Spumanti inglesi pluripremiati, vini bianchi scandinavi nei menu dei ristoranti di lusso e, intanto, i viticoltori italiani e francesi che lottano contro caldo, siccità e grandinate fuori stagione. A causa dei cambiamenti climatici, anche la produzione vitivinicola non è più la stessa
Nel 2025 il miglior vino frizzante al mondo non è uno champagne. Per la prima volta, la giuria della prestigiosa International Wine Challenge ha incoronato uno spumante che non viene dalla Francia ma dal Sussex, nell’Inghilterra meridionale. È il Blanc de Blancs Magnum 2016 della rinomata cantina Nyetimber. E non è un caso, ma un’altra dimostrazione – l’ennesima – di quanto i cambiamenti climatici stiano ridisegnando la geografia della produzione vitivinicola.

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Il caldo estivo record fa felici i viticoltori inglesi
Senza dubbio, la Nyetimber è un’eccellenza. Come sottolinea Cookist, è stata tra le prime cantine britanniche a ispirarsi al modello francese per creare uno spumante con metodo classico, approfittando del fatto che la composizione dei suoli del Sussex sia molto simile a quella della provincia dello Champagne. Ma non è – o almeno, non è più – un’eccezione alla regola, come dimostra anche l’exploit della Lyme Bay Winery del Devon, che si è aggiudicata (ed è la prima volta che accade) il premio per il miglior vino bianco e il miglior vino rosso d’Inghilterra.
Insomma, il merito è della sapienza degli enologi, della composizione del terreno, ma anche di un fattore esterno che ben conosciamo: il riscaldamento globale che rende molto più miti e soleggiate le estati nelle campagne inglesi. Reuters riferisce che in un lasso di tempo molto breve, tra il 2020 e il 2024, la superficie vitata in Inghilterra è cresciuta addirittura del 30%. E l’estate 2025, la più calda nella storia del Regno Unito, è stata paradossalmente perfetta per chi coltiva i vigneti. La temperatura tra il 1° giugno e il 31 agosto si è attestata infatti su una media di 16,1 gradi centigradi, ben 1,51 in più rispetto alla media di lungo periodo.
Il riscaldamento globale non è mai una buona notizia
Le cantine d’Oltremanica guardano con interesse soprattutto alle prospettive che si aprono sul fronte dell’export. Considerata la debolezza generale dell’economia, infatti, non c’è grande margine di crescita per la domanda interna di vini premium come gli spumanti. Viceversa, nel corso del 2024 i volumi di esportazioni hanno segnato un +35% sull’anno precedente, arrivando a rappresentare il 9% delle vendite totali di vini inglesi nel corso dell’anno. E ci si aspetta che questi dati raddoppino entro la fine del decennio.
Ma non c’è troppo da festeggiare. In primis perché questo meteo apparentemente favorevole è una conseguenza comprovata dell’aumento della concentrazione di CO2 di origine antropica: il Met Office sostiene che un’estate così calda, o ancora più calda, sia 70 volte più probabile rispetto a un ipotetico scenario in cui l’uomo non ha inciso sul clima. In più, non è detto che i cambiamenti climatici si manifestino sempre allo stesso modo. Appena un anno prima i viticoltori inglesi si erano trovati alle prese con una pioggia incessante che aveva dimezzato il raccolto rispetto all’anno precedente. Per non parlare poi degli eventi meteo estremi, come le grandinate fuori stagione e le ondate di calore e di siccità.
I viticoltori italiani alle prese con la siccità
Proprio la siccità spaventa soprattutto in Italia, dove 2,5 milioni di ettari di coltivazioni hanno necessità di essere irrigati e, di questi, il 9,5% è costituito da vigneti. Se è vero infatti che sulla carta i disciplinari consentono di irrigare i vigneti soltanto in casi di emergenza, è vero anche in determinate aree della Penisola diventa una scelta obbligata.
In media, fa sapere il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea), il fabbisogno idrico della vite si attesta su circa 4mila metri cubi d’acqua per ettaro a stagione, un dato che varia in base al sistema di coltivazione e alla varietà.
Le tecniche più diffuse sono la microirrigazione a goccia (21,5%), l’irrigazione a pioggia (38%) e, per il restante 40,5%, il ruscellamento superficiale, l’infiltrazione laterale e l’allagamento. Ma affidarsi solo all’irrigazione rischia di essere controproducente, perché equivale a depauperare ulteriormente le riserve idriche. Il Crea invita quindi ad “adottare strategie irrigue efficaci per far fronte alla scarsità idrica, nel rispetto della qualità e dell’ambiente”.
Tra quelle consentite c’è l’irrigazione per aspersione che distribuisce l’acqua dall’alto attraverso spruzzatori, simulando la pioggia. È un sistema economico e facile da installare, ma può favorire la diffusione di malattie fungine sulle foglie e sui grappoli, soprattutto se il clima è umido.
La seconda è l’irrigazione sotterranea, che comprende la microirrigazione a goccia e la subirrigazione. In questo caso l’acqua viene somministrata lentamente vicino alle radici, evitando sprechi. È più efficiente e sostenibile ma comporta costi iniziali più alti per l’impianto e la manutenzione.
C’è poi una tecnica più innovativa, chiamata Deficit idrico controllato (Rdi): consiste nel fornire alla vite solo una parte dell’acqua di cui avrebbe bisogno, in modo da indurre un lieve stress idrico. Questo stimola la pianta a concentrare zuccheri e aromi nei grappoli, migliorando la qualità del vino.

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I cambiamenti climatici spostano i vigneti più a nord
Se l’Italia vanta una tradizione vitivinicola secolare, non si può dire altrettanto della Scandinavia, le cui condizioni climatiche sembrano agli antipodi rispetto a quelle necessarie per i vigneti. O, per meglio dire, sembravano. Anche al nord Europa il clima diventa più mite e quelle che fino a poco fa erano piccole cantine artigianali, vagamente sperimentali, diventano realtà strutturate. Come la svedese Kullabergs Vingård, il cui appezzamento di 14 ettari è stato coltivato a vigneti meno di un decennio fa. Nel 2022, riferisce Euronews, la produzione annuale superava le 30mila bottiglie, soprattutto di vini bianchi che si sono fatti notare alle competizioni internazionali e compaiono nei menu dei ristoranti di lusso in mezzo mondo.
Intanto, nell’Europa meridionale, le estati diventano troppo calde addirittura per una coltura che di per sé ama il sole: i grappoli maturano più in fretta e dunque bisogna anticipare la vendemmia, sacrificando la qualità. Se invece si aspetta troppo, i vini diventano più forti ma meno equilibrati. C’è poi un rischio in più: se l’uva arriva a maturazione troppo presto, non è da escludere che gli ultimi colpi di coda dell’inverno, come gelate e tempeste, la distruggano mandando a monte il lavoro dell’intero anno.
Proprio le gelate, unite alle muffe, nel 2024 hanno fatto crollare la produzione di vino nella celebre regione vinicola francese di Bordeaux: si è fermata a 3,3 milioni di ettolitri, il livello più basso dal 1991. E intanto gli analisti del settore iniziano a guardare con interesse ai vini del Ningxia e dello Yunnan, in Cina, così come a quelli della Virginia, del Maryland e di Long Island, negli Stati Uniti.
Valentina Neri

