Wise Society : Resilienza climatica: cos’è e perché fondamentale per il nostro futuro

Resilienza climatica: cos’è e perché fondamentale per il nostro futuro

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29 Settembre 2026

Dalle città spugna alla Grande Muraglia Verde africana: esempi e strategie di resilienza climatica mostrano come adattamento, mitigazione e soluzioni basate sulla natura possano rendere i territori più preparati agli eventi estremi

Dalla tropicalizzazione dell’Italia all’intensificazione di El Nino. Dalla siccità ai violenti temporali dopo le ondate di calore. La crisi climatica sta facendo parlare di sé, ma il problema non sembra così urgente per l’opinione pubblica per generare il cambiamento necessario a dare una chance all’umanità. Questo cambiamento prende spesso il nome di resilienza climatica: ormai non si tratta più di “resistere” agli eventi estremi causati dal riscaldamento globale, ma di trasformare profondamente la nostra società per renderla capace di assorbire gli urti rimanendo comunque efficiente. Per questo, capire il significato di resilienza climatica per assimilarne l’importanza e passare all’azione.

Germoglio che nasce da terreno arido

Foto Shutterstock

Il significato di resilienza climatica

Oggi si parla tanto di resilienza, tanto che questo termine viene utilizzato in ambiti molto diversi fra loro: dalla fisica alla psicologia, si arriva anche alle scienze ambientali. Soffermandoci sull’ambito ecologico, la resilienza climatica indica la capacità di un sistema (sociale, economico o naturale) di anticipare, prepararsi e rispondere a eventi climatici pericolosi, minimizzando i danni e mantenendo o recuperando le proprie funzioni essenziali.

Se dovessimo spiegarla in altri termini, cercando un sinonimo di resilienza climatica, potremmo affidarci a espressioni diverse, come “capacità di adattamento”, “robustezza ambientale” o “flessibilità sistemica”. Ma non è abbastanza, perché il concetto di resilienza aggiunge un altro, fondamentale, elemento: l’apprendimento e la capacità di trasformarsi. Un sistema resiliente non si limita a tornare allo stato precedente, ma può evolvere e trasformarsi per affrontare meglio le sfide future. E, nell’epoca della crisi climatica, si tratta di un’abilità fondamentale.

Esempi e progetti nel mondo di resilienza climatica

Dalle metropoli urbane agli agglomerati cittadini costieri, dalle valli alpine alle località più aride del mondo, sono molti i territori che stanno cercando di correre ai ripari sviluppando progetti di resilienza ai cambiamenti climatici. Questo consente di rispondere a minacce concrete, siano esse inondazioni, siccità o ondate di calore. Qui di seguito alcuni esempi.

Le città spugna in Cina e in Italia

La cementificazione urbana porta con sé un problema ingente in caso di piogge torrenziali: gli allagamenti. Per rendere resilienti i centri urbani a questo problema sempre più frequente sono nate le cosiddette città spugna. L’idea alla base è semplice: anziché cercare di allontanare l’acqua piovana il più velocemente possibile attraverso tubature e canalizzazioni, una città dovrebbe essere in grado di assorbirla, trattenerla, filtrarla e riutilizzarla, proprio come farebbe una spugna. Questo modello è stato sviluppato e promosso soprattutto in Cina a partire dagli anni 2000 grazie al lavoro dell’architetto paesaggista Kongjian Yu.

Un articolo di Fid Thompson pubblicato sul Bulletin of the World Health Organization afferma che la città spugna, assimilabile alle nature based solutions, riduce il rischio di alluvione, consente una migliore gestione delle acque, garantisce la protezione dei sistemi igienico-sanitari e, come anticipato, permette alle città di diventare più resilienti agli effetti del cambiamento climatico.

Un esempio concreto di questo approccio esiste anche in Italia: il Piano Urbano Integrato Città Metropolitana Spugna, realizzato con fondi PNRR, ha portato 88 interventi in 32 Comuni dell’area metropolitana di Milano. Piazze, strade, parcheggi e aree verdi sono stati ripensati attraverso soluzioni di drenaggio urbano sostenibile e nature-based solutions, come rain garden, bacini di infiltrazione e accumulo, trincee drenanti, superfici permeabili e nuove aree verdi. L’obiettivo è trattenere e infiltrare localmente l’acqua piovana, riducendo il carico sulla rete fognaria durante le piogge intense. Gli interventi, conclusi nel giugno 2026, contribuiscono inoltre a contrastare l’isola di calore urbana e a migliorare la qualità degli spazi pubblici.

Città spugna: esempio di resilienza climatica

Foto Shutterstock

DuneFront: le dune come barriera naturale contro il mare

Un altro esempio di resilienza climatica arriva dal Belgio, dove il progetto di ricerca DuneFront sperimenta un modo innovativo di proteggere le coste dall’innalzamento del mare e dalle mareggiate: utilizzare dune artificiali come barriere naturali. Avviato nel 2021 in quattro località costiere, il progetto prevede la costruzione di dune con sabbia dragata in alto mare, sostenute da rami di salice ed erba e successivamente colonizzate dalla vegetazione dunale.

