Wise Society : Clima: l’Unione europea è sulla buona strada per raggiungere i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030

Clima: l’Unione europea è sulla buona strada per raggiungere i suoi obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030

di Valentina Neri
18 Giugno 2025

Seppure tra alti e bassi, l’obiettivo di sforbiciare del 55% le emissioni di gas serra entro il 2030 appare a portata di mano. E le istituzioni dell’Unione europea già guardano al 2040.

Quando ci si informa sul clima, talvolta si ha l’impressione di passare da una pessima notizia all’altra. Sappiamo che, nonostante tutte le promesse e tutti gli sforzi fatti, il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato nel mondo con una temperatura media globale che ha sorpassato di 1,5 gradi centigradi quella dell’epoca preindustriale. È ancora prematuro dire che l’Accordo di Parigi sia stato un buco nell’acqua, perché in tal caso le soglie di aumento della temperatura da non superare erano calcolate coma media ventennale, ma resta il fatto che di sicuro non è un buon segno. Ce lo dimostrano, in modo empirico, gli eventi meteo estremi ai quali stiamo assistendo anche in territori molto vicini: le quattro alluvioni in Emilia-Romagna in un anno e mezzo, il disastro di Valencia, la siccità al Sud Italia e nelle Isole. Ma, proprio perché sappiamo quanto sia difficile invertire la rotta, è bene riconoscere e approfondire anche le buone notizie. Ce n’è una che riguarda la nostra Unione europea, ed è importantissima: il Continente è sulla buona strada per rispettare gli ambiziosi obiettivi climatici che si è posto per il 2030.

Decarbonizzazione

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UE: Più vicino l’obiettivo di riduzione delle emissioni al 2030

L’Unione europea ha promesso di diventare il primo Continente a zero emissioni nette di gas serra, tutto questo entro il 2050. Per raggiungere un traguardo così pionieristico bisogna procedere per gradi. La prima scadenza è fissata per il 2030, anno entro il quale bisognerà sforbiciare le emissioni almeno del 55% rispetto ai livelli del 1990. Attorno a questo obiettivo le istituzioni dell’Unione hanno costruito una complessa architettura normativa, ribattezzata come “fit for 55”.

Fin qui, il piano così com’è espresso sulla carta. Ma a che punto siamo? È qui che arrivano le belle sorprese. Già alla fine del 2023 la Commissione europea aveva valutato le proposte di piani nazionali per l’energia e il clima (Pnec) degli Stati membri, esortandoli a premere sull’acceleratore. Perché queste ultime erano ancora traballanti su tanti aspetti, dall’adattamento alle energie rinnovabili e all’efficienza, dalla sicurezza energetica alle misure per la competitività delle imprese. È passato un anno e mezzo e una seconda valutazione restituisce risultati molto più lusinghieri: i piani attuali, se implementati correttamente, porterebbero a una riduzione delle emissioni pari al 54% entro il 2030. Il traguardo è a un soffio.

“L’Europa sta dimostrando che gli obiettivi scientifici affidabili e prevedibili, accompagnati da una regolamentazione adeguata, funzionano”, commenta Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva della Commissione europea per la transizione pulita, giusta e competitiva. “I Piani nazionali aggiornati per l’energia e il clima dimostrano che l’agenda verde non è solo un traguardo, ma un modo per modernizzare le nostre economie e puntare sull’innovazione industriale e su maggiori opportunità per i cittadini europei. Il nostro compito ora è rafforzare le capacità e accelerare l’azione senza ritardi. Possiamo raggiungere l’obiettivo del -55% e dobbiamo creare le condizioni per arrivare al -90% entro il 2040. Competitività, sicurezza, creazione di ricchezza e inclusione dipendono dalla nostra capacità di portare avanti un piano d’azione politico coerente e articolato”.

riduzione c02

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Le raccomandazioni della Commissione europea all’Italia

Certo, l’Unione europea è composta da 27 Stati molto diversi tra loro su tanti aspetti, compresa la proattività nella transizione ecologica. Lo dimostra il fatto che, ad esempio, Belgio, Estonia e Polonia debbano ancora presentare i propri Pnec definitivi. E l’Italia? Leggendo il documento di analisi dettagliata si scopre che il nostro Paese è sì promosso, ma con qualche debito da recuperare.

Decarbonizzazione

In tema di decarbonizzazione, ad esempio, si propone di ridurre le emissioni del 49% entro il 2030 rispetto al 1990. Ma se si guarda al target specifico previsto dall’Effort Sharing Regulation – cioè le emissioni nei settori non coperti dal sistema di scambio europeo Ets, come trasporti e agricoltura – non ci siamo ancora: il piano italiano ci porta a un -40,6%, contro il -43,7% richiesto.

