La massiccia presenta di rifiuti plastici nei mari e negli oceani ha dato vita a un nuovo ecosistema su cui si sviluppano microrganismi e batteri. Scopriamo meglio di cosa si tratta.
La plastisfera è un nuovo ecosistema marino. Così lo definisce lo Smithsonian Institution’s Ocean Initiative, spiegando che, come qualsiasi oggetto galleggiante nell’oceano tende ad attirare la vita, anche i detriti di plastica dispersi in mare fanno lo stesso. Approfondiamo allora nel dettaglio cos’è la plastisfera e qual è il suo impatto sulla salute degli oceani e della vita marina.

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Cos’è la plastisfera e dove si trova
Cerchiamo innanzitutto di capire più nel dettaglio cos’è la plastisfera. Il termine si riferisce a un ecosistema marino unico e relativamente nuovo, composto da una vasta gamma di organismi che vivono sulla superficie dei detriti plastici che galleggiano negli oceani. Questa comunità di alghe, batteri e microbi colonizza i rifiuti plastici crescendo sulla loro superficie come un sottile strato di vita (un biofilm) dando così origine alla plastisfera, termine scelto in analogia allo strato di vita esterno al pianeta Terra chiamato “biosfera”.
Il problema è ingente. Si stima infatti che, oltre ai residui di plastica accumulati sulla terraferma, ogni anno dagli 8 ai 15 milioni di tonnellate di plastica raggiungano il mare e, entrando nel flusso delle correnti marine, e si ammassino in grandi aree di rifiuti plastici marini. Si tratta di aree di grandi dimensioni in cui la densità di plastica è più alta: sono generalmente situate nelle regioni centrali dell’oceano dove le correnti sono più deboli e convergenti. Proprio nell’oceano Pacifico si è creata ad esempio la Great Pacific Garbage Patch, anche conosciuta come Pacific Trash Vortex che, si estende nelle acque dalla costa occidentale del Nord America al Giappone.
Queste enormi masse, chiamate anche isole di plastica sono grandi quanto nuovi continenti e il loro impatto sulla salute degli oceani è oggi oggetto di studio di diversi scienziati, impegnati a impegnati a comprendere quali tipi di microbi vivono nella plastisfera, come colonizzano le superfici di plastica e come potrebbero influenzare gli ecosistemi marini ed estendere il loro influsso direttamente o meno su tutti gli esseri viventi.

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Rifiuti e plastisfera: un binomio indissolubile
Ogni anno si producono nel mondo più di 380 milioni di tonnellate di plastica. Di questi, una parte consistente finisce nelle discariche, una minima parte viene riciclate, e tonnellate entrano nel nostro ambiente naturale. In particolare, si stima che la quota di rifiuti plastici globali che entra nell’oceano sia circa il 3%, tanto che la massa più cospicua di rifiuti originati dall’uomo si è accumulata arrivando – come abbiamo appena visto – a colonizzare intere aree oceaniche.
Quali sono i componenti di questo insieme? In mare aperto, in superficie, si trova principalmente polietilene (90% dei rifiuti) e polipropilene (10% dei rifiuti), i polimeri più prodotti nell’industria e probabilmente i più persistenti. Nei sedimenti si trovano inoltre polimeri più densi come i poliesteri o i poliacrilici.
L’azione del mare sui rifiuti plastici, inoltre, spezzetta i rifiuti di grandi dimensioni in pezzi più piccoli, dando vita alle purtroppo note microplastiche. Con dimensioni minori di dimensioni < 5 mm, si stima che rappresentino il 90% della plastica galleggiante per numero e circa il 10% per peso. Rispetto alle macroplastiche, le microplastiche sono molto più numerose e influenzano maggiormente l’intera catena alimentare marina. Le particelle più piccole, come le nanoplastiche, possono anche passare attraverso le membrane digestive e migrare nel sistema circolatorio o anche in altri organi, come è stato osservato in laboratorio nel cervello dei pesci, con effetti pesanti persino sul loro comportamento di nuoto.
L’ulteriore problema è che tutta la plastica che finisce negli oceani dà appunto origine alla plastisfera, che diventa un vero e proprio habitat: sulla parte più superficiale della plastica, infatti, si creano le condizioni perfette lo sviluppo di microbi.

