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Silvia Marchesan, la difficoltà di essere mamma e scienziata

Sesta tra i migliori undici scienziati al mondo secondo la rivista «Nature», la scienziata dell'Università di Trieste spiega la difficoltà di conciliare ricerca e famiglia

Fabio Di Todaro
2 novembre 2018
silvia marchesan, scienziata, ricerca, Nature

«Quanto alla necessità di conciliare vita personale e professionale, in Italia siamo ancora indietro. All’estero ci sono direttrici di laboratorio con tre figli. Da noi la maggior parte delle colleghe hanno un solo figlio, se va bene», spiega Silvia Marchesan

Sesta tra i migliori undici scienziati al mondo. Secondo la rivista «Nature», Silvia Marchesan, docente di chimica organica all’Università di Trieste, «sta lasciando un segno indelebile nella scienza». Alla ricercatrice, che dopo essersi laureata nell’ateneo friulano ha poi completato gli studi di dottorato in chimica all’Università di Edimburgo e proseguito con la ricerca in
Finlandia e in Australia, prima di rientrare alla base, viene riconosciuta la qualità del lavoro svolto per sviluppare un idrogel, poco costoso ed efficace, utile per riparare i tessuti del corpo e rilasciare farmaci. Il riconoscimento assegnatole fa il paio con quello conquistato dal collega Giorgio Vacchiano dell’Università di Milano.

UNA VITA DA PRECARIA – Appassionata di chimica organica e biologia molecolare, per Marchesan, 39 anni e un figlio di quattro, la ricerca multidisciplinare è stata un chiodo fisso che l’ha accompagnata nel Regno Unito, in Finlandia e in Australia. Il ritorno in Italia risale al 2013, con una posizione precaria. Poi c’è stato il concorso vinto come ricercatore a tempo determinato e nel 2015, grazie a dei fondi del Miur, l’apertura del laboratorio all’Università, dov’è diventata docente associato lo scorso anno. «Vogliamo capire come disegnare dei materiali intelligenti partendo da singole molecole, in questo caso dei frammenti di proteine, per costruire strutture complesse più grandi».

LA DIFFICOLTÀ DI ESSERE MAMMA E SCIENZIATA – Tra i prodotti sviluppati c’è un idrogel, composto al 99 per cento di acqua e per l’un per cento da molecole ordinate in nanostrutture, che può trasportare farmaci e fare da sostegno ai tessuti in via di guarigione dopo una lesione. Questo sistema è biocompatibile (quindi ben tollerato dai tessuti dell’organismo) e con proprietà antimicrobiche. Proprio quest’ultimo risultato le ha portato il riconoscimento di ricercatrice emergente. «Questo risultato è anche una soddisfazione per tutte le donne che fanno ricerca – prosegue Marchesan -. Non è semplice essere mamma e scienziata. Mio figlio ha capito che spesso non ci sono, ma io ho fatto di tutto per farlo crescere qui, oltre che per lavorare assieme a dei colleghi italiani, dopo aver appreso tanto all’estero. Quanto alla necessità di conciliare vita personale e professionale, siamo però ancora indietro. All’estero ci sono direttrici di laboratorio con tre figli. Da noi la maggior parte delle colleghe hanno un solo figlio, se va bene».

silvia marchesan, scienziata, ricerca, Nature

A oggi, in Italia, le ragazze che si laureano sono di più (60 per cento) e arrivano prima al traguardo, salvo poi spesso «defilarsi». Soltanto un terzo di esse raggiunge i livelli di carriera più avanzati come Silvia Marchesan e meno di un professore su dieci è donna. Appena 5 su 78 i rettori degli atenei italiani in tailleur, Image by iStock

 

TROPPE DONNE SI LAUREANO E ABBANDONANO LA CARRIERA SCIENTIFICA – L’istantanea non riguarda soltanto l’Italia. In Germania è minore la quota di chi occupa le posizioni apicali, mentre negli Stati Uniti le donne che fanno ricerca ai livelli più alti quasi mai si sposano. Dopo anni di lotte silenziose, però, l’Unione Europea sembra essere più sensibile rispetto al tema. Il motto per il settennato che si concluderà nel 2020 è «responsible science». Un occhio di riguardo è riservato alla parità di genere: da raggiungere nei disegni degli studi e nelle commissioni valutatrici. A oggi, in Italia, le ragazze che si laureano sono di più (60 per cento) e arrivano prima al traguardo, salvo poi spesso «defilarsi». Soltanto un terzo di esse raggiunge i livelli di carriera più avanzati (per arrivare all’equilibrio tra i primari ospedalieri occorrerà attendere il 2087) e meno di un professore su dieci è donna. Appena 5 su 78 i rettori degli atenei italiani in tailleur: operative a Napoli (L’Orientale), L’Aquila, Siena (Università per stranieri), Milano (Bicocca) e Trento.

Twitter @fabioditodaro

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