Il sistema crea una zona cuscinetto capace di assorbire parte dell’energia delle onde, ma ha anche una funzione ecologica: le dune sono diventate habitat per diverse specie vegetali e insetti tipici delle coste. Un approccio che rientra nelle Nature-Based Solutions e che punta quindi a difendere il territorio dalla crisi climatica sfruttando i processi naturali anziché affidarsi esclusivamente alle infrastrutture in cemento.

DuneFront Project: Raversijde in Belgio

Foto – DuneFront Project: Raversijde in Belgio

Room for the River nei Paesi Bassi

Questo programma, avviato nel 2006 nei Paesi Bassi, nasce dalla necessità di ridurre il rischio di alluvioni dando ai fiumi più spazio per espandersi durante le piene, anziché puntare soltanto sull’innalzamento e il rafforzamento degli argini. Tra gli interventi ci sono lo spostamento degli argini verso l’interno, l’abbassamento delle pianure alluvionali e la realizzazione di canali di piena.

È particolarmente interessante come esempio di adattamento climatico basato sul principio di “lavorare con la natura”: si accetta che l’acqua abbia bisogno di spazio e si modifica il territorio per consentire al fiume di espandersi temporaneamente, riducendo così la pressione sugli argini e il rischio di alluvioni. Il programma ha inoltre integrato sicurezza idraulica, qualità del paesaggio e interventi di riqualificazione ambientale.

La Grande Muraglia Verde africana

Non si tratta solo di piantare alberi in mezzo al deserto da una costa all’altra dell’Africa, ma riguarda il ripristino dei territori degradati del Sahel e coinvolge oggi 22 Paesi africani. L’obiettivo della Grande Muraglia Verde Africana è contrastare desertificazione e degrado del suolo, rafforzare la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza e aumentare la resilienza delle comunità agli effetti del cambiamento climatico.

Questo è un esempio di resilienza climatica in senso molto concreto. Nel Sahel, dove siccità, degrado del suolo e temperature elevate mettono sotto pressione ecosistemi e comunità, ripristinare la capacità del territorio di trattenere acqua, sostenere la vegetazione e produrre cibo significa aumentare la capacità di affrontare gli shock climatici. La stessa UNCCD indica esplicitamente la Great Green Wall come strumento per rafforzare la resilienza climatica della regione.

La grande muraglia verde africana

Foto Pagina The Great Green Wall / Facebook

Adattamento e mitigazione: le due facce della resilienza climatica

Ma come si attua, concretamente, una strategia di resilienza climatica? Bisogna lavorare su due fronti, che sono fortemente interconnessi fra loro: la mitigazione e l’adattamento.

  1. Mitigazione: Ridurre le cause del cambiamento climatico (ad esempio, tagliare le emissioni di CO₂)
  2. Adattamento: Gestire gli impatti inevitabili (ad esempio, costruire dighe o piantare alberi resistenti al calore).

La resilienza climatica si costruisce quindi integrando strategie di adattamento e mitigazione all’interno di un più ampio percorso di sviluppo sostenibile.

Per realizzare opere legate a strategie di mitigazione e adattamento, servono tuttavia cambiamenti sostanziali in processi o contesti spesso standardizzati da decenni. E cambiare, ovviamente, costa. Paesi, governi e mondo corporate hanno tuttavia il dovere di intervenire per dare una chance all’umanità di correre ai ripari. Anche perché il costo dell’inazione è decisamente più alto.

Secondo la Global Commission on Adaptation, ogni dollaro investito nella costruzione della resilienza climatica può generare tra 2 e 10 dollari di benefici economici netti. La Commissione ha inoltre stimato che un investimento globale di 1,8 trilioni di dollari, tra il 2020 e il 2030, in cinque aree prioritarie dell’adattamento, potrebbe generare 7,1 trilioni di dollari di benefici netti.

Mitigazione e adattamento

Foto Shutterstock

Resilienza climatica: un po’ di storia

Il concetto non è nato ieri. Il termine “resilienza” ha radici nella fisica dei materiali, ma è stato introdotto nell’ecologia da C.S. Holling nel 1973, per descrivere la capacità degli ecosistemi di assorbire perturbazioni mantenendo le proprie funzioni. Nel corso dei decenni successivi il concetto è stato esteso anche ai sistemi sociali ed economici e, più recentemente, alla capacità di affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici.

Il tema ha assunto una dimensione globale anche con l’Accordo di Parigi del 2015, che nell’articolo 7 stabilisce l’obiettivo di aumentare la capacità di adattamento, rafforzare la resilienza e ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici.

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