Wise Society : Takahashia japonica: cosa bisogna sapere sulla cocciniglia invasiva che infesta gli alberi del nord Italia

Takahashia japonica: cosa bisogna sapere sulla cocciniglia invasiva che infesta gli alberi del nord Italia

di Valentina Neri
5 Giugno 2025

Gli strani filamenti bianchi ad anello visibili sugli alberi del nord Italia sono gli ovisacchi della Takahashia japonica. Si tratta di una specie aliena invasiva originaria dal Giappone, innocua per l’uomo ma non per le piante.

Passeggiando per i parchi del nord Italia in questa primavera, è impossibile non notare degli strani filamenti bianchi, a forma di anello, che penzolano dai rami. Non c’è motivo di allarmarsi, perché non è nulla di pericoloso per la nostra salute: è il segno dell’infestazione di Takahashia japonica, o cocciniglia dai filamenti cotonosi, un parassita originario del Giappone che da qualche anno si è diffuso anche nel nostro territorio. Approfondiamo l’argomento scoprendo gli eventuali pericoli che porta con sé.

Takahashia japonica

Foto Shutterstock

Cos’è la Takahashia japonica

Come suggerisce il nome, la Takahashia japonica è una cocciniglia originaria dell’Asia orientale, appartenente alla famiglia Coccidae. In gergo si dice che è un insetto fitomizo: ciò significa che si nutre della linfa delle piante (soprattutto ornamentali e da frutto) e, così facendo, le indebolisce. È piuttosto difficile accorgersi dell’insetto, perché misura appena 3-4 millimetri e resta immobile e appiattito sui rami.

A catturare l’attenzione sono gli ovisacchi delle femmine adulte: sono proprio quelle strisce biancastre e cotonose che si sviluppano a forma di anello attorno ai rami, arrivando a misurare fino a 7 centimetri. All’interno di questi ovisacchi le femmine adulte, che restano fisse sul loro substrato, depongono migliaia di uova ogni primavera. Tra fine maggio e inizio giugno ne fuoriescono i giovani insetti, allo stadio di ninfa, che si spostano sulle foglie succhiandone la linfa per sfamarsi. In autunno, quando ormai hanno completato il proprio sviluppo, le ninfe si spostano sui rami per svernare. Ad aprile dell’anno successivo completano la propria metamorfosi diventando adulte allo stadio riproduttivo.

Su quali piante si insedia la Takahashia japonica

Ora che abbiamo scoperto cos’è la Takahashia japonica, cerchiamo di capire quali piante colpisce con più probabilità. Innanzitutto è un insetto polifago, il che significa che è in grado di nutrirsi di più specie arboree e arbustive.

Predilige le piante ornamentali e da frutto che si trovano comunemente in città, per esempio il gelso nero e bianco (Morus nigra, Morus alba), l’acero (Acer pseudoplatanus e altre specie), il bagolaro (Celtis australis), il frassino (Fraxinus excelsior), l’olmo (Ulmus), il platano comune (Platanus x acerifolia), il tiglio (Tilia), il faggio (Fagus sylvatica), il ginkgo biloba e il ciliegio ornamentale (Prunus serrulata).

Filamenti cocciniglia

Foto Shutterstock

Com’è arrivata in Italia la cocciniglia dai filamenti cotonosi

La cocciniglia dai filamenti cotonosi è il tipico esempio di specie aliena invasiva che si insedia in un nuovo ambiente, riproducendosi rapidamente e causando danni di vario tipo. Il suo primo avvistamento in Italia è piuttosto recente: risale infatti al mese di maggio del 2017, quando venne notata sugli alberi di gelso nero a Cerro Maggiore, in provincia di Milano. Da allora si è diffusa soprattutto in Lombardia, nella provincia di Milano ma anche nelle vicine Varese, Como e Monza e Brianza.

L’ipotesi più plausibile è che abbia “viaggiato” insieme alle piante ornamentali o ad altri materiali vegetali importati dall’estero. Seguendo una dinamica piuttosto canonica, ha trovato ad attenderla un clima mite, una fitta presenza di piante ospiti e un ambiente privo di predatori naturali. Se a questi fattosi si unisce la capacità della Takahashia japonica di spostarsi di foglia in foglia e produrre migliaia di uova, si capisce perché in meno di un decennio sia riuscita a colonizzare ampi territori.

La Takahashia japonica è pericolosa?

Vedendo gli strani filamenti bianchi pendere dagli alberi, è normale chiedersi se la Takahashia japonica sia in qualche modo tossica o pericolosa. La risposta è no: per l’uomo e gli animali non comporta alcun rischio Il discorso è un po’ diverso per le piante perché, a furia di nutrirsi della loro linfa, gli insetti le indeboliscono, compromettono la loro capacità di eseguire la fotosintesi e – soprattutto se l’infezione si protrae più volte negli anni – possono provocare il distacco dei rami. Come se non bastasse, le neanidi e le femmine adulte emanano una sostanza zuccherina appiccicosa (chiamata melata) che crea un ambiente favorevole alla proliferazione di funghi.

Insomma, in una prima fase i problemi sono soltanto estetici e poi diventano anche funzionali, perché il patrimonio arboreo rischia di restare compromesso. E sapendo quanto sono preziosi gli alberi in città, anche per mitigare il caldo e conservare la biodiversità, diventa fondamentale prendere seriamente in carico la questione.

Le strategie per tenere sotto controllo l’infestazione

Il primo passo è quello di tenere sotto controllo le infestazioni: è per questo che il Servizio Fitosanitario di Regione Lombardia raccoglie le segnalazioni dei cittadini attraverso un’app chiamata FitoDetective. Dopodiché, esiste un protocollo che i vari Comuni sono tenuti a seguire.

Si parte con gli insetticidi, ma non ne esistono di specifici e non c’è ancora piena certezza su quale sia l’approccio corretto: agire sugli ovisacchi è più semplice perché sono chiaramente visibili ma, stando alle informazioni disponibili finora, appare inutile o quasi. Altre volte si interviene potando i rami, ma è un’operazione che va condotta con cautela e non sempre estirpa del tutto i focolai.

Ci sono poi Comuni (è il caso di Monza) che optano per la lotta biologica, introducendo nel territorio insetti autoctoni che fungono da antagonisti della cocciniglia dai filamenti cotonosi. Di solito si tratta di alcune specie di coccinelle molto voraci, che si disperdono rapidamente tra i rami e – va da sé – non comportano pericoli né per l’uomo né per l’ambiente.

Valentina Neri

© Riproduzione riservata
Altri contenuti su questi temi:
Continua a leggere questo articolo:
WISE RADIO