente violento che, con raffiche che possono superare i 100/150 km (ma in casi estremi possono superare  questi valori), può causare danni estesi al patrimonio sia naturale che strutturale.

Le tipologie di downburst

In quanto alle tipologie di downburst, i meteorologi ne distinguono due:

  • I microburst: interessano aree più limitate, di circa 4 km di diametro. Pur essendo più localizzate, sono generalmente più intense
  • I macroburst: interessano aree con un diametro maggiore di quattro chilometri.

Entrambe le tipologie di downburst possono tuttavia generare raffiche di vento molto forti.

Il downburst è pericoloso?

Purtroppo sì. Il downburst porta con sé notevoli rischi anche per la rapidità con cui si genera e si abbatte sull’ambiente e per la difficoltà di capire, in anticipo, la localizzazione precisa del territorio su cui si potrebbe abbattere.

A livello dei rischi generati, può produrre raffiche di vento improvvise e molto intense che, oltre a creare danni infrastrutturali, rappresentano uno dei principali rischi per l’aviazione durante le fasi di decollo e atterraggio degli aeroplani.

downburst

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I temporali estremi sono causati dalla crisi climatica?

Il riscaldamento globale contribuisce ad aumentare sia la probabilità di fenomeni temporaleschi estremi che la loro intensità. Certamente non si può affermare che ogni temporale estivo sia causato dalla crisi climatica, ma quest’ultima sta sicuramente facendo la sua parte. Come affermato dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) nel suo sesto rapporto di valutazione

La frequenza e l’intensità degli eventi di precipitazioni intense sono aumentate a partire dagli anni ’50 nella maggior parte delle aree terrestri per le quali i dati osservativi sono sufficienti per l’analisi delle tendenze (alto livello di confidenza), e il cambiamento climatico indotto dall’uomo è probabilmente il fattore determinante.

Come abbiamo visto, infatti, i temporali sono fenomeni atmosferici che si sviluppano in queste condizioni concomitanti:

  • Presenza di aria calda e umida (generata in Italia dall’incursione dell’anticiclone subtropicale africano)
  • Instabilità atmosferica (il ritiro dell’anticiclone africano)
  • Un meccanismo che sollevi l’aria calda verso l’alto (l’arrivo di correnti fresche dal nord Europa o dell’anticiclone delle Azzorre)

Certamente la crisi climatica non crea questi meccanismi, ma può aumentare la frequenza della loro presenza concomitante delle sopracitate condizioni.

Grandine

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Perché l’Italia è particolarmente colpita dai temporali estremi?

L’Italia (o più precisamente il bacino del Mediterraneo) è considerata dall’IPCC un hotspot del cambiamento climatico. Nel sommario iniziale dell’IPCC Sixth Assessment Report, si afferma infatti che: 

A causa della sua particolare combinazione di molteplici e gravi pericoli climatici e di un elevato livello di vulnerabilità, la regione mediterranea rappresenta un punto critico per i rischi climatici fortemente interconnessi.

In parole più semplici, significa che il Mediterraneo è una delle aree del pianeta in cui gli effetti del global warming sono più intensi (e più rapidi) rispetto alla media mondiale. Questo significa che:

  • Il bacino del mediterraneo si scalda più velocemente della media globale;
  • Le ondate di calore sono più frequenti, intense e durature mentre un tempo erano l’eccezione;
  • Le precipitazioni diminuiscono si base annuale, aumentando il rischio di siccità;
  • Le piogge sono molto intense, ma più circoscritte nel tempo: può piovere moltissimo in un lasso di tempo molto breve;

Per concludere, i temporali intensi che spesso seguono le ondate di calore non sono una conseguenza diretta e inevitabile del caldo, ma il risultato di una combinazione di condizioni atmosferiche che, in quelle circostanze, diventano più frequenti e più energetiche. Nel contesto della crisi climatica, questi fenomeni assumono un rilievo ancora maggiore: nel bacino del Mediterraneo, ad esempio, l’aumento delle temperature contribuisce a rendere più probabili transizioni rapide tra condizioni di caldo estremo ed eventi temporaleschi intensi, con impatti sempre più significativi sul territorio.

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