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Pericoli e impatto della plastisfera
I pericoli nascosti nello sviluppo della plastisfera sono molti. Sono sia connessi all’impatto che i materiali plastici hanno sull’ambiente marino che alla presenza di microbi vecchi e nuovi. Partiamo innanzitutto dalla plastica in mare.
Rilascio e assorbimento di inquinanti
I materiali su cui si sviluppa la plastisfera hanno caratteristiche e impatti differenti, ma sono accomunati da comportamenti simili.
- Accumulo e rilascio di inquinanti: la plastica rilascia e assorbe inquinanti nocivi. A causa della fotodegradazione, processo originato dalla luce solare che rompe la plastica in pezzi più piccoli, vengono infatti rilasciati nell’ambiente coloranti e sostanze chimiche, come il bisfenolo A (BPA), che ha un pesante impatto sull’ambiente e sulla salute.
- Assorbimento di inquinanti: la plastica, inoltre, assorbe dall’acqua di mare inquinanti (come ad esempio i PCB). Quando i pesci e gli animali marini si nutrono di plastica o microplastica, queste sostanze chimiche possono poi entrare nella catena alimentare arrivando così fino all’uomo.
Sviluppo di colonie microbiche
I pericoli della plastisfera sono inoltre legati alla presenza stessa di colonie di microbi e batteri. Come riportato da uno studio francese pubblicato nel 2020 sull’“Inquinamento da plastica degli oceani di plastica e microplastica”, a livello di ecosistema la plastica fornisce un nuovo habitat per molte specie in mare, in particolare per alcuni macroorganismi come artropodi, molluschi, idraidi, briozoi, e numerosi microorganismi (batteri, virus, funghi, microalghe ecc.). Queste specie colonizzeranno rapidamente i rifiuti di plastica in mare, attaccandosi e prosperando su di essi.
“Poiché la plastica è un materiale persistente e molto mobile, avrà la capacità di trasportare queste specie su grandi scale di spazio e di tempo, creando così un effetto zattera. Queste specie possono poi insediarsi, o addirittura diventare invasive, a scapito delle specie endemiche, portando a uno sconvolgimento delle comunità marine e quindi dell’ecosistema”,
scrivono gli autori.
L’impatto della plastisfera è quindi legato anche a un potenziale inquinamento microbiologico e al rischio batteriologico causato da queste colonie di batteri: alcune specie identificate sulla superficie dei rifiuti di plastica in mare sono infatti nocive, tossiche o potenzialmente patogene, come suggerito dal rilevamento delle principali famiglie batteriche, alcuni ceppi delle quali sono responsabili di malattie negli esseri umani, in alcuni pesci o molluschi.
I tempi di contatto prolungati tra le specie, in particolare quelle batteriche, potrebbero inoltre favorire gli scambi di materiale genetico e contribuire alla diffusione di resistenze multiple agli antibiotici tra i generi batterici.
Effetti sugli esseri viventi
Come anticipato, la presenza delle plastiche ha effetti su tutto il ciclo alimentare e di vita marino. Le tartarughe marine, ad esempio, scambiano spesso i sacchetti di plastica per gelatine, il loro cibo preferito. Gli albatros scambiano le palline di resina di plastica per uova di pesce e le danno da mangiare ai pulcini, con conseguenze letali. Ne consegue che i detriti plastici marini, anche quelli su cui si sviluppa la plastisfera, possono influire pesantemente su tutta la catena alimentare.
Senza contare che, quando le microplastiche e altri rifiuti si raccolgono sulla superficie dell’oceano bloccano la luce del sole dal raggiungere il plancton e le alghe sottostanti, che non potranno così prosperare. Una loro diminuzione ha pesanti effetti collaterali a catena perché, essendo a base del ciclo alimentare, genererà una scarsità di cibo che, prima o poi, raggiungerà anche i grandi predatori come tonni e squali.

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Andrea Ballocchi