Mancano strategie convincenti, soprattutto per l’agricoltura (che da anni fatica a ridurre il proprio impatto sul clima) e sui trasporti, dove si punta moltissimo su auto elettriche e biocarburanti, nonostante l’inadeguatezza dell’infrastruttura e del parco circolante.

Assorbimento e cattura della C02

Anche sull’assorbimento della CO2 tramite foreste e suolo il giudizio è negativo: invece di migliorare, l’Italia ha peggiorato le sue performance e non ha all’attivo alcuna misura ulteriore.

L’Unione europea ritiene invece solide le strategie per la cattura di CO2 e l’adattamento ai cambiamenti climatici. Il Pnec punta a raggiungere il 39,4% di energia da fonti rinnovabili entro il 2030, una quota leggermente inferiore a quella prevista nella bozza (40,5%). Ci sono segnali positivi, come i progetti sull’idrogeno verde e i miglioramenti sull’iter autorizzativo, ma restano perplessità sull’attuazione concreta delle misure e sulle aree non idonee. Anche sulla bioenergia i dati sono incompleti: non si capisce bene quanta biomassa venga importata né da dove provenga.

Efficienza e sicurezza energetica

Sul fronte dell’efficienza energetica, l’Italia ha messo in campo strumenti finanziari robusti senza però quantificare i risparmi attesi. Manca all’appello anche un progetto concreto sulla ristrutturazione degli edifici più vecchi, che sono la maggioranza e sono quindi determinanti in termini di risultati.

Per quanto riguarda la sicurezza energetica, ben venga il piano ambizioso per svincolarsi dal gas russo entro il 2025 diversificando le fonti; manca però un obiettivo chiaro per lo stoccaggio dell’energia e le interconnessioni elettriche. Anche per il mercato interno mancano gli obiettivi precisi per l’interconnessione al 2030 e le strategie mirate contro la povertà energetica.

Finanziamenti

Quanto al nodo cruciale dei finanziamenti, il fabbisogno stimato è di 174 miliardi di euro tra il 2024 e il 2030. Ma non è chiaro come verrà coperta questa somma, quanto arriverà dal pubblico e quanto dal privato. Che fare poi per tutelare le fasce sociali più vulnerabili, quelle che rischiano di subire economicamente i contraccolpi della transizione energetica? Anche su questo tema c’è poca chiarezza.

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Il prossimo passo: meno 90% di emissioni entro il 2040

Fin qui abbiamo parlato di target per il 2030 ma, con l’avvicinarsi della fine del decennio, è già tempo di guardare avanti. All’inizio di luglio la Commissione europea presenterà formalmente il suo nuovo obiettivo di riduzione delle emissioni da centrare entro il 2040. Verosimilmente lo fisserà a meno 90 per cento rispetto ai livelli del 1990, come peraltro aveva già proposto lo scorso anno, ma il “come” è ancora oggetto di grandi discussioni dietro le quinte. Stando a quanto riportato dalla stampa, sembra infatti che l’idea abbia incontrato varie resistenze tra i governi nazionali e il Parlamento europeo, il cui appoggio è però fondamentale per l’approvazione.

Per superare l’impasse, non è da escludere che la Commissione conceda ampi margini di flessibilità sulle modalità per centrare questo obiettivo. Anche aprendo alle compensazioni internazionali. Il meccanismo è sempre quello, ormai noto, dei carbon credits: a ogni progetto virtuoso per il clima (come la riforestazione, o l’elettrificazione della mobilità, o l’installazione di pannelli fotovoltaici o pale eoliche) viene attribuito un certo numero di carbon credits che corrispondono alla quantità di CO2 evitata o rimossa dall’atmosfera. In questo caso, ci si potrebbe scambiare questi crediti tra uno Stato e l’altro. Se quindi un Paese europeo finanzia l’installazione di un parco eolico in un Paese in via di sviluppo, può intestarsi la riduzione delle emissioni come se l’avesse conseguita in patria.

Il Comitato consultivo scientifico europeo sui cambiamenti climatici, però, ha pubblicato un rapporto in cui – con toni insolitamente duri – invita le istituzioni dell’Unione a non cedere a queste scappatoie. “Ritardare l’azione o fare affidamento sui carbon credits internazionali significherebbe rischiare di perdere opportunità fondamentali per modernizzare l’economia dell’Unione europea, creare posti di lavoro di qualità e rafforzare la leadership europea nelle tecnologie pulite”, sottolinea la vicedirettrice Jette Bredahl Jacobsen.

Valentina Neri

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