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Sostenibilità tessile: come scegliere i vestiti che non fanno male

Difendersi da acquisti rischiosi (per la propria salute) e scorretti (per l'ambiente e i diritti umani) non è sempre facile. Ma ci sono alcuni parametri importanti che i consumatori possono tener presenti. A partire dalle certificazioni volontarie

Rita Dalla Rosa
12 gennaio 2013

Image by © Raygun/cultura/Corbis

Confusi dalla grossa massa di offerta e dalla pubblicità patinata, tutti noi consumatori facciamo fatica a scegliere anche il nostro abbigliamento in modo consapevole.

Vorremmo sapere se il capo che stiamo acquistando è sicuro o se ci riserverà sgradite sorprese una volta indossato; se è stato prodotto nel rispetto dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori oppure se proviene da fabbriche che sfruttano pesantemente persone e territorio.

La cosa è più difficile di quanto sembri. Il parametro economico, ad esempio, non è sempre indicativo. È vero che, in genere, i problemi maggiori possono venire dalla cosiddetta “fast fashion”, ossia l’abbigliamento a prezzi stracciati che troviamo nella grande distribuzione low cost, e sui banchi dei mercati, ma ci sono stati anche casi di reazioni irritative o allergiche provocate da capi griffati.

 

Più affidabili i prodotti europei

E non stiamo parlando di merci contraffatte. «L’ideale sarebbe optare per prodotti interamente realizzati in Italia e in Europa», dice Mauro Rossetti direttore dell’Associazione biellese Tessile e Salute, dove esistono leggi restrittive sull’uso di sostanze chimiche, il lavoro è tutelato e i controlli, pur se insufficienti, sono comunque maggiori rispetto ai paesi del Sud del Mondo.

Ma nessuna etichetta può garantire dove è stato fatto l’indumento che stiamo per comprare. La dicitura “made in Italy” (o in France o in Germany, il discorso è uguale) significa ben poco, dato che non si è mai arrivati a una legge precisa in materia».

Così è difficile distinguere i prodotti interamente fatti in Italia, come quelli di tante piccole e medie imprese, da quelli di grandi marchi nazionali che hanno delocalizzato la produzione e mantengono nel nostro Paese solo una o due fasi di lavorazione.
In questa situazione di carenza normativa, sono nati i marchi volontari di certificazione.

Image by © Marius Becker/dpa/Corbis

I marchi che danno più garanzie

Come funzionano? Tutti gli aspetti della lavorazione e i prodotti finali vengono sottoposti a periodici controlli da parte dei diversi enti di tutela, i quali, una volta riscontrato il rispetto di determinati parametri, rilasciano la certificazione di “ben lavorare”.

Naturalmente tutto questo ha un costo che non tutti i produttori possono permettersi, perciò non è detto che un capo di vestiario senza certificazione sia per forza scadente. I marchi volontari sono sostanzialmente tre.

Ecolabel, il marchio europeo di qualità ecologica che premia i prodotti e i servizi con il minore impatto sull’ambiente. Nel campo tessile, fissa limiti ben precisi che regolamentano i processi e i prodotti chimici utilizzati nel corso di tutto il ciclo produttivo, nonché le emissioni nell’aria e lo scarico nelle acque reflue di composti nocivi. È chiaro che una produzione che rispetta l’ambiente dà anche garanzie per la salute del consumatore.

Oeko-Tex nasce come marchio strettamente tessile perché sottopone a test il prodotto finito, certificando l’assenza di sostanze pericolose che potrebbero essere rimaste sul capo. In Italia è accompagnato dalla dicitura “Fiducia nel tessile”.

Il terzo marchio volontario è Gots (Global Organic Textile Standard) e riguarda specificamente l’abbigliamento cosiddetto “verde”, che viene certificato come biologico non solo per la provenienza delle materie prime ma anche per il successivo processo di fabbricazione di tessuti e capi di vestiario.sostenibilità tessile
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